Francia, Germania e Gran Bretagna «lasciate la Cina»

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Oltre 24mila contagi e 490 morti, ma aumentano le persone guarite. Oms ribadisce la presenza di focolai, non pandemia. Critiche agli Usa e all’Italia

4 Febbraio 2020 | di | Attualità - in evidenza - Mondo - Primo Piano

La diffusione del coronavirus secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms, WHO in inglese, World Health Organization) non è ancora una pandemia, ma in Cina il contagio continua ad allargarsi, con 24.324 casi e almeno 490 morti. In questa situazione diversi Paesi immaginano misure di contenimento ancora più drastiche: in particolare Francia, Gran Bretagna e Germania hanno chiesto ai propri cittadini di valutare la possibilità di lasciare il Paese, per i connazionali «che non hanno motivi essenziali per rimanere».

Dalla Cina, che resta il fronte principale della lotta all’epidemia, arriva un’altalena di notizie che da un lato confermano l’allarme, con 3.887 nuove infezioni in 24 ore, dall’altro fanno intravedere anche un barlume di speranza. I morti sono saliti a 490, soprattutto nella provincia focolaio di Hubei, dove si segnalano 65 nuovi decessi. Si registra anche la prima vittima a Hong Kong, un paziente di 39 anni (la maggior parte delle vittime aveva oltre 60 anni), che rientrava da Wuhan: è il secondo decesso fuori dalla Cina continentale, dopo quello registrato domenica nelle Filippine.

Allo stesso tempo aumentano anche le persone che sono guarite: finora sono 635 i pazienti dimessi dagli ospedali cinesi, 160 nelle ultime 24 ore. Una conferma, fino a questo momento, che il tasso di mortalità è molto più basso della Sars, che nel 2003 provocò circa 800 vittime. Inoltre l’Oms ha dichiarato che «attualmente non siamo ancora in una situazione di pandemia», ma di «focolai multipli», soprattutto in Cina dove vi sono il 99% dei casi. Le autorità cinesi al contrario restano in piena emergenza. Le restrizioni alla libertà di movimento, che già hanno posto 50 milioni di persone in una quarantena di fatto in gran parte dell’Hubei, sono state adottate anche in tre grandi centri nella provincia orientale dello Zhejiang, a centinaia di chilometri dall’epicentro dell’epidemia.

Nello Heilongjiang, nel nordest, l’alta corte ha addirittura previsto fino al massimo della pena di morte per chi provochi intenzionalmente il contagio e 15 anni di carcere per chi diffonda fake news. Anche la Croce Rossa locale è finita nel mirino: tre dirigenti sono stati indagati dall’anticorruzione, con l’accusa di cattiva gestione delle numerose donazioni ricevute. L’agitazione a Pechino è palpabile, anche perché il progressivo isolamento del Paese ha pesanti ricadute sulla sua economia. Il ministero degli Esteri si è scagliato soprattutto contro gli Usa. Prima accusandoli di diffondere il “panico” per aver imposto il bando ai viaggiatori cinesi. Ora riferendo di non aver ricevuto gli aiuti promessi.

Una critica, pur con toni più morbidi, è stata rivolta anche all’Italia, a cui è stato suggerito di “non eccedere” nelle misure di contenimento, dopo aver interrotto i voli diretti con la Cina come gli Stati Uniti. All’estero, nonostante gli appelli della Cina alla calma, il livello di attenzione resta altissimo perché il coronavirus è già in 25 Paesi. Francia, Germania e Gran Bretagna hanno suggerito ai connazionali di valutare se lasciare il Paese, perché nelle prossime settimane i collegamenti aerei potrebbero ridursi ulteriormente. In Italia scatteranno controlli per la febbre negli aeroporti per i voli internazionali. Nel frattempo in Giappone 3.700 turisti sono in quarantena su una nave da crociera nella baia di Yokohama dopo che dieci persone sono risultate positive al coronavirus.

Il governo italiano cerca di contenere la psicosi dilagante e, anche per questo, aumenta i controlli. La linea della prudenza è massima: ora i check-up della temperatura non sono più previsti soltanto per Fiumicino e Malpensa, ma diventano obbligatori in tutti gli aeroporti italiani per gli arrivi dall’estero, compresi i voli europei. La task-force che si riunisce ogni giorno al ministero della Salute prende decisioni di peso ogni giorno. L’ultima, con la Protezione Civile, è di rafforzare sensibilmente controlli e personale medico in porti e aeroporti.

Intanto a Roma crescono le preoccupazioni per i coniugi cinesi contagiati dal virus e ricoverati all’Ospedale Lazzaro Spallanzani da una settimana. Nelle ultime ore si sono aggravati e sono stati spostati in terapia intensiva per una insufficienza respiratoria. Così è successo, fa sapere l’istituto, «nei casi fino a ora riportati in letteratura». Per il momento si prova con tutte le cure possibili, compresi farmaci sperimentali. Le loro condizioni sono «compromesse ma stazionarie», in prognosi riservata. Fino a oggi, dall’istituto sono stati dimessi 26 pazienti e restano ricoverate 11 persone provenienti dalla Cina che presentano sintomi sospetti, in attesa di conoscere i risultati del test.

Non c’è ancora traccia di infezione, invece, per le 20 persone che hanno avuto contatti con la coppia positiva, che continuano a essere tenute sotto osservazione dall’ospedale. Buone notizie per lo studente italiano di 17 anni che non è potuto partire da Wuhan con il volo speciale per i rimpatri a causa della febbre: dopo le analisi è stato escluso il contagio, si tratterebbe semplicemente di un forte raffreddore. «Questa sì che è una buona notizia!» gioisce su Facebook la viceministra dell’Istruzione, Anna Ascani (v. post sotto). «Per lui, l’Italia intera tira un sospiro di sollievo, mentre la Farnesina è già al lavoro per riportarlo a casa».

 

Questa sì che è una buona notizia! Non è stato contagiato dal virus del #coronavirus lo studente italiano, in Cina per…

Geplaatst door Anna Ascani op Dinsdag 4 februari 2020

 

Elodie Dubois

Foto e video © PBS, WHO

 

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