Ricollocazioni record (anche se ancora poche), procedure d’infrazione con chi si oppone, l’avallo della Corte Ue e infine l’eventuale nuovo finanziamento alla legge Minniti
Sono passati mesi da quando l’emergenza migranti nel Mediterraneo e (ri)scoppiata. Tante le parole e i “distinguo”, pochi i fatti. Ma finalmente sembra che l’Unione europea si stia organizzando al meglio per venire incontro alle richieste d’aiuto italiane e greche. Il ritmo delle ricollocazioni ha continuato a crescere negli ultimi mesi: dal novembre 2016 vi sono stati oltre 1.000 trasferimenti al mese e nel giugno 2017 è stato raggiunto un nuovo record con più di 3.000 trasferimenti mensili (2.000 dalla Grecia e 1.000 dall’Italia). Al 24 luglio il numero totale di ricollocazioni era pari a 24.676 (16.803 dalla Grecia e 7.873 dall’Italia).
L’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo (EASO, dall’acronimo inglese European Asylum Support Office) sostiene gli sforzi del Belpaese con una campagna di sensibilizzazione on-line per l’identificazione di tutti i potenziali richiedenti. In questa fase finale è fondamentale che gli Stati membri accelerino le ricollocazioni e assumano impegni sufficienti per ricollocare tutti i richiedenti ammissibili, compresi quelli che potrebbero arrivare da qui al 26 settembre. In ogni caso l’obbligo giuridico di ricollocazione per gli Stati membri non terminerà dopo settembre: le decisioni del Consiglio sulla ricollocazione sono applicabili a tutti coloro che arrivano in Grecia o in Italia fino al 26 settembre 2017 e i richiedenti ammissibili dovranno quindi essere ricollocati in tempi ragionevoli anche in seguito a questa data.
Parallelamente, l’esecutivo comunitario è passato oggi alla fase successiva nelle procedure di infrazione contro Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia per inadempimento dei loro obblighi giuridici in materia di ricollocazione. La Commissione europea ha inviato un parere motivato ai tre Paesi, perché nonostante i ripetuti inviti ad agire e l’avvio, lo scorso mese (15 giugno con l’invio di una lettera di costituzione in mora), di procedure di infrazione, le risposte fornite non sono risultate soddisfacenti in quanto non indicavano che tali Paesi avrebbero rapidamente iniziato le ricollocazioni nel loro territorio.
I tre Paesi devono ora rispondere al parere motivato entro un mese, anziché entro il consueto termine di due mesi, vista la procedura d’urgenza. Se non rispondono o se le osservazioni presentate nella risposta non sono soddisfacenti, la Commissione può decidere di passare alla fase successiva della procedura di infrazione e adire la Corte di giustizia dell’Unione europea (CGE). Sempre oggi l’avvocato generale Yves Bot (nel riquadro a sinistra) nelle cause C-643/15 e C-647/15 alla Corte Ue ha proposto di respingere i ricorsi di Slovacchia e Ungheria. Per Bot anche se le decisioni prese al Consiglio europeo non costituiscano formalmente un atto legislativo nel sistema giuridico dell’Ue, dovrebbe essere qualificate come atto legislativo, perché modificano molti atti legislativi dell’Unione europea, fra cui il regolamento Dublino III.Quest’ultimo prevede, per l’esame delle richieste di asilo, che sia competente lo Stato d’ingresso e non quello in cui la richiesta è presentata, come ha ribadito sempre oggi la CGE. Ma cade anche l’ipotesi (minaccia) di “risolvere il problema” da parte italiana (o, meglio, rendendolo “europeo”) con dei permessi di asilo temporanei, perché avrebbero valore solo per lo Stato che li emettesse. Ma anche in questo caso l’aiuto da parte dell’esecutivo Ue è stato proposto dal presidente della Commissione Jean-Claude Juncker: «Siamo pronti a mobilitare fondi di emergenza fino a 100 milioni di euro per misure necessarie ad attuare la legge Minniti, e in particolare ad accelerare il processo di asilo e di rimpatrio, e per assistere comunità e autorità locali che ospitano i migranti, e sostenere l’integrazione» come ha scritto in una lettera inviata al premier italiano Paolo Gentiloni.
Fiasha Van Dijk
Foto © Eunavfor Med, EASO, Corte di Giustizia dell’Unione europea













