Černobyl’: ammaliati dal mistero della Zona

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Nel suo primo libro lo scrittore ucraino Markijan Kamyš racconta le sue incursioni nell’area proibita dopo il più grande disastro nucleare della storia

Strane traiettorie del caso, o forse del destino. Quando, il 26 aprile del 1986, il reattore numero quattro della centrale nucleare di Černobyl’ esplodeva, si materializzavano le coordinate di quella Zona già evocata con misteriosa preveggenza dai fratelli Strugackij, autori del racconto fantascientifico Picnic sul ciglio della strada che ispirerà Tarkovskij per quella straordinaria esperienza filmica datata 1979 che è Stalker. Un territorio ambiguo e perturbante, percorso da uomini disperati e da guide definite appunto stalker, cercatori di qualcosa che sempre sfugge alle imperfette facoltà umane.

Markijan Kamyš, scrittore ucraino alla sua prima fatica letteraria, è uno di questi. Un viaggiatore dell’ignoto, un uomo che, figlio di un ricercatore stroncato dall’impari lotta con il leviatano nucleare,  si sente irresistibilmente attratto da quel luogo vietato e, per questo, più appetibile. Perchè la Zona è prima di tutto un limite imposto dalla società, un divieto che deve essere infranto.

«È solo il destino, la vita, il desiderio», scrive appunto l’autore in Una passeggiata nella zona, edito in Italia da Keller, individuando uno dei caratteri principali del popolo ucraino e dell’anima slava in generale. Un fatalismo al quale non è possibile sfuggire, e che si materializza nell’irresistibile fascinazione della Zona.

Inspiegabile feticismo, che spinge così tante persone a fare il pieno di radioattività, come fosse una sbronza d’alcol, incuranti delle conseguenze. Del resto una cosa che non si vede semplicemente non esiste. La ragione di questa attrazione fatale resta oscura. Lo stesso Kamyš la ignora. Semplicemente non riesce a farne a meno, come una persona  costretta da una dipendenza.

Kamyš si tuffa nella Zona come in un sogno, un paese incantato fatto di villaggi abbandonati e di una natura selvaggia dove il tempo si è cristallizzato, come in quelle fiabe che ascoltavamo da bambini con gli occhi spalancati per lo stupore. Da questo punto di vista il viaggio diviene una ricerca dell’innocenza perduta, cancellata dalle storture del regime. La Zona è allora, paradossalmente, il regno della tranquillità e della pace, lontano dalle ipocrisie, dai sorrisi falsi, dalle menzogne della civiltà.

Ma, come in ogni fiaba che si rispetti, ci sono anche il freddo, il fango, la fame, la solitudine, l’adrenalina, la paura innescata dall’improvviso manifestarsi della schiena di un drago, in realtà il ponte della ferrovia che, avvolto da fiamme infernali, era collassato nel fiume ghiacciato  con un torturante sfrigolio.

«Ci saranno le strade asfaltate di notte, i resti delle cabine elettriche e i villaggi abbandonati, meravigliosi nella nebbia. Così sonnolenti di giorno, mentre di notte… beh, di notte cade sulla terra quella foschia umida, quelle ombre che avvolgono tutto come una ragnatela». Come in un film di Béla Tarr, il lavorio del tempo si manifesta nelle carte da parati sbriciolate, nelle tele intessute dai ragni ad avvolgere le sedie, i tavoli, i bicchieri lasciati dalle persone costrette ad abbandonare le proprie case in fretta e furia, una inesplicabile geometria del tempo e della distruzione.

Il vuoto delle case in rovina accoglie il visitatore tremante, avvolto nel sacco a pelo, il coraggio versato nello stomaco sotto forma di vodka, immancabile ingrediente nella narrativa dell’Est europeo. «Te ne stai lì tranquillo ad ascoltare i rumori dell’aria e le porte che sbattono nei palazzoni delle città morte, ti addormenti in pace tra i cardini che cigolano, perchè sai che le case morte amano parlare ai loro ospiti». Fantasmi di vite trascorse agitano la narrazione, «squallide nature morte della felicità rubata di rovine abbandonate».

Domina su tutto la rovina. I trafficanti di metallo lavorano incessantemente nelle discariche ingombre di carcasse di camion, di elicotteri e di carri armati. Fra poco non ci sarà più nulla, così come spariranno le suppellettili dalle case abbandonate, i cavi elettrici e i rottami di metallo, bruceranno i mobili e gli infissi per scaldare i pellegrini infreddoliti, macabri viaggiatori dello sfacelo e della morte.

L’angolo più remoto della Zona offre una inaspettata oasi di pace. Una chiesa ortodossa con il pavimento pulito e il breviario intatto, nella quale si può sognare l’infanzia lontana. Perchè il viaggio, forse, è anche ricerca di una spiritualità a lungo negata che si credeva perduta, della quale si sente ora l’ardente desiderio. Si anela al miracolo, alla meraviglia, in un mondo sin troppo prosaico.

E poi c’è il tempo, bloccato negli orologi fermi appesi nelle case, nelle aule di scuola, il tempo immobile che, come in uno specchio, mostra la nostra immagine.  Solo nella Zona il protagonista sente che la vita non gli sfugge via. Eppure anche questo luogo, come tutte le cose umane, è destinato a sparire, a precipitare nell’oblio.

«Fra un po’ tutto questo non lo si vedrà più: […] Schiacceranno da una parte e dall’altra il mosaico della meravigliosa terra di Černobyl’, che niente e nessuno potrà portarsi via. Solo da ritagli di foto e frammenti di ricordi fra una decina d’anni potrò vedere questo mondo stupendo. E so perfettamente che mi mancherà».

 

Riccardo Cenci

Foto © Wiki Commons (Immagine in alto Michal Bělka, in basso Paweł ‘pbm’ Szubert)

 

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Markijan Kamyš

Una passeggiata nella Zona

Traduzione di Alessandro Achilli

Keller Editore

Pg. 160 € 15,00

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