Pollo al cloro: continua la lotta tra Usa e Ue sull’utilizzo di disinfettanti

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Il direttore dell’Ufficio europeo per la difesa dei consumatori: «Il pollo venduto in Europa dovrebbe essere sicuro senza prodotti chimici»

È stato chiamato “pollo al cloro”: definizione d’effetto per indicare la carne di pollame disinfettata con acido perossiacetico. Si tratta di una sostanza chimica attualmente utilizzata negli Usa per eliminare i batteri. Qui le carcasse del pollame vengono infatti immerse in questa soluzione per combattere la campilobatteriosi, patologia che colpisce chi mangia pollame infetto poco cotto. La questione è aperta da anni e riguarda il fatto che, all’interno del Ttip possa rientrare anche una modifica del Regolamento (Reg. CE 853/2004) del Pe e del Consiglio europeo che stabilisce norme specifiche in materia di igiene per gli alimenti di origine animale. Fra le direttive, compare quella relativa all’igienizzazione delle carcasse degli animali di allevamento, che deve avvenire esclusivamente con acqua corrente.

La richiesta di autorizzare l’utilizzo di acido peroassiacetico arriva dal Ministero dell’agricoltura Usa che, da parte sua, auspica un’uniformazione delle norme igieniche relative agli alimenti (in questo caso di origine animale) proprio in vista del Ttip. Dall’altra parte Bruxelles, e buona parte dei consumatori europei, si mostrano quantomeno preoccupati.

A lanciare nuovamente l’allarme, in questi giorni, è Monique Goyens, direttore generale del Beuc (Ufficio europeo per la difesa dei consumatori): «È illusorio credere – ha affermato – che agire sulla campilobatteriosi a valle, a livello dei macelli, possa risolvere il problema. Tra il 50% e l’80% dei casi – spiega il direttore – l’infezione proviene da polli vivi portatori del batterio che in seguito si propaga fino all’uomo, tramite l’aria, l’acqua o il contatto diretto».

E infatti, sebbene l’Efsa (European Food Safety Authority) su richiesta Usa, abbia analizzato già qualche anno fa la sostanza chimica in oggetto dichiarandola sicura per il suo scopo, ovvero quello di eliminare eventuali microorganismi patogeni, la questione resta comunque spinosa. Ad essere in gioco sono infatti due diverse modalità di approccio al problema: da una parte ci sono gli Usa che, attraverso l’uso di sostanze chimiche, si potrebbe dire che agiscano “a posteriori” sulle carcasse degli animali.

Dall’altra c’è l’Unione europea con i suoi regolamenti attuali, volti a preservare la sicurezza degli animali e dunque dei consumatori, attraverso stretti controlli delle condizioni igieniche sin dagli allevamenti per poi proseguire nelle fasi di macellazione e nelle successive lavorazioni cui la carne viene sottoposta. Ecco dunque che il motivo per cui l’Ue si sta battendo è fondamentalmente che, come sottolinea il direttore del Beuc «il pollo venduto in Europa dovrebbe essere sicuro senza prodotti chimici».

Appare dunque evidente che la lotta fra Usa e Ue sul “pollo al cloro” che va avanti ormai da anni a colpi di annunci, proteste e petizioni, sia in sostanza il simbolo di due diverse concezioni di sicurezza alimentare e, potremmo dire, di alimentazione stessa.

Valentina Ferraro
Foto © European Parliament

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