Il contributo del Vaticano al futuro del progetto comunitario

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“Thinking Europe”, dialogo e discussione per il bene dei cittadini. L’Ue deve essere capace di dare alla luce un Nuovo umanesimo: capacità di integrare, dialogare, generare

29 ottobre 2017 | di | Europa - Politica - Religione

Si è aperta venerdì 27 ottobre in Vaticano la conferenza internazionale che ha riunito fino a oggi centinaia di alti rappresentanti della Chiesa e leader politici europei per contribuire ad una riflessione costruttiva sulle sfide fondamentali del progetto comunitario. “Thinking Europe” è un dialogo, ovvero una discussione franca e aperta tra le parti interessate a lavorare per il bene comune dei cittadini e per mettere la persona, con la sua dignità umana, al centro delle politiche pubbliche.

L’incontro è stato organizzato dalla Commissione della Conferenza Episcopale dell’Unione europea (COMECE) e vede la partecipazione di politici, cardinali, vescovi, sacerdoti, ambasciatori, accademici, rappresentanti di diverse organizzazioni e movimenti cattolici e di altre denominazioni cristiane. Sono 350 i partecipanti a questo dialogo, provenienti da 28 delegazioni di tutti Paesi dell’Ue. C’è da ricordare che furono alcuni politici cattolici a pensare e realizzare la comunità europea. I tre padri fondatori il francese Robert Schuman, l’italiano Alcide De Gasperi e il tedesco Konrad Adenauer.

Il progetto di unificazione nasce dopo il secondo conflitto mondiale costato 60 milioni di vite umane con 6 milioni di ebrei sterminati dai nazisti. Dalla fine di quella terribile guerra sono passati 72 anni, ora con l’eccezione dei Balcani, l’Europa ha vissuto in pace in questo periodo. È un grande successo, se pensiamo che nel 19° secolo ogni trenta-quaranta anni in Europa scoppiava una guerra che non coinvolgeva solo qualche Stato ma tutta l’Europa. Il nazionalismo europeo è stato a tal punto esasperato da generare in pochi decenni le due guerre più disastrose della storia umana.

Il 9 maggio del 1950 il ministro degli Esteri francese Schuman in collaborazione con Jean Monnet enunciavano in una dichiarazione semplice ma ambiziosa che: «la pace mondiale non potrebbe essere salvaguardata senza iniziative creative all’altezza dei pericoli che ci minacciano. Mettendo in comune talune produzioni di base e istituendo una Alta Autorità le cui decisioni saranno vincolanti per la Francia. Con la Germania e i Paesi che vi aderiranno, saranno realizzate le prime fondamenta concrete di una federazione europea indispensabile alla salvaguardia della pace».

Sono passati quasi trent’anni dal 1989 quando vi fu il crollo della cortina di ferro con la caduta del muro di Berlino. Ciò che era stato deciso a Yalta, ovvero la spartizione dell’Europa, è crollato miseramente grazie anche a Giovanni Paolo II che ha sostenuto con forza il cammino di unificazione europea. I due polmoni dell’Europa, Occidente e Oriente, possono ora respirare insieme e l’Unione europea conta circa mezzo miliardo di cittadini e 27 Stati membri.

La Chiesa cattolica non poteva restare alla finestra, tenuto conto che molte decisioni legislative provengono dalle varie istituzioni europee ed è stato quindi creato la Comece che ha come obiettivi l’analisi del processo politico dell’Ue e della legislazione nei suoi diversi risvolti, il rispetto dell’uomo e della società in cui vive e i problemi che concernono le comunità ecclesiali. Ma tutta l’Europa si trova ad affrontare grandi sfide e i cittadini si aspettano, dalla politica, risposte concrete su: i mutamenti climatici, i costi del cambiamento ecologico, l’impiego della tecnologia robotica, i rapporti precari e soprattutto la disoccupazione giovanile in singoli Paesi, le migrazioni con i movimenti di fuga.

Si rendono necessarie quindi soluzioni e risposte sostenibili. Questo il motivo dell’incontro che c’è stato a Roma, per riaccendere il dialogo tra politici, cittadini, e rappresentanti della Chiesa. Dialogo inteso come “capacità di generare” modelli economici di cui avremo bisogno in futuro. Sabato 28 Papa Francesco, nell’aula del Sinodo, ha incontrato i partecipanti, e nel suo discorso ha portato un incoraggiamento a «perseguire il sogno dei Padri fondatori di una Europa unita e concorde, comunità di popoli desiderosi di condividere un destino di sviluppo e di pace». E Francesco ha dettato una sorta di agenda per l’impegno dei cristiani in Europa.

«Il primo – ha detto il pontefice – è ricordarle che essa non è una raccolta di numeri o istituzioni ma è fatta di persone (…) purtroppo si nota spesso come qualunque dibattito si riduca facilmente ad una discussione di cifre. Non ci sono i cittadini, ci sono i voti. Persona e comunità sono le fondamenta dell’Europa che come cristiani vogliamo e possiamo contribuire a costruire. I mattoni di tale edificio si chiamano dialogo, inclusione, solidarietà, sviluppo e pace».

Occorre poi considerare, prosegue il Papa: «il ruolo positivo e costruttivo che in generale la religione possiede nell’edificazione della società. Penso al dialogo interreligioso nel favorire la conoscenza reciproca tra cristiani e musulmani in Europa (…) i cristiani sono chiamati a ridare dignità alla politica intesa come massimo servizio al bene comune». Altro punto affrontato da Bergoglio, la solidarietà, intesa come prospettiva cristiana nel precetto dell’amore che non deve riguardare solo i rapporti fra gli Stati e Regioni d’Europa, ma significa essere solidali e avere premura per i più deboli della società, per i poveri, per quanti sono scartati dai sistemi economici e sociali a partire dagli anziani e dai disoccupati.

Il Santo Padre ha parlato anche dei «tanti giovani che si trovano smarriti davanti all’assenza di radici e di prospettive, in balia delle onde e trasportati qua e là da qualsiasi vento di dottrina», ricordando che «a partire dagli anni sessanta è in atto un conflitto generazionale senza precedenti. Nel consegnare alle nuove generazioni gli ideali che hanno fatto grande l’Europa si può dire che alla tradizione si è preferito il tradimento. Al rigetto di ciò che giungeva dai padri è seguito il tempo di una drammatica sterilità (…) si fanno in Europa meno figli (…) ma anche ci si è scoperti incapaci di consegnare ai giovani gli strumenti materiali e culturali per affrontare il futuro».

«L’Europa – ha spiegato il pontefice – vive una sorta di deficit di memoria (…) occorre consegnare ai posteri un futuro di speranza». Il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani nel suo intervento rivolto a Papa Francesco, ha parlato della necessità di un’Europa che deve riscoprire e difendere la sua identità con al centro la dignità e la libertà delle persone, per promuovere dentro e fuori i suoi confini questi valori fondanti. «Occorre cambiare l’Europa senza distruggerla – ha concluso Tajani – rendendola capace di rispondere alle principali preoccupazioni dei suoi cittadini: il terrorismo, l’immigrazione illegale, la disoccupazione».

 

Giancarlo Cocco

Foto © AgenSIR, COMECE, Tpi.it

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