Brexit: rivolta contro Boris Johnson, è corsa contro il tempo

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Dalle defezioni tra le fila dei conservatori alle contromosse delle opposizioni fino alle iniziative legali: si preannuncia un autunno caldo

29 Agosto 2019 | di | Europa - in evidenza - Politica

Forse sul divorzio di Londra da Bruxelles – la cosiddetta Brexitla vera battaglia è appena cominciata: dopo l’iniziale shock provocato dalla decisione del premier Boris Johnson di chiudere il Parlamento, sia i sostenitori del Remain che i fautori di un’uscita negoziata dall’Ue hanno aperto un fronte politico e giudiziario contro il premier britannico, la cui leadership dei Tory paga adesso alcune importanti defezioni. Le opposizioni si preparano a fare fuoco e fiamme non appena i deputati rientreranno dalla pausa estiva martedì 3 settembre. La sospensione voluta da Johnson scatterà nella seconda settimana di settembre e durerà fino al 14 ottobre, il che significa che il Parlamento avrà circa una settimana di tempo per agire.

          Ruth Davidson e Boris Johnson

Tornando alle defezioni per il governo la prima a lasciare la carica è stata Ruth Davidson, leader dei conservatori in Scozia, considerata determinante per recuperare elettori ai Tory a nord del Vallo di Adriano. «Il modo più semplice per evitare una Brexit senza accordo, è votare un accordo», ha dichiarato. Poi, è arrivato il passo indietro del capogruppo dei Tory alla Camera dei Lord, George Young: «Non mi hanno convinto» – ha spiegato in una lettera – «i motivi forniti per questa decisione, che credo rischi di minare il ruolo fondamentale del Parlamento, in un momento decisivo della nostra storia, e rafforza la visione che il governo potrebbe non avere la fiducia della Camera per la sua politica sulla Brexit».

BoJo, successore di Theresa May, ha disconosciuto l’accordo da lei raggiunto con l’Ue, chiedendo di rinegoziarlo. Il principale punto dolente per Londra riguarda il backstop, il meccanismo per evitare il ritorno alla frontiera fisica tra Irlanda e Irlanda del Nord. Per fare pressioni sull’Ue e convincerla a tornare sui suoi passi, il premier continua a minacciare l’uscita senza accordo il 31 ottobre. In quest’ottica si inserisce la sospensione dei lavori parlamentari fino al 14 ottobre richiesta dal governo, una mossa per togliere spazio di manovra al Parlamento che in maggioranza vuole evitare il no-deal.

               Joanna Cherry

L’opposizione si rivolge alla giustizia e al tempo stesso studia le tattiche parlamentari per infliggere uno schiaffo al premier. A Edimburgo è attesa per domani l’udienza sull’ordinanza, richiesta da diversi deputati del Partito nazionalista scozzese (Snp) guidati da Joanna Cherry. Un tentativo analogo di bloccare la sospensione dei lavori parlamentari è in corso presso l’Alta Corte di Belfast, in Irlanda del Nord. Il leader dei laburisti, Jeremy Corbyn, ha assicurato che martedì prossimo, alla ripresa dei lavori parlamentari, cerchera’ di “fermare politicamente” Johnson, in qualsiasi modo, anche continuando a perseguire l’idea di proporsi come premier.

La carta della sfiducia sarà giocata al “momento appropriato”, ha aggiunto. «Quello che faremo» – ha spiegato – «è cercare di fermarlo politicamente martedì con un procedimento parlamentare per legiferare in modo da impedire una Brexit no-deal e anche di impedirgli di chiudere il Parlamento in un momento così cruciale». Diverse azioni legali sono state presentate contro l’iniziativa del premier, che le opposizioni denunciano come una mossa anti-democratica: la battaglia legale vede protagonista fin da ieri Gina Miller, attivista che già nel 2016 era riuscita a far affermare il diritto del Parlamento a discutere della Brexit.

                         Gina Miller

Attaccando il piano “cinico e codardo” di BoJo, la Miller ha chiesto con urgenza all’Alta Corte una revisione giuridica della sospensione dei lavori parlamentari: «Sebbene la pratica sia costituzionalmente accettabile nel Regno Unito, mai nessun premier nella storia moderna ha tentato di usarla in maniera così sfacciata», ha denunciato, parlando di «un giorno nero per la democrazia». Intanto, ha superato il milione e mezzo di firme la petizione promossa contro la decisione del premier britannico. Per i firmatari, «il Parlamento non deve essere sospeso o sciolto a meno che, e fino a quando, l’Articolo 50 non sia stato esteso a sufficienza o l’intenzione del Regno Unito di uscire dall’Ue non sia stata annullata».

L’Unione europea si prepara a un eventuale, sempre più probabile, no-deal. Bruxelles «continuerà a proteggere gli interessi dei suoi cittadini e imprese, così come le condizioni per la pace e la stabilità sull’isola di Irlanda. È nostro dovere e nostra responsabilità», ha scritto su Twitter il capo-negoziatore dell’Ue per la Brexit, Michel Barnier. Christine Lagarde, futura presidente della Bce, è ottimista: «Nel complesso», ha commentato, «sono certa che le misure adottate finora hanno limitato l’impatto dell’uscita del Regno Unito dall’Ue sull’accesso ai servizi finanziari nell’area dell’euro».

Il colpo di mano di Johnson ha riempito le piazze di Londra, Manchester, Edimburgo e altre grandi città, dove mercoledì sera migliaia di persone hanno manifestato chiedendo democrazia. E altre proteste sono previste nel fine settimana e poi martedì, in occasione del rientro dei parlamentari dalle vacanze, rispondendo a un appello lanciato dall’organizzazione di sinistra “People’s Assembly”. Da Bruxelles a parlare è il capo negoziatore Ue per la Brexit Michel Barnier: «Il primo ministro Boris Johnson ha detto che il Regno Unito lascerà l’Unione europea il 31 ottobre. In qualsiasi circostanza, l’Ue continuerà a proteggere gli interessi dei suoi cittadini e delle imprese, così come le condizioni per la pace e la stabilità sull’isola di Irlanda. È nostro dovere e nostra responsabilità», ha chiarito su Twitter.

 

Angie Hughes

Foto © The Guardian, Sky News, Facebook, Gds

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