Quando c’era l’URSS: Piretto racconta 70 anni di storia sovietica

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L’utopia comunista nelle opere d’arte, nel cinema e nella letteratura, ma anche le merci, i prodotti, le abitudini e i modi di essere dell’uomo russo

19 Marzo 2019 | di | Cultura - Libri

Un velo di malinconia si distende sulle cose scomparse, figlie di un tempo estinto e irrecuperabile; un sentore di struggente nostalgia che traspare inevitabile nelle pagine dell’ultima fatica di Gian Piero Piretto dal titolo Quando c’era l’URSS (Raffaello Cortina Editore), nonostante l’obiettività e il rigore garantiti dalla caratura del suo autore. Eventi ma specialmente oggetti, opere d’arte, abitudini, modi di essere che si fatica a consegnare all’oblio. Un mondo da approcciare scevri di qualsiasi pregiudizio, aperti all’esplorazione degli abissi più reconditi dell’anima russa.

Settanta anni di storia culturale sovietica recita il sottotitolo del volume, curatissimo nella veste grafica, ricco di immagini che riportano il lettore all’interno del grande sogno utopico comunista. Dagli slanci rivoluzionari, forieri di fermenti avanguardistici, sino al dissolversi dell’elefantiaca struttura, erosa dalle frustrazioni dei suoi stessi abitanti. Resta la grandiosità del sogno. Nessuno forse prima di allora, dopo i grandi imperi dell’antichità, aveva osato unire tanti popoli diversi, tante variegate etnie, sotto un’unica bandiera.

Ora che il grande impero non c’è più, molti vorrebbero risuscitarlo, secondo quel meccanismo psicologico che ammanta il passato di un’aura mitica. Merito di Piretto aver riempito queste pagine con lo spirito del tempo trascorso, ricorrendo a una messe enorme di fonti. I nostalgici troveranno pane per i loro denti, ma anche chi si interessa semplicemente alla storia non potrà sfuggire il fascino di una ricerca scrupolosa ma affatto pedante, dettagliata ma viva e appassionata, sempre ricca di spirito e di umanità.

Del resto l’Unione Sovietica ha dato moltissimo dal punto di vista culturale, durante l’intero corso della sua esistenza. Innumerevoli traiettorie che faticano a inquadrarsi nella riduttiva etichetta del realismo socialista. All’inizio vi furono le avanguardie, con la loro creatività scattante e immediata, in seguito mortificata dall’imporsi dell’ottica di regime. La deificazione di Stalin porta al terrore, alla collettivizzazione forzata e alla soppressione dell’esternazione religiosa. Eppure l’uomo russo ha dentro di sé una spiritualità inestinguibile, che alimenta la ricerca estetica.

Il 1930 rappresenta uno spartiacque fra il modo di pensare bolscevico-rivoluzionario e la maniera staliniana. Inizia il grande carnevale totalitario, dal carattere spiccatamente onirico, con le sue parate e i suoi orpelli. Un regno del kitsch nel quale, secondo le parole di Milan Kundera, il vero nemico è l’uomo che osa interrogarsi: una domanda è come un coltello che squarcia la tela di un fondale dipinto per permetterci di dare un’occhiata a ciò che si nasconde dietro(cit. pg. 159).

Attraverso il cinema, la letteratura, le arti figurative, la pubblicistica, la moda, assistiamo al dipanarsi dell’arte russa autentica, che travalica i confini  imposti dall’alto. Incontriamo così figure ingiustamente neglette come quella di Michail Kalatozov, autore del magnifico Quando volano le cicogne” (1957), un capolavoro scevro di qualsiasi retorica propagandistica e pregno di autentico spirito russo, pervaso da un afflato sentimentale emotivamente toccante.

Ampio spazio viene dedicato al caso Hemingway, scoppiato alla fine degli anni cinquanta, non tanto inteso come modello letterario quanto quale esempio di spontaneità vitalistica. Il suicidio non fece altro che acuirne il mito. Anche l’atto del bere, da piaga sociale assunse per un istante connotazioni libertarie e bohèmienne.

Piretto sfoggia una grande capacità comparatistica e associativa. Il nomadismo erratico di un Kerouac e dell’intera beat generation, si colora in Unione Sovietica di istanze del tutto nuove. La Russia diviene un Paese da scoprire, percorso in lungo e in largo dai nuovi fanatici della strada, i cosiddetti turisty. Di questo fenomeno si fece interprete Vasilij Aksënov nel suo romanzo Il biglietto stellato, simbolo di un’aspirazione verso la libertà personale inevitabilmente repressa dal sistema. Resta l’anelito, e non a caso il libro ebbe un enorme successo fra le giovani generazioni.

E ancora si indaga il mito di Jurij Gagarin, il ragazzo della porta accanto dedito alla causa socialista fino al periglioso salto nello spazio. La tensione metafisica indubbiamente presente nell’anima russa, viene ora mortificata dalla constatazione dell’astronauta stesso, il quale ha esplorato l’universo senza trovare alcuna traccia di Dio.

Impossibile in questa sede riassumere la quantità di storie e di nozioni presenti nel volume. Parlando della cultura sotterranea degli anni settanta, vediamo il poeta Oleg Grigor’ev, quasi ignoto dalle nostre parti, dalla vita emarginata e dal destino tragico. Insieme a lui entriamo nelle cucine comunitarie, rifugio di intellettuali consegnati all’anonimato, spazi accoglienti e complici per le loro opere. Storie solo apparentemente marginali rubano la scena alle vicende dei grandi dissidenti, già ampiamente note e quindi considerate meno interessanti.

Piretto, già autore di un prezioso volume sugli oggetti sovietici, non rinuncia a quello che potremmo definire minimalismo storico; ovverosia non si concentra esclusivamente sui grandi accadimenti, ma esplora i più nascosti meandri dell’uomo sovietico. Scopriamo così aspetti inediti di personalità note come quella di Ejzenštejn, dedito alla redazione di disegni pornografici di natura strettamente privata che svelano il lato ironico e ludico del grande regista.

Non viene trascurata neppure la musica rock, che negli anni ottanta e novanta vive una grande fioritura. La figura di Viktor Coj, leader dei Kino, incarna la versione russa del cantante maledetto. La morte prematura in un incidente d’auto lo proietta inevitabilmente nel mito. Un evento epocale paragonabile, pur nella distanza temporale, alla morte del cantautore Vysockij.

Le controculture si insinuano nella narrazione, crepano a poco a poco il grande monolite socialista portandolo al collasso. Il crollo dell’URSS ci introduce nella storia più recente, facendoci comprendere meccanismi ancor oggi validi per orientarsi nel presente. Il passato riemerge con forza, non si può dimenticare, sfugge continuamente l’oblio per presentarsi vivo nei controversi destini dell’uomo contemporaneo. Non a caso la nostalghia di tarkovskiana memoria, intesa non solo come sofferenza dell’esule ma anche come distanza da sé stessi, come contrasto fra una fede impossibile e un fragile raziocinio, come afflato mistico che rasenta la follia, permea ancora lo spirito di questo popolo. È lo stesso regista a definire la specificità del termine nella cultura del suo Paese, rispetto all’accezione occidentale: una specie di malattia mortale, una compassione profonda che lega non tanto alla propria privazione, mancanza o separazione, quanto alla sofferenza degli altri cui ci si accosta come per un legame passionale. Dalle pagine del libro emerge prepotente questa sensazione di tormento collettivo, questa pulsazione comune che è forse la vera specificità dell’anima russa.

 

Riccardo Cenci

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Gian Piero Piretto

Quando c’era l’URSS

Raffaello Cortina Editore, 2018

Pg. 632 € 39,00

 

 

 

 

 

In evidenza dettaglio della copertina del libro

Immagini tratte dall’interno del libro

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