Storie, amori, arte e avventure nel Gran tour d’Italia

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Quando la Penisola era la meta principe della cultura europea, fra strade perfette e ricchi acculturati. Pesaggi che attiravano innamorati e malati

16 Dicembre 2017 | di | Costume - Viaggi

Con il Settecento, insieme all’epoca dei lumi, nasce l’interesse per l’archeologia e la riscoperta della classicità che certo non potevano lasciare indifferenti gli intellettuali e l’Italia, divenne la loro meta preferita. Questo amore per il Belpaese divenne subito una moda anche nei secoli successivi, grazie al progresso industriale, si svilupparono i trasporti ferroviari di massa.

Così, a qualche centinaia di stranieri, si sostituirono ben presto, migliaia di persone provenienti da ogni parte d’Europa, soprattutto dalla Gran Bretagna, dalla Germania, dai Paesi Scandinavi e dalla Francia. Il termine “Grand Tour” fu usato per la prima volta da un inglese, Richard Lassels, un prete cattolico, nella sua guida “Un viaggio in Italia” del 1698.

Un termine venne adottato ben presto in tutta Europa e si coniò anche il neologismo contrario le Petit Tour per indicare un viaggio in versione ridotta con visite veloci in Francia, in Germania, Austria, la Svizzera e occasionalmente le Fiandre, ma piccolo o grande nel viaggio rimaneva sempre come meta ambita l’Italia. Il percorso era quasi sempre lo stesso con viaggi che duravano anche dei mesi visti anche i mezzi di locomozione del tempo.

Così, mentre gli inglesi scoprivano la bellezza di Firenze, di Siena o di Lucca, i francesi erano affascinati da Milano, mentre gli artisti tedeschi, insieme agli scandinavi, colonizzarono Roma e la sua campagna circostante e, proprio negli stessi anni arrivavano anche i primi americani a conoscere l’Italia.

Dopo Parigi ecco l’Italia e la prima città che incontravano, anche per motivi geografici, era Torino per proseguire subito verso Venezia, da sempre città romantica, con qualche brevi deviazioni verso Pisa, Padova, Bologna e, infine, Roma anche in senso letterale.

Per questi viaggiatori, siamo nel XVIII secolo, l’Urbe era considerata la città più a sud del Paese che meritava di essere visitata, mentre il resto dell’Italia era avvolto dalle nebbie dell’ignoranza e non interessava nessuno, solo quando cominciano gli scavi ad Ercolano nel 1738 e a Pompei nel 1748 il Meridione, con Napoli, furono inclusi come tappe fondamentali nell’itinerario dei viaggiatori.

Ma il Grand Tour, non era solo come un viaggio formativo per la cultura, anzi, molti, sciupavano gran parte del tempo e dei soldi per scopi non proprio istruttivi: giochi d’azzardo, feste, grandi bevute e il tutto condito con incontri amorosi assai pericolosi; non era raro, per molti di loro, tornare nel loro Paese infettati da malattie veneree.

Ma come si viaggiava sulle strade italiane tra il XVIII e il XIX secolo? Bene per lo standard europeo come in Toscana, governata dai Granduchi di Lorena, nella quale era stata avviata una politica per la viabilità e le strade con interventi di rimodernamento con nuove carrozzabili, ristrutturando le stazioni di posta, considerate per il tempo un “moderno” esempio di architettura stradale.

All’epoca, può sembrare strano, ma la condizione delle strade, escluse alcune zone del Sud, erano considerate dai viaggiatori abbastanza buone, addirittura gli stranieri erano affascinati da alcune particolarità delle nostre strade.

François René de Chateaubriand le trovò eccellenti a Torino e Milano che il traffico era agevolato da un accorgimento innovativo: «Nel mezzo di Milano» – affermava lo scrittore francese – «perché il movimento delle vetture sia più comodo, hanno sistemato due fine parallele di pietre piatte su cui scorrono agevolmente le ruote delle vetture evitando così le asperità del selciato».

Altri, turisti usavano quella che si può definire a buon diritto l’antenata della odierna roulotte, una carrozza, in realtà era una vera e propria casa in miniatura, dove c’era la camera da letto, un salottino con biblioteca e una piccola cucina, ma senza i servizi igienici, per fortuna la natura aiutava alla bisogna.

Solo verso la metà dell’Ottocento, nasceva il moderno turismo di massa.

In una lettera di Lord Byron scrive su questo argomento: «Avrei voluto andare a Roma» – scrive – ma in questo momento è infestata da inglesi. È da pazzi» – aggiunge – «viaggiare adesso in Francia o in Italia, finché quest’orda non si sia ritirata. Forse fra due o tre anni la prima ondata sarà passata e il continente ritornerà sgombro e piacevole come prima».

Ai tanti ricchi stranieri in cerca di meraviglie, si affiancavano anche altre due categorie non meno numerose: gli innamorati e i malati.

Per i primi la lista è talmente lunga da Lord Byron a Franz Liszt che non basterebbe alcuni volumi, mentre i secondi, certamente facoltosi, avevano trasformato la Penisola in una specie di grande sanatorio dove andare principalmente a svernare i rigidi inverni del Nord Europa, grazie al clima assai mite di Roma o di Napoli, per non citare la Sicilia, il tutto accompagnato da una qualità di vita assai piacevole.

Per concludere questa breve storia ricordiamo un caso divertente quello del romanziere irlandese, Charles James Lever, il quale avendo una idea assai approssimata dell’Italia pensò bene di far vestire tutta la famiglia con presunti costumi italiani, prima di arrivare a Firenze, allora considerata dai sudditi di sua Maestà la vera capitale d’Italia.

In realtà erano vestiti pseudo-tirolesi con cappellucci a cono adorni di nappe dorate e per il massimo della sobrietà anche delle piume di pavone. Arrivati nella città conciati in questa maniera, furono scambiati per membri di un circo equestre e Lever ebbe subito una scrittura da un impresario locale che vide in questa carovana veramente qualcosa di buffo.

Ma la cosa a nostro avviso curiosa fu che Lever non accettò solo perché di lì a pochi giorni doveva raggiungere Trieste per prendere il suo posto di Console e certamente qualcuno gli dovette consigliare che non era cosa molto indicata lavorare in un circo per un neo-diplomatico.

Anni fa, a margine di una conferenza, domandai ad un noto tour operator se era possibile far rinascere il gusto per il Gran Tour «Certo» – mi rispose – «oggi ci sono molti più soldi di un tempo, (ma eravamo, però, nel 2006, ndr) mancano, però, due ingredienti fondamentali; i luoghi incontaminati da scoprire e la qualità delle persone che viaggiano per capire e amare un luogo che non serve solo per mandare le foto con il cellulare agli amici».

 

Tommaso De Rossi

Foto © VVox

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