Il cinema piange Manoel de Oliveira. Enorme il suo lascito artistico.

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Muore a 106 anni il grande regista portoghese. I suoi film come un argine opposto all’oblio. Aveva partecipato all’ultimo Festival di Venezia

3 Aprile 2015 | di | Cinema - Cultura

Pochi hanno saputo miscelare con tanta grazia malinconia e umorismo, pochi hanno saputo veicolare in maniera tanto lucida il senso di mistero che aleggia attorno alle nostre vite, la profondità che si cela nell’apparente banalità del quotidiano. Manoel De Oliveira purtroppo ci ha lasciati. Ci illudevamo non dovesse farlo più, visto che aveva superato la soglia dei centosei anni senza abdicare alla propria passione cinematografica.

Solo due anni fa eravamo stati a Oporto, prezioso scrigno della sua esperienza, senza riuscire ad incontrarlo. Chi lo conosceva lo aveva descritto in ottima forma, ancora assiduo frequentatore dei concerti da lui tanto amati. Preferiva salire le scale dell’auditorium a piedi, trascurando con caparbietà il più comodo ascensore, indice del suo carattere tenace. Instancabile cantore della vita umana, de Oliveira aveva presentato il suo cortometraggio O Velho do Restelo, estremo lascito testamentario, all’ultimo Festival di Venezia.

67767-manoel-de-oliveiraLa sua esperienza risale quasi agli albori del cinema. Classe 1908, aveva iniziato la propria carriera negli anni trenta. Il suo primo cortometraggio, Douro, Faina Fluvial (1931) viene accolto con disattenzione in patria, mentre riceve il plauso della critica francese. Aniki Bobò (1942), il suo primo lungometraggio sovente visto come anticipatore del neorealismo, è  in realtà una celebrazione della libertà dell’infanzia, in quanto tale lontana dalle pastoie che imbrigliano l’età adulta e quindi intrisa di poetica antinaturalista.

De Oliveira sarà sempre un regista della memoria, legato indissolubilmente al suo luogo natale, quella città di Oporto alla quale dedicherà anche una pellicola a metà fra il film e il documentario, un toccante e malinconico sguardo su un’epoca definitivamente tramontata. Negli anni del regime di Salazar vive appartato, schivo di fronte a una realtà di fronte alla quale non può piegarsi.

In seguito la sua creatività esplode prepotente. In Francisca (1981), forse la sua opera più nota, si definiscono i suoi peculiari canoni stilistici: messa in scena dal carattere teatrale e raffinatissimo, personaggi depurati di qualsiasi eccesso espressivo.

Fra i suoi film più belli ricordiamo ancora Viagem ao Principo do Mundo (1997), ultima prova di un Marcello Mastroianni in stato di grazia, alter ego del regista stesso, Je rentre à la Maison (2000), protagonista un’altra icona del suo cinema, Michel Piccoli, una toccante riflessione sul sottile confine fra realtà e apparenza; e ancora O Quinto Império (2004), complessa e accattivante meditazione sul potere, e Belle Toujours (2006), commosso omaggio al maestro Buñuel.

Molti i premi guadagnati nel corso di uno straordinario percorso artistico. Un Leone d’argento a Venezia per A Divina Comédia (1981), un premio della giuria a Cannes per A Carta (1999), ancora un lavoro incentrato sul tema dell’impossibilità dell’amore, sino al Leone e alla Palma d’oro alla carriera.

Lamentava la perdita di umanità del cinema moderno de Oliveira, la ricerca dell’effetto gratuito, la mancanza di semplicità. La sua forza risiede nella capacità di trattare temi di grande spessore con apparente leggerezza, sempre guidato da un senso estetico infallibile. La sua arte è un tentativo di porre un argine alla fugacità del tempo e delle cose, il suo cinema è un grande poema dedicato all’insondabile mistero dell’oblio.

Riccardo Cenci

foto

in alto © cineblog.it

al centro © rbcasting.com

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