L’Italia rischia di essere vittima del suo stesso successo: viviamo la nazione ogni giorno, ma ne dimentichiamo il valore originario
Il 17 marzo 1861, con la proclamazione del Regno d’Italia, si compiva formalmente un processo lungo, irregolare e spesso sanguinoso: il Risorgimento.
Un percorso fatto di ideali e contraddizioni, guidato da figure come Giuseppe Garibaldi, Camillo Benso di Cavour e Giuseppe Mazzini, ma anche da migliaia di uomini e donne rimasti senza nome, che hanno pagato con l’esilio, la prigione o la vita.
All’epoca, l’Italia non esisteva davvero: era un mosaico di Stati, lingue, interessi divergenti. Era più un’idea che una realtà e, proprio per questo, potentissima.
Oggi, invece, quella stessa idea sembra essersi dissolta nella normalità: non dobbiamo più conquistarla, non dobbiamo più difenderla con le armi, non dobbiamo più immaginarla – la viviamo e, così facendo, abbiamo smesso di percepirne il valore.
È un paradosso tipicamente umano, ben noto anche alla psicologia: ciò che diventa stabile smette di essere visto, ciò che non richiede più sforzo smette di essere sentito come essenziale. L’Unità d’Italia, oggi, soffre proprio di questo – non perché sia debole nelle sue istituzioni o nei suoi simboli (la Costituzione, l’Inno, la Bandiera) – ma perché rischia di essere fragile nella coscienza collettiva.
Nel modo in cui gli italiani si percepiscono parte di un tutto, il linguaggio quotidiano lo tradisce: “l’Italia non funziona”, “l’Italia è indietro”, “l’Italia dovrebbe…”.
Come se l’Italia fosse sempre “altro” da noi, come se fosse un organismo esterno, e non una costruzione condivisa.
Emerge una dinamica sottile, quasi invisibile: più ci convinciamo che l’Italia non ci rappresenti, meno ci sentiamo responsabili di essa e, meno ci sentiamo responsabili, più contribuiamo – inconsapevolmente – a indebolirla. È una forma di distanza psicologica che rassicura, ma al tempo stesso disgrega. Eppure, la storia racconta l’opposto.
Il processo unitario non è stato solo politico o militare: è stato, prima di tutto, un atto di immaginazione collettiva. Un’idea condivisa che ha preceduto la realtà. Gli italiani si sono sentiti “popolo” prima ancora di esserlo davvero.
Oggi accade il contrario: siamo formalmente uniti, ma spesso interiormente distanti.
Celebrare i 165 anni dell’Unità nazionale, allora, non può ridursi a un esercizio commemorativo. Non basta ricordare le date, i protagonisti, le battaglie: serve qualcosa di più scomodo – riconoscere il nostro ruolo.
Perché una Nazione non si esaurisce nella sua nascita: è un processo continuo, una costruzione che si rinnova – o si incrina – ogni giorno. L’Italia non è solo il risultato del passato, è il riflesso del presente.
E qui si innesta una provocazione: forse non è vero che abbiamo ancora bisogno dell’Italia. Forse siamo noi a pensare di non averne più bisogno, ma è proprio questo pensiero a renderla più vulnerabile. Quando qualcosa smette di essere percepito come indispensabile, smette anche di essere protetto.
Allora la domanda, oggi, non è quanto sia forte l’Italia, ma quanto siamo ancora disposti a riconoscerci in essa. A 165 anni dalla sua nascita, il rischio più grande non è la divisione geografica o politica: è l’indifferenza. Perché le Nazioni non finiscono solo quando vengono sconfitte: a volte finiscono molto prima, quando smettono di essere sentite.
Michel Emi Maritato
Foto © Istituto del Nastro Azzurro
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