Mario Draghi, il cassaintegrato di Palermo, l’INPS e l’autocertificazione

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L’intervista dell’ex presidente Bce al Financial Times crea fibrillazioni nella politica, ma soprattutto “seguono” l’inizio delle proteste per coloro che non hanno più risorse

“Gira in rete” (come si suole dire) da ieri il video di un cassaintegrato di Palermo che con, si presume, sua figlia accanto, una bambina di cinque o sei anni, parla di rivoluzione dei cittadini. Non la minaccia, non sta commettendo alcun reato, piuttosto è disperato. E lo urla in rete all’Italia. Come chi non ha altri strumenti. Dice che non ha più soldi e fa capire che non li ha più perché non può fare niente, non può guadagnare, non può mettere assieme il pranzo con la cena. Quante persone in Italia sono in questo stato, attualmente? E quanto potrebbe ancora peggiorare questa situazione? Che accadrà lunedì prossimo, quanto tutti si accalcheranno davanti alle porte virtuali del sito dell’INPS, e armati di santa pazienza o infuriati cercheranno di accedere attraverso lo SPID, o il CNS, o il PIN o qualsiasi altra cosa che rischia non funzionare affatto, un po’ perché spesso non funziona per definizione, oppure perché la linea è sovraccarica, oppure perché il cittadino stesso non è dotato di una connessione decente, oppure perché abita in una di quelle zone d’Italia che contribuisce a tenere in piedi col proprio sudore, una di quelle di cui ci si ricorda solo quando c’è un terremoto, ma solo il tempo di mandare le telecamere e poi via: tanto non porta voti e ha finito di fare audience, una di quelle zone disgraziate che internet non l’hanno vista mai.

E che farà il cassaintegrato di Palermo del video? Pardon, noi lo abbiamo chiamato “cassaintegrato”, ma magari è un agente di commercio, una Partita IVA, ormai abituata ad essere additata come uno dei peggiori mali dell’Italia, additato, in una stupida guerra fra poveri, dai lavoratori dipendenti (ma anche dall’ultima Legge di stabilità) come un evasore fiscale per pregiudizio e definizione, malgrado versi fra imposizione fiscale, contributiva e tasse varie oltre il 66% di ciò che riesce faticosamente a ricavare in un anno, oppure è uno che lavora in nero, che si barcamena fra lavoretti vari o si imbarca sulle paranze e cerca di trarre ciò che serve alla sua bambina che innocente e ignara di ciò che accade continua a sorridere e a mangiare un pezzo di pane e nutella, l’ultimo che suo padre – così dichiara – sarà in grado di comprarle? E che accadrà quando questo signore di Palermo, e con lui chissà quanti altri, con accento diverso, in altre latitudini di questa nazione lunga, stretta e dispersa non avrà davvero più soldi? Che accadrà quanto tanti di questi signori non riusciranno, come programmato, non prendiamoci in giro, nemmeno a ad avere i famosi 600 euro dall’INPS? Che accadrà quando queste persone non avranno più nulla da perdere?

«Quando un esercito è in borghese, è un esercito di popolo, e cor popolo, ce se sbatte sempre er grugno», diceva nel film “In nome del Papa re” il buon Monsignor Colombo, interpretato da Nino Manfredi. Chi non ha più nulla da perdere, non ha più paura di perdere nulla. Per quanto questo concetto possa sembrare tautologico, è bene ricordarlo, è un monito che affonda profonde radici nella storia dell’Umanità. E che c’entra il “cassaintegrato di Palermo del video” con Mario Draghi? C’entra, perché con modalità diverse i due signori stanno dicendo la stessa cosa. Per cui, in questo momento noi abbiamo Mario Draghi e il signore di Palermo da un lato, e dall’altro abbiamo il premier Giuseppe Conte, l’INPS, il quinto modulo di autocertificazione per poter uscire da casa (nel quale, peraltro, il cittadino dovrebbe dichiarare cose che non è nemmeno in grado di sapere), le dirette delle 18:00 e quelle delle 22:30, i ghigni di Borrelli, il sabotaggio delle iniziative di Fontana in Lombardia, il mancato impegno nel fornire mascherine e altri strumenti di protezione personale a medici, infermieri e personale sanitario, i grandi e ingiustificabili ritardi nell’informare la popolazione dell’entrata in stato di emergenza il primo febbraio, ma ancora peggio, i grandi ritardi nell’intervenire.

E poi decreti, ordinanze continue e sanzioni. E niente sostanza. Da un lato c’è chi urla la necessità di intervenire assieme Draghi che rilascia una stringata, ma chiarissima intervista in inglese, lingua sintetica e di laconica incisività, nella quale indica una via possibile, o forse obbligata. Un messaggio che sarebbe riduttivo confinare entro i nostri confini, ma che si riferisce all’Europa, al mondo Occidentale. E ci fermiamo qui. Dall’altro c’è un governo che non ha trovato di meglio che assumere e pagare due consulenti che in questo momento di emergenza dispensano perle di saggezza delle quali si sentiva veramente la mancanza e tali da cambiare radicalmente la situazione, una tal Mazzucato, che anziché indossare una mascherina infila un eskimo ed elevando il pugno sinistro al cielo ci delizia sulla fine del capitalismo e dell’economia privata e un certo Gunter Pauli, inventore dell’ennesima supercazzola pauperista della “blue economy”, che non trova di meglio che inventarsi una correlazione palesemente spuria come quella fra coronavirus e impianti di trasmissione 5G. Sarebbe bene far vedere al signor Pauli la divertente sovrapposizione fra casi di mucca pazza e voto a favore della brexit in Gran Bretagna per far capire cosa sia una correlazione spuria, ma temiamo seriamente che questo fine “economista” la prenderebbe come vera.

I due sono pagati dal Governo Conte con i nostri soldi, ovviamente. E credo non debbano compilare moduli particolari dopo aver digitato PIN, SPID o CNS per riceverli. Mario Draghi ha detto poche cose. Una più densa e inequivocabile dell’altra, ma prima di tutto è bene evidenziare l’approccio dell’intervista, l’attenzione alla vita, ai sentimenti di paura e ai lutti che colpiscono molti di noi, l’accento sugli aspetti e sulle ricadute sociali della crisi in atto sono elementi centrali e imprescindibili dell’intervista stessa. E tali elementi sono visti non in contrapposizione, ma intimamente connessi alla capacità di produrre, di lavorare e tutelare i posti di lavoro, di costruire il futuro dopo aver gestito il presente. E dando da subito le indicazioni per gestire il presente a farlo «con forza e velocità», elementi che stanno mancando a quasi tutti i governi occidentali, forse con l’eccezione degli Stati Uniti di Trump, e massimamente in Unione europea e in Italia, dove si aspetta la manna di una decisione positiva di un’entità socialmente astratta quanto distante e percepita ostile come il MES. Non si vuole riassumere qui il testo del discorso di Draghi, altri lo hanno fatto e bene ed è diventato un discorso popolare, i social ne sono invasi e con un sentiment altamente positivo su tutte le fasce d’età. Basta scorrere le pagine di Facebook, Twitter e Linkedin per accorgersene, oltre che la stampa specializzata e quella generalista. Segno che si vuole cambiare pagina, che ci si vuole levare da dosso i panni sporchi e infetti di questa crisi, anche se gessati e con cravatta ed eventualmente, con la pochetta. Segno che si sta dicendovogliamo Draghi”, anche se lui non ci pensa nemmeno a scendere in campo. Vogliamo un esecutivo di persone competenti, decise e rapide. Che non si perdano in meandri inutili burocratici, in decreti e ordinanze continue, ma agiscano, soprattutto in tempo. Adesso più che mai, presidente Mattarella, varrebbe quel titolo di tanti anni fa, in occasione di una crisi inferiore solo a quella presente: “Fate Presto!”. Faccia presto, presidente.

 

Alessandro Cicero

Foto © Financial Times, The Telegraph

 

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