La morte di Soleimani e le conseguenze per l’Europa

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L’assassinio del generale Qasem Soleimani avvenuto all’aeroporto di Baghdad nella notte tra il due e il tre gennaio, avrá serie conseguenze a livello internazionale. Per quelli che pensano sia solo una diatriba tra Iran e Stati Uniti è bene far presente che qualunque azione nei Paesi Mediorientali avrá necessariamene delle ripercussioni anche in Europa. In un mondo globalizzato e senza confini lo spettro di un conflitto armato dovrebbe far riflettere e spronare i protagonisti politici ad una via di dialogo e di mediazione. Il generale Soleimani da due giorni é divenuto il martire dell’Iran. La sua carriera era cominciata subito dopo la rivoluzione del ’79. A ventidue anni, figlio di una famiglia contadina della provincia di Kerman, Soleimani si era arruolato con le Guardie rivoluzionarie islamiche, nate per proteggere la Repubblica degli ayatollah. Gli anni della guerra con l’Iraq, tra il 1980 e il 1988, avevano aiutato ad accrescere la fama di questo soldato, capace di infiltrarsi nelle file nemiche per portare a termine operazioni ad alto rischio, al punto da diventare, negli anni Novanta, il comandante del gruppo d’elite delle Quds Force, la squadra di super agenti impiegata per operazioni segrete all’estero. Soleimani negli ultimi anni aveva firmato tutte le più importanti vittorie militari dell’Iran e con il suo comando le truppe iraniane e irachene hanno fermato l’avanzata dell’Isis.

Il raid nella quale ha perso la vita è partito su decisione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump provocando otto vittime totali. Tra queste, anche Abu Mahdi al-Muhandis, il numero due delle Forze di mobilitazione Popolare (Hashd al-Shaabi), la coalizione di milizie paramilitari sciite pro-iraniane attive in Iraq. Proprio tre giorni fa le milizie sciite avevano attaccato la sede diplomatica statunitense nella capitale. Le reazioni da tutto il mondo non si sono fatte attendere e la prima reazione dell’Unione europea é arrivata da Charles Michel presidente del Consiglio europeo.

«Il ciclo di violenza, provocazioni e ritorsioni a cui abbiamo assistito in Iraq nelle ultime settimane deve finire. Un’ulteriore escalation deve essere evitata a tutti i costi. L’Iraq» – prosegue – «rimane un Paese molto fragile. Troppe armi e troppe milizie stanno rallentando il processo verso un ritorno alla normale vita quotidiana dei cittadini iracheni». E ancora sottolinea: «Il rischio è una riacutizzazione generalizzata della violenza in tutta la regione e l’ascesa di forze oscure del terrorismo che prosperano a volte di tensioni religiose e nazionaliste».

Dopo molte ore di silenzio è arrivata la dichiarazione del nuovo Mr. Pesc (Politica estera e di sicurezza comune Ue) Josep Borrell: «Sono necessari ulteriori dialoghi e sforzi – ha dichiarato – «per migliorare la comprensione reciproca per offrire soluzioni a lungo termine alla stabilizzazione del Medio Oriente. L’Unione europea è pronta a continuare il suo impegno con tutte le parti al fine di contribuire a disinnescare le tensioni e invertire la dinamica del conflitto».

In realtá ci si aspettava molto di piú di semplici dichiarazioni e inviti alla prudenza. Il vero problema potrebbe essere ravvisato nel fatto che nessuno vuole schierasi definitivamente. Tutti sono sicuri dell’azzardo compiuto da Donald Trump ma nello stesso tempo nessuno si schiera a favore o meno dell’Iran. In realtá la stessa figura di Soleimani è stata abbastanza ambigua.

In molti oggi festeggiano la sua morte ma altri la piangono disperatamente. Per alcuni era considerato un terrorista, colui che aveva esportato il khomeinismo al di fuori del Paese, per altri invece era quel personaggio capace di aver sconfitto l’Isis e garantito la sicurezza e l’equilibrio all’interno dell’Iran. Le conseguenze di questo attentato saranno imprevedibili. Da una parte Trump, con questo attacco tra l’altro senza aver avuto il consenso del Congresso, potrebbe avere svantaggi nelle sue prossime elezioni e qualcuno invece crede sia una strategia ben studiata volta a distogliere l’attenzione sull’impeachment che lo vede coinvolto. L’escalation in Medioriente, infatti, potrebbe portare molti giovani soldati americani in un conflitto che inesorabilmente vedrá vittime. Ne parla Micheal Moore il regista anti-Bush (e Trump) che commenta sui social la morte del generale iraniano. «Salve compagni americani. Conoscete quest’uomo? Sapevate che era il vostro nemico? Cosa? Mai sentito parlare di lui? Entro la fine di oggi sarete addestrati a odiarlo. Sarete felici che Trump lo abbia assassinato. Farete come vi è stato detto. Preparatevi a inviare i vostri figli e le vostre figlie in guerra».

Anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha voluto rendere una sua dichiarazone: «L’Italia sostiene fortemente l’invito rivolto dall’Alto rappresentante Ue Josep Borrell a tutti gli attori coinvolti verso l’esercizio della massima moderazione e a mostrare responsabilità in questo momento. Siamo tutti concordi sul fatto che un’altra crisi rischia solo di compromettere anni di sforzi per stabilizzare l’Iraq. La priorità è la lotta all’Isis». Peccato non abbia fatto alcun accenno al generale Qassem Soleimani come la figura che maggiormente ha sconfitto proprio l’Isis sul campo.

Il ricordo di Soleimani alla moschea di Tajrish

La piazza antistante la moschea di Imamzadeh Saleh a Tajrish (una delle più belle della capitale iraniana) a Teheran nel giorno dell'ultimo saluto al generale Qassem Soleimani e al comandante iracheno Abu Mahdi Al Mouhandis, uccisi giovedì notte in un raid americano vicino all'aeroporto di Baghdad

Posted by Eurocomunicazione on Saturday, 4 January 2020

 

Tiziana Ciavardini

Foto e video © Antonietta Spinelli, Eurocomunicazione

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