Il politologo di Harward, Nye: «Il Secolo Americano non è finito»

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Il sorpasso della Cina non ci sarà, almeno per i prossimi 30 anni. Preoccupa invece la Russia di Putin che non accetta di aver perso peso globale. Bene Obama con Cuba e Iran

«“Is the American Century over”? No, il secolo americano non è finito. Gli americani, per tradizione storica, credono di essere in declino. È una paura cresciuta di recente con la crisi del 2008 e la contestuale crescita a due cifre percentuali della Cina. Ma il sorpasso non c’è stato e non ci sarà almeno fino al 2040-2050, ed è tutto da vedere. Gli Stati Uniti sono un Paese forte economicamente e militarmente e possono contare sul soft power, cioè sul potere di influenza senza usare la forza, e sono circondati da alleati, al contrario della Cina. Preoccupa invece Putin, perché pare non voler accettare che la Russia non rappresenti più un potere globale. Per puro paradosso, anche una superpotenza come gli Usa ha bisogno di cooperare per contrastare le grandi emergenze planetarie: riscaldamento globale, terrorismo, instabilità finanziaria. Bene Obama con Cuba e Iran. Trump non ha ricette per le questioni che solleva, sforna slogan».

IMG_0115Così il professor Jospeh Nye, in conferenza-dibattito presso la John Cabot University, l’ateneo con sede nel cuore di Roma, a Trastevere, di fronte a una folta platea che ha poi animato un acceso dibattito. Ad aprire i lavori, il presidente della JCU, Franco Pavoncello, e il direttore dell’Istituto Guarini, Federigo Argentieri.

Joseph Nye, della Kennedy School of Government dell’Università di Harvard, è membro del Defense Policy Board ed è unanimemente considerato fra i politologi più importanti al mondo. Teorico del liberalismo nelle relazioni internazionali, è autore di 13 libri. Foreign policy lo ha classificato fra i primi 100 pensatori globali.

«Fu un pubblicitario, nel 1941, a creare il termine “American Century”: era una speranza per il futuro. Fisserei l’inizio del secolo intorno al 1945-6, quando gli Usa capirono che non era più concepibile una politica isolazionista. Nel corso della sua storia, più volte il popolo americano s’è interrogato sul proprio declino. Fu, ad esempio, quando i russi lanciarono lo Sputnik, quando il Giappone crebbe negli anni ’80, fino alla recessione Usa del 2008, con il parallelo sviluppo della Cina. Ma, in realtà, tutto ciò è utile per capire più la psicologia americana, che l’effettiva situazione politica», ha spiegato Nye.

IMG_0147«La stessa parola declino» – ha proseguito – «è ambigua: ci sono declino assoluto e declino relativo. Quello assoluto è ciò che successe all’Impero romano. Gli Usa non sono in declino assoluto: l’economia è incredibilmente forte. Perciò il parallelismo con l’Antica Roma non funziona. Nel declino relativo, invece, si può pensare a una nazione che sta facendo abbastanza bene e a un’altra che, allo stesso tempo, faccia ancora meglio. Per esempio l’Olanda nel 17° secolo: non era in recessione, ma l’Inghilterra fece semplicemente meglio».

«Quindi: chi potrebbe fare meglio degli Usa? Forse l’Europa, ma il suo problema è la mancanza di azione come una singola entità. Forse l’India? È un’economia da 2 trilioni di dollari, contro i 18 americani. E deve educare la propria popolazione, un terzo della quale analfabeta. La Russia? È effettivamente in declino. Con un’economia che dipende da gas e petrolio, e con un diffuso livello di corruzione, dubito che possa approvare le leggi necessarie per la crescita», ha precisato Nye.

«L’unico Paese in grado di eclissare gli Stati Uniti, viene spesso detto, è la Cina. Nel passato» – ha aggiunto – «sono state pronosticate più volte le date di un suo possibile sorpasso, però mai avvenuto. Con le attuali realistiche stime di crescita, la Cina non supererà gli Usa fino al 2040-2050. Questo se non avesse problemi. Che invece ha: di popolazione, di inquinamento, di incertezza politica. Se poi consideriamo il potere militare, nonostante i grandi investimenti, il budget cinese rimane un quarto di quello americano. Infine, la Cina ha molte dispute con i propri vicini. Ed è difficile esercitare influenza, quindi soft power, su Paesi che ti guardano con sospetto, come India, Malesia, Vietnam».

IMG_0135«Alcune persone» – ha ricordato il politologo americano – «pensano che la crescita cinese scatenerà la paura americana, in una reazione simile a quella di Sparta contro Atene, che causò le guerre del Peloponneso. Quest’analogia è fuori luogo, in quanto il conflitto che ne risulterebbe non sarebbe a due, ma mondiale, e nessuno lo vuole. Infine, la Cina non è neanche vicina a superare gli Usa, perciò le due nazioni hanno tempo per abituarsi al cambiamento».

«Bisogna anche considerare» – ha proseguito – «che ora i Paesi devono fronteggiare questioni di dimensione planetaria che non possono risolvere singolarmente, come il riscaldamento globale, il terrorismo, l’instabilità finanziaria. Da qui il paradosso americano: l’unico superpotere del mondo non può affrontare grandi problematiche senza aiuto. Gli Usa dovranno imparare a convivere con una Cina più forte e a cooperare con essa e con l’Europa».

Il professor Nye, citando il tema del dibattito, “Is the American Century over?” (coincidente col titolo del suo ultimo libro), ha concluso: «La vera domanda, quindi, non è se il secolo americano sia finito, ma se gli americani riusciranno ad adattare la propria mentalità a questa nuova situazione».

 

Leonida Valeri

Foto © Riccardo Pugliese

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