Circuiti, schermi e corpi ibridi: quando l’immaginario religioso incontra la macchina e trasforma il residuo tecnologico in oggetto di culto
Il tema del sacro ha sempre interessato l’uomo, è in corso, fino all’8 dicembre 2026 alla Galleria Borghese di Roma, una mostra dal titolo Tiziano. Dialoghi tra sacro e profano.
Il titolo richiama uno dei capolavori più celebri della collezione romana, Amor sacro e Amor profano dello stesso Tiziano. Il confronto con la pala trevigiana, opera di soggetto religioso, promette di mettere in luce come il grande pittore veneto sapesse muoversi tra temi sacri e soggetti profani con la stessa forza nel colore e nella luce.
Già il termine il sacro (Das Heilige) è stato al centro di un’opera fondamentale del filosofo e teologo tedesco Rudolf Otto, pubblicata nel 1917, che anche ai giorni nostri è di grande attualità. Otto definisce il sacro non attraverso la ragione o la morale, ma come una categoria irrazionale e originaria dell’esperienza umana, che chiama numinoso. È qualcosa di radicalmente separato dalla realtà quotidiana, definito come il totalmente altro. L’esperienza del numinoso si articola in tre elementi principali, noti come mysterium tremendum et fascinans. Per tremendum, che rappresenta il momento della potenza soverchiante, della maestà (majestas) e del terrore sacro che fa sentire l’essere umano piccolo e creaturale. Per mysterium si intende il carattere nascosto che è inaccessibile alla comprensione logica o concettuale. Per fascinans, si intende il polo opposto e complementare, ovvero l’attrazione irresistibile, la grazia e il fascino che rapiscono il soggetto.
Sacro e cyberpunk
Uno sviluppo teologico e filosofico che si è sviluppato anche in altri pensatori Mircea Eliade e che trovano degli ancoraggi anche nel pensiero del nostro tempo. Pensiamo alla Divine Machinery, un’estetica web che affonda le proprie radici nell’arte e con cui il sacro torna a essere un dispositivo attraverso cui rappresentare il presente. Sono crocifissi innestati su circuiti elettronici, madonne attraversate da cavi, monitor trasformati in reliquiari. Corpi costretti in strutture che sembrano insieme arredi, protesi e altari. Anche religione raffigurata da un Buddha immobile davanti al televisore. Immagini lontane per epoca e intenzioni, eppure capaci di convivere nello stesso archivio digitale. In questa vicinanza improbabile prende forma la Divine Machinery, un termine che circola nei repertori visivi dei social per indicare un immaginario in cui simboli religiosi, circuiti, monitor CRT e anatomie artificiali si sovrappongono.
Ma ridurlo a un incontro tra sacro e cyberpunk significa perdere il quesito più importante: perché abbiamo la necessità di rappresentare la tecnologia come qualcosa da venerare? Il tema si sposta sul rapporto fra macchina e corpo: la prima riacquista un corpo; e quel corpo assume la postura di un oggetto di culto. La rete contemporanea promette fluidità, mentre la Divine Machinery predilige superfici graffiate, schermi catodici, cablaggi visibili e materiali provenienti da laboratori abbandonati. La Divine Machinery trasforma il residuo tecnologico in un’immagine carica di aspettative e inquietudine. Nasce un contatto fra la nostalgia digitale e oggetto familiare, ma quest’ultimo non sappiamo più quale funzione attribuirgli.
Contemporary Golgotha di Stane Jagodic (1999)
Questo è un esempio rivoluzionario, in quest’epoca della più grande rivoluzione dell’IA, di una figura di Cristo crocifissa su una scheda elettronica. La forza dell’opera sta nell’accostamento. Il circuito non è uno sfondo decorativo: prende il posto del paesaggio della Passione e trasforma una componente industriale in supporto di un’immagine devozionale. In TV Garden, sviluppato da Paik a partire dagli anni Settanta, i televisori convivono con piante vive. Non sono oggetti celesti, ma presenze ambientali e mettono in crisi che la tecnologia esista al di fuori della natura.
Una conclusione è certa, una macchina non è una divinità e un algoritmo non possiede una volontà trascendente. Parlare di sacralità tecnologica ha un senso se riconosciamo la metafora. La macchina diventa divina non perché sia onnipotente, ma perché il suo funzionamento ci appare distante e inaccessibile. Ma la Divine Machinery non riguarda solo oggetti elettronici. In una performance di Anna Uddenberg Continental Breakfast del 2023, il corpo viene guidato dentro strutture pseudo-funzionali che richiamano sedute, accessori di lusso e dispositivi di servizio. La combinazione corpo e macchina non è chiara, tanto che quest’ultima prescrive il comportamento del corpo.
Dalla performance al cinema, fino alla filosofia
Il cinema di David Cronenberg offre un’altra declinazione della stessa inquietudine. In Videodrome del 1983 lo schermo non è più una finestra neutra: invade la carne e destabilizza il confine tra esperienza e trasmissione. La macchina in Cronenberg non è soltanto un utensile. È una struttura che plasma posture e immaginari. Recuperare il contesto significa restituire alle immagini la possibilità di contraddirsi. Ma tornando al divino digitale, perché un Cristo su una scheda madre continua a colpire, soprattutto una nuova generazione legata ai social? Non la nascita di una nuova religione digitale, ma mostra come i dispositivi a cui ci affidiamo memoria, identità, orientamento e desiderio siano alla base di un rito collettivo senza però celebrare una nuova religione.
Paolo Montanari
Foto © Plaster Magazine, Aesthetics Wiki – Fandom












