Regno Unito fuori dall’Unione europea a tutti i costi

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Brexit, Johnson conferma l’addio all’Ue il 31/10. Anche in Irlanda del Nord, dopo Scozia e Galles, attacchi per opzione “no deal”. E per il rischio abolizione del backstop

31 Luglio 2019 | di | Attualità - Europa - Politica

L’aveva promesso Boris Johnson: non ci saranno soluzioni alternative, il Regno Unito uscirà dall’Unione europea il 31 ottobre prossimo «senza se e senza ma». E per ora, a differenza di chi lo ha preceduto, gli unici viaggi del primo ministro britannico sono solo nelle terre facenti parte dell’Union Jack. Che gli stanno riservando non poche sorprese, a dire il vero.

E così, dopo Scozia e Galles, è stata la volta dell’Irlanda del Nord. Ma anche qui non si è trattata di una passeggiata la missione del neopremier. Anzi. Tra aspre critiche dei suoi interlocutori politici e proteste di piazza. Il punto dolente è proprio lo scenario di una Brexitno deal“, ossia un’uscita della Gran Bretagna dall’Ue senza accordo, con il quale il successore di Theresa May continua a minacciare la controparte Ue.

La leader del Sinn Fein, Mary Lou McDonald, lo ha detto chiaramente: sarebbe «una catastrofe», sia per l’economia, che per la società, oltre che per il processo di pace irlandese. Stesso pensiero per i manifestanti che si sono radunati a Stormont, tra i quali gli abitanti delle zone di confine tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda, oltre ai lavoratori di un’accaieria a rischio chiusura a Belfast.

          La leader del DUP Arlene Foster

All’attacco perfino i rappresentanti del Dup, il Democratic Unionist Party, partito che sorregge la maggioranza dei Tories nel governo britannico, che hanno accusato Johnson di “non essere obiettivo” riguardo al tema della Brexit. Il premier ha risposto che intende condurre colloqui mirati per poter finalmente mettere in piedi un esecutivo duraturo in Irlanda del Nord, superando le distanze.

«Londra sarà neutrale sulle questioni politiche, ma non sull’integrita» del Regno Unito, ha ribadito il nuovo inquilino di Downing Street, per superare l’impasse politica che impedisce il pieno funzionamento delle istituzioni nordirlandesi. Situazione che va avanti da marzo 2017 per l’impossibilità di trovare un accordo tra i due principali partiti, il repubblicano Sinn Fein e l’unionista Dup.

Ciò impedisce il ripristino del cosiddetto sistema di “power sharing”, che dagli accordi di pace del 1998 regola il funzionamento del governo di Belfast. Johnson ha chiesto ai leader dei cinque principali partiti della regione di trovare un compromesso, ipotizzando anche il mantenimento del confineaperto” tra le due Irlande, anche dopo l’uscita del Regno Unito dall’Ue il prossimo 31 ottobre.

Eppure il primo consigliere per l’Europa del neoprimo ministro britannico, David Frost, si è recato a Bruxelles per chiedere l’esatto contrario, ovvero «l’abolizione del backstop» (rete di sicurezza) irlandese e di abbandonare la resistenza alla rinegoziazione di elementi chiave dell’accordo di divorzio siglato l’anno scorso da Theresa May. Altrimenti «che ci si prepari a un’uscita disordinata» no deal.

Il “backstop” è una soluzione temporanea per impedire il ritorno di un confine fisico in Irlanda, dove i 500 chilometri che separano la provincia britannica dell’Irlanda del Nord dalla Repubblica d’Irlanda diventerà l’unica frontiera terrestre tra l’Ue e il Regno Unito. Questo meccanismo, previsto dall’accordo tra Theresa May e i vertici europei, è quello di creare un “territorio doganale unico”, comprendente UK e Ue.

Obiettivo: preservare gli accordi di pace del 1998, che hanno posto fine a tre decenni di violenze nell’Irlanda del Nord, ma anche all’integrità del mercato unico europeo. Questa disposizione, molto controversa nel Regno Unito, ha contribuito in maniera preponderante alle tre bocciature dell’accordo di divorzio da parte dei parlamentari britannici e, in definitiva, alla caduta di Theresa May.

 

Angie Hughes

Foto © France24, LBC, County Press, Belfast Telegraph

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