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Papa Francesco implora la misericordia divina contro il flagello

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Un Decreto della Penitenzieria apostolica concede l’indulgenza plenaria ai malati di coronavirus, a chi li assiste e a tutti i fedeli del mondo che pregano per loro

22 Marzo 2020 | di | Religione

Qualche giorno fa hanno fatto il giro del mondo sui telegiornali, le immagini di Papa Francesco che percorre a piedi un tratto di via del Corso in una Roma deserta, come in pellegrinaggio, per raggiungere la Chiesa di San Marcello ove è custodito, sull’altare, un Crocifisso miracoloso che nel 1522, venne portato in processione per i quartieri della città perché finisse la “Grande Peste” nella Città Eterna. In precedenza il Papa si era recato in visita alla Basilica di Santa Maria Maggiore per rivolgere una preghiera alla Vergine Salus populi Romani la cui icona è lì venerata. Nella storia si sono verificati eventi che ricordano molto la terribile pandemia del coronavirus che stiamo vivendo. Protagonista fu questo Crocifisso romano in legno scuro risalente al XV Secolo di scuola senese che è all’interno della Chiesa, edificio che sorge nell’omonima piazza di San Marcello, uno slargo che si apre su via del Corso a pochi passi da piazza Venezia. Questo Crocifisso è particolarmente venerato dai  romani per le molteplici storie di miracoli ad esso attribuiti.

Narrano le cronache che nella notte del 23 maggio del 1519 un incendio distrusse la chiesa. Il giorno seguente quando i fedeli si accostarono alle ceneri rimaste, trovarono il crocifisso miracolosamente indenne. Tre anni dopo – 1522 – una grave pestilenza colpì l’Urbe. I romani decisero quindi di portare il crocifisso fino alla Basilica di San Pietro. Dalla Chiesa si mosse una imponente processione, l’intera popolazione romana vi partecipò. Religiosi, clero, nobili, cavalieri, uomini e donne del popolo. “Scalzi et coverti di cenere” a una alta voce interrotta da singulti e sospiri gridavano “Misericordia SS.Crocifisso”. La processione iniziò il 4 agosto e terminò il 20 quando giunse a San Pietro. Lo stesso giorno, la peste scomparve da Roma. Nacque così la tradizione romana di portare il crocifisso ligneo in processione nel periodo della quaresima. Sul retro del Crocifisso sono impressi i nomi dei Pontefici e gli anni di indizione dei Giubilei.

Giovedì 19 marzo, Festa di San Giuseppe, la Chiesa Italiana ha promosso un momento di preghiera, con una diretta di TV2000 da Roma dalla Basilica di San Giuseppe al Trionfale. In tale occasione Papa Francesco dal Vaticano, ha inviato a tutti i fedeli il messaggio: «In questa situazione inedita, in cui tutto sembra vacillare, aiutiamoci a restare saldi in ciò che conta davvero, voglio dividere con voi il momento così drammatico…la recita del Rosario e la preghiera degli umili…abbiamo bisogno di essere davvero consolati di sentirci avvolti dalla presenza d’amore di Maria e del Padre misericordioso…questa esperienza si misura nella relazione con gli altri, facciamoci prossimi l’uno dell’altro esercitando noi per primi la carità, la comprensione, la pazienza e il perdono. Preghiamo uniti, affidandoci all’intercessione di San Giuseppe, custode della Sacra Famiglia custode di ogni nostra famiglia…lasciandoci guidare sempre senza riserve dalla volontà di Dio».

Bergoglio ha poi proseguito il suo messaggio dicendo: «Padre Misericordioso sostieni chi si spende per i bisognosi, i volontari, gli infermieri, i medici che sono in prima linea per curare i malati anche a costo della propria incolumità…Accompagna San Giuseppe le famiglie, costruisci  l’armonia tra genitori e figli…preserva gli anziani dalla solitudine fa che nessuno sia lasciato nell’abbandono, consola chi è più fragile…e – rivolto alla Vergine Madre – supplica il Signore perché liberi il mondo da ogni forma di pandemia. Amen».  La recita del Rosario, andata in onda alle ore 21, ha  avuto un riscontro, anche in streaming, di quasi un milione di fedeli in tutta Italia. «C’è una emergenza sanitaria» – ha dichiarato il direttore di Tv2000 – «ma anche un’emergenza spirituale e culturale che certamente non riguarda solo chi è credente, della quale dobbiamo tutti  farci carico».

La visione, sui canali televisivi  di camion militari che a Bergamo portavano oltre 70 casse di persone decedute negli ospedali per la pandemia, ha commosso il mondo. Persone che non hanno avuto il conforto dei loro cari e religiosi “pezzi di storia che se ne vanno”. Venerdì scorso la Penitenzieria apostolica ha emesso un decreto diretto agli “operatori sanitari, ai familiari e a tutti coloro che anche con la preghiera si prendono cura dei malati” che dispone “l’indulgenza plenaria ai fedeli affetti da coronavirus in punto di morte  e a colui che abbia recitato durante la vita qualche preghiera”. Al Vescovo locale spetta poi la decisione della necessità della “assoluzione collettiva” ad esempio all’ingresso dei reparti ospedalieri ove si trovino contagiati in pericolo di morte “a più fedeli insieme senza la previa confessione individuale”.

Altra indicazione è quella, prevista dal decreto, di “costituire laddove necessario in accordo con le autorità sanitarie gruppi di cappellani ospedalieri straordinari anche su base volontaria, per garantire la necessaria assistenza ai malati e ai morenti”. Per il conseguimento dell’indulgenza è raccomandabile l’uso del crocifisso o della croce. Questa pandemia che stiamo tutti vivendo può segnare una differenza fra un prima e un dopo, spingendoci a dare una personale risposta su cosa sia superfluo e cosa sia essenziale nella nostra vita. Una volta finita la pandemia vedremo tutto con occhi nuovi e torneremo ad interrogarci sul senso delle cose, proprio perché maggiormente consapevoli dei nostri limiti, cosa che avevamo perso.

Ora che restiamo a casa dedichiamo più spazio alla famiglia, alla lettura. La tecnologia può aiutarci con le videochiamate per vedere i nostri cari che non abitano con noi, risvegliamo la voglia di leggere un libro che avevamo abbandonato. Vorrei concludere con una poesia che il grande attore e poeta romanesco Checco Durante (Trastevere 1893-1976 e che ho avuto il piacere di incontrare) ideò e cantò nel 1950 durante la processione di San Giuseppe al Trionfale, festa che è rimasta famosa nella tradizione popolare romana anche per le frittelle con crema che vengono vendute in quel giorno: “San Giuseppe frittellaro / tanto bono e tanto caro/ tu che sei così potente / da aiutà la pora gente / tutti pieni de speranza/ te spedimo quest’istanza/ fa finì sta pandemia”.

 

Giancarlo Cocco

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