Letterature di confine. Esce per Keller editore il romanzo della scrittrice ucraina Marija Matios, vincitore nel 2005 del premio Taras Ševčenko
Darusja ha disimparato a parlare. Il suo mutismo non è frutto di una limitazione fisica, ma è un deliberato atto di rivolta nei confronti delle persone e del loro uso sconsiderato del linguaggio. Mentre il nano Oskar creato da Günter Grass suona il tamburo e grida sino a rompere gli oggetti di vetro che lo circondano, Darusja sceglie il silenzio per opporsi al mondo. L’unico momento durante il quale decide di recuperare il linguaggio è di fronte alla tomba del padre, e anche in quel caso lo fa con grande cautela, quasi temesse il riverbero delle proprie parole.
Personaggio fragile ed estremamente sensibile, Darusja soffre di terribili emicranie apparentemente causate da un’allergia agli zuccheri, ma anche dall’impossibilità di arrestare l’incessante lavorio del pensiero. In paese la credono pazza, ma il corso della narrazione chiarirà il motivo delle sue stranezze.
Marija Matios parte da qui per descrivere gli orrori della storia, da una trama esile e quasi fiabesca, nella quale si respira l’aria contadina e colma di sovrannaturali superstizioni di alcuni racconti di Gogol’. La scrittrice ucraina risiede a Kiev ma l’ambito urbano non la interessa. Preferisce recuperare le atmosfere rurali della natale Bucovina, regione quanto mai tormentata, dove è nata e cresciuta. Autorità e poteri cambiano così spesso in queste terre martoriate che, «osservati a posteriori, danno le vertigini», dice lo scrittore ucraino Andrej Kurkov nella bella postfazione. E infatti, quando Matronka sparisce, i sospetti di un rapimento da parte dei polacchi sono immediatamente fugati, perché ora lì comandano i sovietici. Le frontiere cambiano continuamente, «con la stessa velocità dei rapporti di forza».
Darusja la dolce è l’opera più nota di Marija Matios, vincitrice nel 2005 del prestigioso premio intitolato al grande poeta Taras Ševčenko. Il romanzo esce ora per la collana Confini di Keller editore, un progetto di notevole interesse che mira approfondire la letteratura incentrata sulle grandi crisi del Novecento, e sulle loro conseguenze nell’era moderna. Non a caso la Matios unisce la passione per la scrittura all’impegno politico, volendo incidere direttamente sui destini del proprio Paese, quell’Ucraina ancora oggi lacerata da drammatici conflitti intestini.
In realtà l’inizio del libro sembra muoversi in un tempo sospeso e incerto, nelle immutabili consuetudini della vita contadina. Solo nella terza parte si offre un riferimento cronologico, quel giugno del 1940 che ci precipita nel pieno della Seconda Guerra Mondiale.
Lentamente l’orrore si fa strada nella narrazione. Darusja è sola e disperata. Un giorno incontra Ivan Cvyčok, un bizzarro individuo poco loquace il quale parla attraverso il suo strumento prediletto, la drimba (uno scacciapensieri). Il suo amore tenero e delicato riesce nell’ardua impresa di cavare la voce dal suo corpo, una voce «grossa, non umana simile al grido di una bestia ferita, [… ] Era un gorgogliare selvaggio, di disperazione e di speranza, di gratitudine e richiesta, di maledizione e di gioia…» Eppure la vita si rivela crudele come le persone, «invidiosa della felicità». Alla fine Darusja resta nuovamente sola con il proprio inestinguibile dolore, perché è impossibile sfuggire al proprio destino. Un destino radicato nella vicenda tragica dei suoi genitori, Michajlo e Matronka, a loro volta segnati da eventi traumatici.
La Matios pare ossessionata dal potere terribile delle parole. La madre di Michajlo finisce sotto terra «per via di certe malelingue», mentre l’invidia e la calunnia seminano disgrazie e spezzano ogni parvenza di felicità. La catena del dolore sembra passare di generazione in generazione, senza che nessuno riesca a spezzarla.
La grandezza della Matios risiede nell’aver saputo trasferire in un singolo personaggio le sorti di un intero Paese con una grazia, un lirismo e una levità tipicamente femminili. Darusja assurge ad una statura tragica in quanto «da sola sconta i peccati del mondo…» Il suo mutismo è anche una reazione ai continui mutamenti linguistici che coinvolgono la sua terra. Crollato l’impero austro-ungarico, i padroni di turno impongono il loro idiome, le loro leggi e la loro cultura.
La mancanza della parola suggerisce inoltre la condizione sfuggente della donna e il suo sottrarsi al possesso maschile (in tal senso viene in mente il racconto La muta di Tommaso Landolfi). Anche Pirandello, nei Quaderni di Serafino Gubbio operatore, usava il mutismo del protagonista, causato da uno shock, come metafora dell’incomunicabilità. Rifugiandosi in un mondo di silenzio, questi personaggi sembrano abdicare alle possibilità del linguaggio. In un mondo in preda alla violenza e al caos, qualsiasi comprensione risulta impossibile. Meglio dunque tacere, per non creare ulteriore confusione.
Neppure la fine della guerra porta la pace in queste terre martoriate. Darusja può solo andare avanti, portando sulle sue esili spalle il peso di una maledizione inestinguibile. Tutto il senso del libro risiede in un bellissimo e illuminante dialogo fra Michajlo e Matronka:
«Ditemi, Matronka, a cosa state pensando? Cosa mi nascondete?»
«Piango pensando al domani. Ecco perché piango, mio caro Michajlo».
«Matronka, la mia povera mamma mi diceva che non si può piangere per ciò che non è ancora successo. In questo modo ci si attira addosso le disgrazie».
«Le disgrazie non si attirano, perché sono già qui. Solo che sono come la morte, invisibili».
Ecco, la Matios riesce nell’arduo compito di far aleggiare il senso del dolore in maniera inesorabile e lieve al tempo stesso, come fosse una nebbia che confonde le cose e mescola i destini degli uomini.
Riccardo Cenci
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Marija Matios
Darusja la dolce
Keller editore (€ 15,50) – traduzione di Francesca Fici
con una postfazione di Andrej Kurkov













