L’Europa che piacerebbe molto a Obama e Renzi

L’avversione per l’austerity tanto cara alla Merkel li accomuna. Ma c’è di più dietro l’idem sentire politico dei due statisti: la necessità di reagire alle diverse situazioni internazionali

Due giorni fa si è svolta a Washington, presso la Casa Bianca, l’ultimo di una non numerosa serie di State dinner dell’Amministrazione Obama (ndr si pensi che nell’arco degli otto anni di presidenza solo in 13 occasioni sono stati organizzati simili eventi).

Ospiti d’onore del presidente americano e della First Lady Michelle sono stati il premier Renzi insieme con la consorte Agnese Landini e alcune personalità italiane di rilievo che si sono distinte per il loro impegno nei settori della moda, dello spettacolo, dello sport e della pubblica amministrazione. In particolare, ad accompagnare Matteo Renzi a questo prestigioso incontro in terra americana, vi erano Giorgio Armani, Roberto Benigni, Raffaele Cantone e Bebe Vio, la formidabile schermitrice vincitrice della medaglia d’oro per il fioretto alle ultime paralimpiadi tenutesi in agosto a Rio de Janeiro.

images-5Nel corso della cena di Stato i due leaders politici, in un clima particolarmente amichevole, si sono confrontati su una serie di temi di natura internazionale.

In particolare, secondo autorevoli osservatori, l’esplicito endorsement da parte di Barack Obama nei confronti della politica del governo Renzi e della scelta di sottoporre al vaglio referendario la riforma costituzionale che da mesi, oramai, monopolizza il dibattito politico in Italia, dimostrerebbe, in modo piuttosto chiaro, come l’azione di governo italiana sia in linea con le strategie di politica estera che la Casa Bianca ha cercato, insistentemente, di proporre al Vecchio Continente e che, molto probabilmente, dovrebbero essere adottate anche dalla candidata Hillary Clinton, qualora quest’ultima dovesse vincere le presidenziali Usa del 8 novembre 2016.

Sulla comunanza di intenti che caratterizza le idee politiche di Obama e di Renzi, in passato, autorevoli osservatori e politologi si sono soffermati in più occasioni. Ebbene, nelle 48 ore successive alla cena ufficiale in quel di Washington ci si è interrogati sui concreti obiettivi geopolitici che si immagina possano perseguire i due statisti e che, sembrerebbero essere, la naturale conseguenza della loro empatia politica.

Al riguardo Massimo Gaggi del Corriere della Sera ha rilevato come la forte intesa sul piano programmatico tra i due leaders debba essere inquadrata “in quello che sta avvenendo sulle due sponde dell’atlantico: il ruolo che l’Italia gioca in Europa, nella Nato e come ammortizzatore della più grave crisi umanitaria del dopoguerra, quella dei rifugiati in fuga a milioni dal Medio Oriente e dall’Africa. Mentre nell’Ue (come nella parte trumpiana degli Stati Uniti) crescono i movimenti populistici […]” [1]

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Egualmente, Giuseppe Sarcina, anch’esso firma del quotidiano milanese, rileva come “i due leaders” siano “uniti da due obiettivi complementari: dopo la Brexit, Obama ha spostato sull’Italia parte del capitale politico distribuito nella Ue”. Di contro, “Renzi ha bisogno di giocare la carta americana, con il valore più alto possibile, nel negoziato sui migranti e flessibilità che, per altro, riparte giovedì a Bruxelles.” [2].

In merito a tale aspetto, continua poi il giornalista, sussisterebbe tra i due un solo punto di potenziale frizione: “i rapporti con Vladimir Putin […]”.  Ma, al riguardo, Obama risponde “senza chiamare in causa l’atteggiamento dei Paesi europei, Italia compresa, in questo momento giudicato troppo morbido da Washington”.  Viceversa, osserva Sarcina, sui rapporti con la Russia, l’inquilino della Casa Bianca, “preferisce scaricare tutta la carica polemica su Putin […]” [3]

Invero, in relazione alla politica del Cremlino, Obama ha dichiarato: “Ho cercato una relazione costruttiva con lui. Ma poi Putin ha occupato l’Ucraina, ha appoggiato Bashar Assad in Siria. Ecco perché la Russia è diventata un problema”.

Inoltre il leader statunitense, rimanendo, comunque, sulle politiche russe, ha approfittato per formulare una sua valutazione sull’antagonista della candidata democratica alle elezioni presidenziali, Donald Trump. Orbene, secondo Obama, “Non si capisce come (ndr Trump) possa continuare ad adulare in questo modo Putin e nello stesso tempo a danneggiare le nostre istituzioni americane, dicendo che le elezioni presidenziali sono truccate. Senza neanche portare un indizio”. [4]

D’altro canto sulla figura di Putin e, in particolare, sulle sue scelte in tema di politica estera si è rilevato come tutte le “nuove estreme destre”, in “Europa, dai Paesi Scandinavi all’Italia”, si riconoscano “così naturalmente in lui […]”. Ciò risulta provato anche dal fatto che Marine Le Pen sia “andata a cercare di che finanziare il suo partito proprio nelle banche russe”.[5]

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Diversamente, Giulietto Chiesa, giornalista esperto di politica estera, intervistato da Lucia Bigozzi in relazione al ruolo di Putin in merito alle tensioni nei rapporti Usa – Russia e se, quindi, allo stato, sarebbe in atto una nuova “guerra fredda”, ha risposto osservando che: “Da tempo dico che siamo andati molto oltre la guerra fredda; siamo in una situazione di preparazione allo scontro vero e proprio. La guerra fredda aveva delle regole; qui non ci sono più regole e tra i due interlocutori non c’è più un linguaggio comune. E io come è noto, sostengo che chi ha cambiato linguaggio è l’America e l’Occidente, non la Russia. [6]

Sempre in merito al particolare feeling che unirebbe Renzi a Obama, Federico Rampini de la Repubblica ha indicato analiticamente le ragioni per le quali il presidente americano ha riservato “un trattamento speciale” al presidente del Consiglio. Secondo l’autorevole osservatore, “Non è una forzatura constatare che esiste un asse speciale Stati Uniti-Italia. Almeno fino al 20 gennaio 2017, Inauguration Day in cui prenderà possesso della Casa Bianca chi avrà vinto le elezioni dell’8 novembre. Le ragioni di questa intesa […]”, osserva Rampini, “vanno spiegate perché qualcuno non le riduca a una sgradevole interferenza in vista del referendum. Il feeling per Renzi è più antico e ha diverse spiegazioni” [7].

In sintesi queste, secondo il commentatore, le ragioni del forte legame tra i due leaders:

– l’Italia sembrerebbe essere tra gli alleati migliori in Europa. Non a caso il Regno Unito si è, di fatto, autoescluso con il voto favorevole al leave della maggioranza dei suoi cittadini ponendosi in una posizione di minore influenza in ambito europeo;

– la Germania, perseguendo da tempo una politica basata sull’austerity è, certamente, in disaccordo con la filosofia dell’amministrazione Obama che è notoriamente a favore dello sviluppo economico basato su un approccio neokeynesiano;

– nei confronti della Francia resterebbe il “risentimento per l’avventura in Libia, dove Obama ritiene di essersi lasciato trascinare da Sarkozy commettendo un errore […]”. Per quanto attiene alla creazione di rapporti con Holland, gli analisti statunitensi vicini alla Casa Bianca considererebbero difficilmente verificabile una rielezione dell’attuale Capo di Stato francese;

– la Turchia è valutato essere “un alleato Nato sempre più infido e riottoso”. Non a caso, nota il giornalista, “Il rapporto è ai minimi storici”;

– l’Italia continua ad essere considerata come “un pezzo cruciale del dispositivo strategico americano. Oggi lo è a maggior ragione per l’emergenza profughi, il caos in Libia, la guerra in Siria […]”. Inoltre, per Rampini, l’amministrazione Obama sembra non avere più “la sensazione che sui dossier nord africani e mediorientali ci siano ‘doppiezze italiane’ […]”. Detto sospetto era nato sin dai tempi di Mattei, Andreotti e Craxi. In quegli anni “Washington pensava ci fossero ‘agende nascoste’ da parte italiana”.

per quanto attiene all’economia, tra i due premier sembra esservi il livello più alto diaffinità”. Non a caso, “Renzi è sempre in cerca di una sponda politica per bilanciare lo strapotere tedesco in Europa; Obama a sua volta cerca interlocutori europei disposti ad ascoltare le virtù della ricetta neokeynesiana con la quale gli Usa sono usciti dalla crisi”;

nei confronti della Russia le rimostranze della Confindustria in relazione alle sanzioni economiche sono da considerarsi, per l’autore, non diverse “dalle lamentele degli ambienti economici tedeschi, francesi e inglesi. Casa Bianca e Dipartimento di Stato riconoscono che quelle sanzioni pesano molto più sull’Europa che sugli Stati Uniti […]”;

– in merito al referendum le esigenze dei mercati prevalgono: “Il presidente americano si è fatto l’idea che la vittoria del Sì al referendum renderebbe l’Italia un po’ più governabile mentre una vittoria del No potrebbe preludere un nuovo periodo di instabilità”. [8]

Similmente, il Messaggero, citando una fonte della Casa Bianca, osserva come “L’amministrazione Usa” sia “molto interessata all’Italia dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. E cerca proprio in Roma quel partner affidabile con cui dialogare e portare avanti proprie politiche in Europa. Non a caso Obama e la Clinton sperano che Renzi vinca il suo referendum. Se vi riuscisse con il prossimo addio di Hollande e le difficoltà della Merkel, diventerà uno dei leader europei più potenti”. Sul punto, continua poi il quotidiano romano rilevando come non sia “dunque un caso neppure che Obama abbia consigliato a Renzi di non dimettersi nel caso uscisse sconfitto dal referendum del 4 dicembre: orfana di David Cameron, l’amministrazione Usa spera di conservarsi almeno Matthew. Insomma, Washington non chiede soltanto. Confida in un aiuto e in una sponda. Spera, come ha dimostrato l’impegno italiano a favore della firma (poi sfumata) dell’accordo di scambio commerciale tra Usa ed Europa, che l’Italia mantenga la sua linea spiccatamente filo – americana […]”. [9]

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Al riguardo, Marco Ventura, qualche giorno fa, rifacendosi ad un’intervista, rilasciata a La Stampa, dal segretario generale della Nato, l’ex Premier norvegese Jens Stoltemberg, ha ricordato che “l’Italia invierà in una base lettone della Nato una compagnia di 140 fanti, stanziali ma temporanei, a rassicurazione della Lettonia contro qualsiasi minaccia dovesse profilarsi al confine con la Russia. I nostri soldati saranno inquadrati in battaglione a comando canadese, uno dei quattro dispiegati dall’Alleanza negli Stati Baltici a partire da maggio in un clima di crescente tensione con Mosca”. [10]

Sul punto il governo italiano per bocca del ministro Roberta Pinotti, il 26 luglio 2016, aveva già chiarito che si trattava di “una misura temporanea e a rotazione promossa dalla Nato per tranquillizzare i Paesi confinanti con la Russia” e che tale decisione era già stata annunciata dal premier Renzi il 9 luglio al vertice Nato di Varsavia. [11]

Dunque, gli esiti delle elezioni statunitensi del prossimo novembre e del referendum costituzionale italiano del 4 dicembre 2016 sembrerebbero assumere un importante rilievo per i futuri assetti geopolitici dell’area atlantica e anche asiatica oltre ad influire non poco sui possibili nuovi equilibri nell’area Ue in relazione al ruolo che l’Italia e, in particolare il governo Renzi, potrà svolgere in quel di Bruxelles.

 

Roberto Scavizzi

Foto © Wikicommons, governo.it, makemefeed.com, hotbirthday.com

[1] M. Gaggi, ‘La strategia degli Usa: promuovere la stabilità in Europa contro i populismi’; Corriere della sera del 19 ottobre 2016.

[2] G. Sarcina, ‘ La spinta di Obama per il Sì al referendum «Tifo Renzi, resti comunque vada», Corriere della sera del 19 ottobre 2016.

[3]  G. Sarcina, op. cit.

[4] G. Sarcina, op. cit.

[5] l’Espresso del 16 ottobre 2016.

[6] Lucia Bigozzi, Usa – Russia, Chiesa: “a un passo dallo scontro: non ci sono regole né linguaggio comune, ma non è Putin a volerlo”, intelligonews.it del 4 ottobre 2016.

[7] F. Rampini, ‘Brexit, sicurezza ed economia la nuova Europa agita gli Usa così si spiega la corte a Roma’, la Repubblica del 19 ottobre 2016.

[8] F. Rampini, op. cit.

[9] Al. Gen., ‘Dietro gli onori riservati all’Italia la linea Usa sui nuovi equilibri Ue’, Il Messaggero del 19 ottobre 2016.

[10] M. Ventura, ‘Al confine russo 140 militari italiani. L’ira di Mosca: “Politica distruttiva”’, Il Messaggero del 15 ottobre 2016.

[11] M. Ventura, op. cit

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