Crisi nello Stretto di Hormuz: l’Europa tra diplomazia e rischi

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Crisi Stretto di Hormuz Europa

L’Ue cerca soluzioni alla tensione internazionale sul traffico energetico, tra pressioni globali e proposte umanitarie ancora in stallo

«Le opzioni dell’Europa per Hormuz: poche e rischiose». Così il New York Times riassume l’attuale stallo dell’Occidente di fronte alla crisi che sconvolge lo Stretto, il passaggio marittimo attraverso cui transita circa un quinto del petrolio e del gas mondiali. Il protrarsi della guerra in Iran sta facendo sentire i suoi effetti sull’intero Pianeta, tra crisi energetica, blocchi commerciali e tensioni diplomatiche sempre più acute.

Nelle ultime settimane si è moltiplicata l’urgenza di trovare una soluzione. Durante una recente videoconferenza organizzata dal Regno Unito, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha proposto la creazione di un “corridoio umanitario” per garantire il passaggio sicuro di fertilizzanti e beni essenziali, con l’obiettivo di evitare che il conflitto provochi carestie diffuse in Africa. Tuttavia, la proposta – una delle tante emerse anche fuori dal Continente europeo – non ha trovato consenso unanime. L’incontro si è chiuso senza un accordo concreto né per la riapertura dello stretto né su eventuali azioni militari condivise.

Le pressioni di Washington e la cautela europea

La strategia da seguire divide i Paesi europei. Secondo il quotidiano americano, i leader dell’Ue subiscono forti pressioni da parte del presidente Donald Trump, che chiede un maggiore impegno militare per porre fine al blocco imposto dall’Iran e scongiurare una crisi energetica ormai fuori controllo.

Nonostante ciò, i Governi europei esitano: l’idea di inviare navi da guerra nella Regione solleva timori e divisioni politiche. Molti Stati, tra cui Italia e Germania, insistono perché qualunque azione avvenga sotto l’egida delle Nazioni Unite, condizione che – pur garantendo legittimità internazionale – rischia di rallentare ulteriormente la risposta comune. L’impasse riflette non solo la classica lentezza della diplomazia europea, ma anche la necessità di tenere conto dei Paesi del Golfo, direttamente interessati alla sicurezza dello Stretto e intenzionati a partecipare al futuro assetto postbellico.

Quattro opzioni sul tavolo

L’analisi individua quattro possibili vie d’azione, nessuna delle quali appare davvero risolutiva, nemmeno ipotizzando una cessazione temporanea delle ostilità.

Scorte navali: sicurezza costosa e fragile

La prima ipotesi riguarda la scorta militare dei mercantili. Il presidente francese Emmanuel Macron ha più volte evocato la possibilità di impiegare navi da guerra francesi per proteggere il traffico commerciale nello Stretto dopo la fine del conflitto.
Washington, dal canto suo, spinge affinché anche gli alleati asiatici, come il Giappone, assumano un ruolo analogo. Ma restano due limiti evidenti: i costi elevati delle operazioni e la vulnerabilità dei sistemi di difesa in caso di attacchi con droni o missili iraniani, difficili da neutralizzare in acque ristrette e congestionate.

Bonifica dalle mine: un’ipotesi dubbiosa

La seconda opzione prevede un’operazione internazionale di sminamento navale. Germania e Belgio si sono detti pronti a inviare dragamine per ripulire l’area da eventuali esplosivi. Tuttavia, i vertici militari occidentali non sono convinti che Teheran abbia effettivamente minato lo Stretto, poiché alcune navi iraniane continuano a transitarvi senza ostacoli. In questo contesto, i dragamine potrebbero essere impiegati solo come supporto alle operazioni di scorta, senza però rappresentare una soluzione decisiva.

Controllo dall’alto: un piano costoso

Un’altra ipotesi riguarda il monitoraggio aereo con jet e droni per intercettare eventuali attacchi iraniani. Anche in questo caso gli Usa spingono per un ruolo più attivo degli europei, ma il piano presenta costi altissimi e risultati incerti. L’Iran, infatti, dispone di tattiche asimmetriche: piccoli natanti armati o droni esplosivi potrebbero colpire facilmente le navi civili. Basterebbero pochi attacchi riusciti a far crollare la fiducia di assicuratori e armatori, paralizzando di nuovo il traffico marittimo.

Diplomazia e deterrenza: la via più percorribile

L’ultima opzione combina pressione militare e canali diplomatici. L’obiettivo sarebbe costringere Teheran al dialogo, affiancando negoziati e sanzioni economiche a una presenza militare limitata ma credibile. Il ministero degli Esteri tedesco ha invitato anche la Cina a usare la propria influenza «in modo costruttivo» sul Governo iraniano, ma finora i risultati sono modesti. Nonostante i progressi scarsi, questa resta la soluzione più praticabile, almeno finché non emergerà un consenso più ampio tra i partner internazionali.

Il peggior scenario possibile: lo Stretto sotto controllo iraniano

Gli sviluppi recenti non lasciano spazio all’ottimismo. Funzionari iraniani hanno ribadito che Teheran intende mantenere il controllo del traffico nello Stretto anche a fine conflitto, e hanno persino avanzato l’idea di imporre pedaggi alle navi commerciali.
Una scelta che viola apertamente il diritto internazionale, secondo cui Hormuz deve restare un canale di navigazione libero. Una simile decisione rischierebbe di innescare una nuova spirale di tensioni globali, aggravando la fragilità dei mercati energetici già in sofferenza.

Londra guida il coordinamento internazionale

Il Governo britannico si è posto come principale promotore di una risposta comune. Il 2 aprile si è tenuto un summit virtuale di 40 Paesi, convocato dalla ministra degli Esteri Yvette Cooper, per «riaffermare la determinazione internazionale a riaprire lo Stretto di Hormuz e ripristinare la libera navigazione».

Durante l’incontro, al quale hanno partecipato ministri e sottosegretari agli Esteri di diversi Paesi – ma non gli Stati Uniti – è emersa la necessità di una strategia condivisa e di un «coordinamento efficace per garantire una riapertura sicura e duratura dello Stretto». La Cooper ha denunciato con fermezza l’atteggiamento iraniano: «Teheran si è impossessata di una rotta di navigazione internazionale per tenere in ostaggio l’economia globale, con un comportamento sconsiderato».

Crisi Stretto di Hormuz EuropaL’impatto della crisi è mondiale: non colpisce solo il Medio Oriente ma anche Asia, Africa e Occidente. I Paesi asiatici faticano a rifornirsi di gas, l’Africa soffre la mancanza di fertilizzanti e le Nazioni occidentali devono fronteggiare la crescente scarsità di carburante e l’aumento dei prezzi. «Con totale incoscienza verso Paesi che non sono mai stati coinvolti nel conflitto» – ha aggiunto la ministra britannica – «l’Iran sta danneggiando la sicurezza economica globale».

Numeri di una crisi senza precedenti

La situazione si è fatta critica nelle ultime giornate: solo 25 navi hanno attraversato lo Stretto nelle 24 ore precedenti al summit, contro una media di 150 passaggi al giorno prima del conflitto. Si contano decine di attacchi contro petroliere e imbarcazioni, e circa ventimila marinai risultano bloccati su duemila navi ferme nelle acque di Hormuz, in attesa di un via libera che tarda ad arrivare.

La crisi del Golfo, per quanto possa evocare un coinvolgimento militare, non può essere risolta con la forza, avverte Parigi. «L’idea di un intervento armato nello Stretto non è realistica», ha dichiarato il presidente Emmanuel Macron. Secondo il capo dell’Eliseo, un’operazione simile richiederebbe troppo tempo e comporterebbe enormi rischi per le vite dei civili e dei marinai, esposti ai missili e alle Guardie rivoluzionarie iraniane. La via d’uscita, conclude Macron, deve essere politica e diplomatica: solo il dialogo può garantire che lo Stretto di Hormuz torni a essere una linea di connessione globale, non un epicentro di crisi permanenti.

 

Ginevra Larosa

Foto © IA

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