Iran, Brexit e autonomie locali, i nodi della politica del Regno Unito

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Dalla tensione nel Golfo Persico alle trattative con l’Ue per formalizzarne la separazione, passando per le spinte autonomiste di Irlanda del Nord e Scozia

Mentre il Regno Unito è sotto shock per la decisione di Meghan ed Harry di lasciare Buckingham Palace, trasferirsi Oltreoceano e, di fatto, rompere con la famiglia reale, il Paese si trova impegnato su più fronti. La crisi di relazioni con l’Iran, l’imminente finalizzazione della Brexit, prevista per il 31 gennaio, il destino amministrativo di Irlanda del Nord e Scozia.

Nonostante le responsabilità dell’assassinio del generale iraniano Qasem Soleimani ricadano sugli Stati Uniti, un po’ tutto l’Occidente si trova coinvolto in questa fase di tensione, che potrebbe aggravarsi ora che il Paese Medio-Orientale ha ammesso di aver effettivamente colpito il Boeing ucraino l’8 gennaio – tre i cittadini britannici sui 176 a bordo – come accusa il Canada con il supporto della stessa Gran Bretagna.

L’Iran ha convocato l’ambasciatore britannico Robert Macaire e il governo degli Ayatollah ha definito «inaccettabili» le dichiarazioni del primo ministro Boris Johnson, del segretario di Stato Dominic Raab e del segretario della Difesa Ben Wallace, che hanno sostanzialmente avallato l’azione decisa dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. La Repubblica Islamica ha equiparato la posizione britannica a quella statunitense, considerando dunque il Regno Unito «complice dei terroristi».

I rapporti tra i due Paesi hanno sempre vissuto di alti e bassi, a partire dal passato coloniale inglese, mai dimenticato del tutto. Ma negli ultimi anni si è cercata la via diplomatica e della cooperazione per far mantenere all’Iran gli impegni sul programma nucleare.  In questi negoziati la Gran Bretagna ha avuto un ruolo centrale, di intermediazione tra le posizioni di Stati Uniti e Unione europea, ora però gli asiatici sembrano volersi tirare indietro e potrebbe aprirsi una nuova fase.

Il Regno Unito forse sopravvaluta il suo peso di mediatore nella regione. Johnson ha espresso soddisfazione per l’impegno del suo Paese, sorta di «ponte» tra gli attori ai due lati dell’Atlantico anche per quanto riguarda la presenza in Iraq. Le speranze del ridimensionamento della tensione però sono al momento molto flebili e, anzi, le basi navali e militari che ha la Gran Bretagna nel Golfo Persico potrebbero diventare un obiettivo sensibile in caso di ritorsioni iraniane.

L’allerta resta alta e il Parlamento iracheno ha chiesto che le truppe straniere lascino il Paese – il contingente britannico è formato da circa 400 soldati, presenti come difesa dallo Stato Islamico. Raab da un lato rivendica il diritto di «autodifesa» da eventuali attacchi, riferendosi anche alla pioggia di missili lanciati dall’Iran verso le basi statunitensi in Iraq; dall’altro spera ancora in una soluzione diplomatica della crisi in modo che gli impegni sul nucleare restino in piedi.

Rimanendo in tema nucleare, il National Audit Office (NAO), organo parlamentare indipendente responsabile della revisione dei dipartimenti del Governo, ha lamentato una gestione carente del programma britannico sulle armi nucleari. I costi sono in aumento di oltre un miliardo di sterline e le tempistiche nella realizzazione dei progetti che dovrebbero migliorare o sostituire sei siti e strutture si sono allungate da uno a sei anni.

Passando alla Brexit, tema caldo da ormai tre anni e mezzo, c’è stato il primo successo per il documento di uscita dall’Ue presentato dal premier Johnson alla Camera dei Comuni, approvato con uno scarto di 99 voti – 330 a favore e 231 contro – grazie anche alle ultime elezioni che hanno rinnovato la Camera Bassa in senso fortemente anti-europeista. Il provvedimento passa ora alla Camera dei Lord e, per quanto ci si aspetti una discussione più serrata, la sua bocciatura appare improbabile.

L’ultimo passaggio è fissato al 29 gennaio, quando sarà il Parlamento europeo a dover confermare la ratifica. In questo senso sono già arrivati gli avvertimenti dal capo negoziatore di Bruxelles, Michel Barnier, che ha posto condizioni contro un’uscita senza accordi tra le parti, cui ha fatto eco la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen: «Londra decida il grado di vicinanza all’Ue, se non c’è libero movimento di persone non ci può essere libero movimento di capitali». Dal canto suo, Johnson è convinto di poter ottenere accordi soddisfacenti per tutti prima che scadano i rimanenti undici mesi concessi per le trattative.

Qualcosa si è mosso per quanto riguarda le estenuanti discussioni sull’Irlanda del Nord. Dopo tre anni di stallo è stato presentato un abbozzo di accordo per quanto riguarda il decentramento di poteri a favore dell’Ulster, i cui partiti dovranno trovare a breve un’intesa trasversale e definitiva. «È tempo di decidere», ha detto il segretario di Stato per l’Irlanda del Nord al Parlamento, rivolgendo un accorato appello alle forze politiche affinché restino unite per un obiettivo comune.

Il documento denominato “Nuovo decennio, nuovo approccio” prevede ulteriori fondi per le regioni, misure finanziarie, sanità pubblica e l’istituzione di una commissione per la preservazione delle identità. Cauto ottimismo da parte dei democratici unionisti (DUP), con la leader di partito Arlene Foster che ammette comunque l’imperfezione dell’accordo, frutto del compromesso. Nonostante le divisioni tra unionisti e indipendentisti, si tratta tuttavia di un importante passo avanti  verso il ripristino di un governo locale, ormai fermo dal 2017.

Grane arrivano invece dalla Scozia, il cui Parlamento ha nettamente respinto con 92 voti contrari e 29 a favore le proposte di Johnson sulla Brexit. Il Segretario di gabinetto per le relazioni governative e costituzionali Michael Russell ha definito le misure «offensive per la democrazia scozzese. È un veicolo che implementa questo disastroso processo nella legislazione interna».

Con Inghilterra e Galles che hanno votato per la Brexit e l’Irlanda del Nord vicina a scegliersi il proprio destino, «la Scozia è la sola delle quattro Nazioni che ha votato Remain (71%, ndr) ed è invece costretta a rimanere nel Regno senza nemmeno accordi speciali o voce in capitolo sui rapporti con l’Ue», prosegue Russell, che lamenta un totale disinteresse britannico verso il rispetto della volontà popolare scozzese.

                   Nicola Sturgeon

A questo punto torna a prendere quota l’idea di un nuovo referendum per l’indipendenza scozzese dopo quello fallito nel 2014. L’ipotesi è nell’aria da ormai tre anni, dalla vittoria della Brexit, tutto dipenderà dagli equilibri politici che saranno ridefiniti dalle elezioni locali nel 2021. Il Partito Nazionalista Scozzese (SNP) regge ora un governo di minoranza, ma anche i Verdi sembrano andare nella stessa direzione. Il leader SNP Nicola Sturgeon ha presentato richiesta formale all’esecutivo britannico, incontrando l’opposizione di Johnson ed è per questo che alla Scozia serve una forte pressione dalle istituzioni locali.

Nel 2021 il Parlamento scozzese potrebbe esprimere una maggioranza indipendentista molto più sostanziosa di quella attuale e avere la forza per indire un referendum che, nonostante siano passati pochi anni, avrebbe tutto un altro significato rispetto a quello del 2014, quando non c’era in ballo la questione europea. Insomma, il futuro politico nell’isola è ancora tutto da decifrare.

 

Raisa Ambros

Foto © RSI; bighospitality.co.uk; bmwi.de; news.sky.com; sundaypost.com

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