Ex Ilva, allarme indotto: appello da Roma

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Ex Ilva

Conferenza allo Spazio Impresa AEPI a Roma sul futuro dell’ex Ilva: imprese e politica chiedono tutele per l’indotto e un piano industriale credibile

Giovedì 2 aprile 2026, presso lo Spazio Impresa della Confederazione Aepi in Via degli Uffici del Vicario 43 a Roma, si è svolta una conferenza stampa dedicata al futuro dell’ex Ilva, trasmessa in diretta su YouTube (https://www.youtube.com/watch?v=8aDx0rYd-TI).

L’iniziativa, promossa da Aepi, ha riunito il presidente della Confederazione Mino Dinoi, il segretario di Azione Carlo Calenda e il presidente di Aigi Nicola Convertino, alla presenza dei rappresentanti di oltre l’80% dell’indotto ex Ilva. Al centro dell’incontro, la necessità di scongiurare lo stop degli impianti previsto per agosto 2026 e di mettere in sicurezza produzione, lavoro e filiera siderurgica italiana.

L’apertura di Convertino: «Un equilibrio sempre più fragile»

A introdurre i lavori è stato il presidente Aigi Nicola Convertino, che ha descritto il quadro come «un equilibrio sempre più fragile», richiamando l’attenzione sulla condizione delle imprese collegate all’ex Ilva. Le aziende dell’indotto vivono «una fase di forte difficoltà», non solo per i cali produttivi, ma per «una crisi strutturale fatta di pagamenti bloccati, incertezza e investimenti congelati».

Convertino ha insistito sul fatto che «non si tratta più solo di un sito industriale in crisi, ma del destino di un’intera filiera che vale miliardi di euro e migliaia di posti di lavoro» e che il messaggio da Roma deve essere netto: «senza interventi rapidi, il rischio è quello di un effetto domino sull’intero comparto». In questo quadro, ha chiesto che le imprese dell’indotto non siano considerate un elemento marginale, ma parte integrante di qualsiasi soluzione: «Come imprese dell’indotto vogliamo difendere quello che è il nostro gioiello di famiglia: l’acciaio di Taranto e il lavoro che genera lungo tutta la filiera».

Dinoi: «Lo Stato deve essere presente attraverso una società pubblico-privata»

Nel suo intervento, il presidente AEPI Mino Dinoi ha sottolineato che «non è più il tempo di rimandare, è il momento di intervenire». Inoltre ha indicato chiaramente la direzione: «Lo Stato deve essere presente attraverso una società pubblico-privata che metta in gioco realmente il destino dell’indotto, compreso dai lavoratori fino alle imprese che ci lavorano all’interno».

Secondo Dinoi, non si può «più delegare a terzi, tantomeno rimandare in avanti decisioni, perché questo crea incertezza», rendendo difficile «mettere in piedi un piano strategico industriale che possa realmente creare un valore aggiunto». Ha anche spiegato che l’ex Ilva non riguarda solo Taranto, ma «un patrimonio di tutto il Paese», e che la sfida è coniugare sostenibilità ambientale e sviluppo industriale. Per questo ha chiesto al Governo di «garantire l’indotto», sottolineando come le imprese abbiano bisogno di tempi certi, pagamenti regolari e un quadro normativo stabile per poter programmare investimenti, inclusi quelli legati alla transizione verde.

Calenda: «Solo una nazionalizzazione può salvare l’ex Ilva»

Durante la conferenza, il segretario di Azione Carlo Calenda ha ribadito che «l’unico modo per non far morire l’ex Ilva è una nazionalizzazione per ragioni di sicurezza nazionale, collegata al Ministero della Difesa». Inoltre ha ricordato come la vicenda dell’acciaieria tarantina sia diventata un caso emblematico di mancanza di visione industriale: anni di incertezze, cambi di gestione, scontri giudiziari e fondi pubblici impegnati senza una strategia di lungo periodo.

Per il leader di Azione, le esitazioni del Governo rischiano di compromettere definitivamente la tenuta del sistema siderurgico italiano, in un momento in cui la domanda europea e le dinamiche geopolitiche richiedono stabilità e capacità produttiva interna. Ha anche sottolineato che l’ex Ilva non può essere trattata come un semplice dossier aziendale: è un tema di sicurezza nazionale, di politica industriale e di politica estera, che chiama in causa il rapporto con i partner europei e le scelte strategiche sulla transizione energetica.

Il nodo giudiziario e le decisioni da prendere

Nel corso dell’incontro è stato richiamato anche il quadro giudiziario, con particolare riferimento al verdetto atteso dalla Corte d’Appello di Milano sul ricorso relativo allo stop operativo previsto per agosto 2026. Il contenzioso ruota attorno alla proroga concessa in materia di prescrizioni ambientali, ritenuta illegittima dai ricorrenti, che denunciano un ritardo nella tutela della salute pubblica. L’esito di questa decisione potrà incidere in modo decisivo sulla continuità operativa dello stabilimento e sulla possibilità di attuare, in tempi utili, un piano industriale credibile che tenga insieme bonificheinnovazione tecnologica e salvaguardia dell’occupazione.

Parallelamente, il Governo è sotto pressione per chiarire i percorsi di cessione e di coinvolgimento di nuovi partner industriali: dalle trattative del fondo Flacks alla possibile partecipazione di grandi gruppi siderurgici italiani, in un’operazione che dovrebbe garantire competenze, investimenti eitalianitàdel progetto.

Un appello unitario per salvare filiera e lavoro

In chiusura, gli interventi si sono orientati su un messaggio comune: l’ex Ilva non può più essere terreno di rinvii e contrapposizioni, ma banco di prova della capacità del Paese di fare politica industriale condivisa.

Dinoi ha rilanciato la richiesta di un tavolo di confronto che veda seduti allo stesso tavolo Governo, imprese dell’indotto, sindacati e istituzioni locali, in modo da costruire un percorso che «metta finalmente al centro il destino dei lavoratori e delle imprese che ogni giorno tengono in piedi questa filiera».

Convertino ha ricordato che «le aziende non chiedono assistenzialismo, ma condizioni per continuare a lavorare e investire».

Calenda ha ribadito che senza una scelta chiara sulla governance e sul ruolo dello Stato «ogni altra discussione rischia di essere solo un modo per guadagnare tempo».

 

Ginevra Larosa

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