Ucraina: il genocidio dimenticato rivive in un libro di Ettore Cinnella

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Nell’ampio saggio pubblicato da Della Porta Editori lo storico italiano cerca di far luce su una pagina buia della nostra epoca

7 gennaio 2016 | di | Cultura - Libri

La fame usata come castigo, il contadino trasformato a forza in bestia da soma, costretto a consegnare allo Stato sovietico i frutti della propria fatica, tanto da non avere di che nutrirsi. Questo lo scenario apocalittico descritto da Ettore Cinnella nel suo ultimo libro dal titolo Ucraina. Il genocidio dimenticato (1932-33), uscito per la collana Sentieri di Della Porta Editori.

Uomini trasformati in spettri vagano per le immense pianure falcidiate dalla carestia. «Sospettavo che una famiglia avesse ucciso i bambini per mangiarne le carni», scrive un testimone. Un inferno dantesco nel quale numerosi sono i suicidi, innumerevoli le morti per fame. I più intraprendenti riescono a fuggire, vivendo altrove di elemosina. Privati dei documenti personali, custoditi nei colcos (fattorie collettive), vanno incontro ad un destino di illegalità e incertezza. Vagano per le città alla ricerca di un lavoro che non possono ottenere, vivendo per lo più di espedienti. Coloro che riescono a sopravvivere troveranno al ritorno una terra devastata, irriconoscibile.

Ettore-CinnellaCon il termine holodomor si indica lo sterminio dei contadini ucraini perpetrato all’inizio degli anni trenta del Novecento, colpevoli agli occhi del regime sovietico di aver boicottato la collettivizzazione integrale dell’agricoltura, tassello fondamentale nell’edificazione dell’utopia socialista. Cinnella ci conduce attraverso i meccanismo di una macchina brutale, assolutamente indifferente ai destini dell’individuo. Molti restano stritolati dal colossale ingranaggio. Non solo i ricchi proprietari terreri, indicati con il termine di kulaki, ma anche le fragili masse, private all’improvviso dei più elementari diritti. Una storia fatta di deportazioni ed esecuzioni sommarie, ancora poco nota ai più.

Lo scrittore Vasilij Grossman ne aveva parlato nel suo romanzo Tutto scorre, non a caso rimasto a lungo inedito in patria e pubblicato all’estero solo nel 1970. Una testimonianza preziosa, legata alle esperienze vissute in prima persona dall’autore. Alcuni giornalisti occidentali avevano raccontato l’immane tragedia, ma rimasero voci isolate. Molti preferirono tacere, o peggio ancora falsificare la verità. Nelle visite ufficiali la retorica di regime riuscì ad offuscare ogni voce di protesta dietro il sipario di un roboante trionfalismo.

In Kazachistan analoga è la sorte dei pastori nomadi, culturalmente incapaci di assoggettarsi al nuovo modello di vita imposto dalla visione comunista. Un microcosmo basato sull’allevamento e la transumanza, improvvisamente sconvolto da un concetto di sedentarizzazione del tutto estraneo alla mentalità dei nativi. In maniera analoga il pugno di ferro staliniano colpì i Cosacchi del Caucaso settentrionale, da sempre orgogliosi della propria inviolata libertà.

Merito dell’autore è anche quello di saldare la narrazione storica al presente, individuando le radici di una crisi che ancora oggi investe l’Ucraina. La coscienza nazionale di questo Paese prende corpo dopo la rivoluzione bolscevica, quando conosce per breve tempo l’esperienza dell’indipendenza. Un percorso interrotto dalla visione assolutista e centralizzatrice imposta da Stalin. «Il calvario del holodomor creò tra Ucraina e Russia un baratro, che non si è mai più colmato», scrive ancora Cinnelli.

La sua tesi principale è che Stalin, oltre a voler punire le ribellioni contadine, abbia deliberatamente intrapreso una lotta contro il sentimento nazionale del popolo ucraino. Da qui l’attacco all’intellighenzia e alle tradizioni religiose popolari, volto a sradicare qualsiasi specificità locale imponendo l’egemonia culturale russa.

L’indipendenza seguita alla dissoluzione dell’URSS è infatti più apparente che sostanziale. L’Ucraina è sempre rimasta nell’orbita russa, e ogni tentativo di sottrarsi al giogo del potente vicino ha dato luogo a aspre crisi fra i due Paesi. Da un lato il prepotente sentimento nazionalista che coinvolge parte della popolazione, talvolta enucleato in maniera persino eccessiva da frange estremiste, dall’altro le esigenze di un tessuto umano eterogeneo e difficilmente riconducibile ad un unico punto di vista. La lingua ucraina è prevalente nell’Ovest del Paese, ma i russofoni sono moltissimi (conseguenza anche del ripopolamento delle campagne seguito alla grande fame degli anni trenta).

Cinnella parla apertamente di imperialismo moscovita. La sua condanna dell’aggressione russa è evidente. Colpevole a suo avviso anche la disattenzione dei governi e dei media occidentali, sovente distratti e indifferenti ai destini di una terra martoriata dalla storia. Eppure anche dalle sorti dell’Ucraina dipende il futuro della nostra Europa, mai come ora tanto incerto.

Nell’ambito di una narrazione sovrabbondante, a volte capillarmente ripetitiva, comunque sempre sostenuta da documenti e testimonianze dell’epoca, Cinnella ricostruisce pezzo per pezzo una storia che rischiava di sparire nelle pieghe del tempo. Forse da ciò il suo ostinato insistere su alcuni punti ritenuti fondamentali, il suo periodico ritornare su argomenti già trattati, quasi a intensificarne la portata, per scavare sempre più a fondo nel nostro passato.

Coltivare la memoria è un dovere per tutti gli intellettuali degni di questo nome. Il libro di Cinnella rappresenta un contributo importante nell’edificazione di una coscienza veramente moderna.

Riccardo Cenci

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Ettore Cinnella

Ucraina. Il genocidio dimenticato 1932-33

Collana Sentieri – Della Porta Editori

18 euro

pp. 304

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