Addio a Luis Sepúlveda, cantore di un’umanità smarrita

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Il Covid-19 porta via il grande scrittore cileno, da sempre impegnato nella difesa della natura e dei diritti fondamentali dell’uomo

Luis Sepúlveda avrebbe voluto terminare la propria esistenza nell’estremo Sud del mondo, in quei luoghi remoti e inaccessibili ai quali sentiva di appartenere e che non aveva mai dimenticato, nonostante l’esilio lo avesse destinato a un erratico peregrinare. Sopravvissuto al golpe che nel 1973 destituì Salvador Allende, seppellendo con lui tutte le utopie del tormentato continente sudamericano, imprigionato per le proprie idee, prima di essere liberato grazie all’intervento caparbio di Amnesty International, si è arreso infine al Covid-19. Un ospedale di Oviedo ha visto la morte di quest’uomo di smisurata umanità, il cui commiato avrebbe meritato ben altri orizzonti.

«Finalmente anch’io sentivo di appartenere a qualche luogo. Finalmente sentivo quel richiamo, più potente dell’invito della tribù, che uno ascolta o crede di ascoltare, o si inventa come palliativo alla solitudine. Là, in quel mare sereno ma mai calmo, su quella bestia silenziosa che tendeva i muscoli preparandosi all’abbraccio polare, sotto le migliaia di stelle che testimoniavano la fragile ed effimera esistenza umana, seppi finalmente che appartenevo a quei luoghi, e che se anche fossi mancato, avrei portato con me per sempre quella pace terribile e violenta, precorritrice di tutti i miracoli e di tutte le catastrofi». Rileggendo queste parole, tratte da Il mondo alla fine del mondo, non possiamo non provare un brivido di fronte alla poetica intuizione dell’onnipotenza della natura, alla sua qualità ambivalente. Al suo cospetto l’uomo resta muto nella percezione della propria fragile transitorietà.

Sepúlveda amava sommamente il mare, la sua assenza di limiti e di frontiere, la sua costante mutevolezza. Non per niente si era formato alla scuola di Coloane, di Stevenson, di Salgàri e di Verne, scrittori che avevano incantato il suo animo adolescente infondendogli il senso delle immense prospettive. In particolare da loro aveva appreso una scrittura potente e senza fronzoli, di pregnante concisione, in grado di veicolare il senso del mito che da sempre è legato a quelle terre. Adolescente era rimasto il suo animo, in definitiva, ottimista nonostante tutto, incline alla fiaba e al sogno.

Appunto fiabe come Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare gli aprirono le porte del successo, consacrandolo come autore dalle enormi capacità immaginifiche e mitopoietiche.

Sepúlveda è il cantore degli ultimi e degli oppressi. Non a caso, giovanissimo, si iscrisse alla gioventù comunista, vivendo sulla propria pelle tutte le lotte e i drammi della sua patria; un concetto che per lui, più che a un luogo fisico, è legato alla lingua madre, alle sue possibilità espressive.

Sulla sua vicenda biografica si staglia enorme la figura del nonno paterno, anarchico in esilio il quale, con le sue letture del Don Chisciotte, instillò nell’anima del ragazzo l’amore per la letteratura e per la libertà. La sua smodata ammirazione per Allende lo porta a militare nella sua guardia personale. Il rammarico per non aver potuto raggiungere e aiutare il presidente durante il golpe lo tormenterà per tutta la vita. Le torture e la prigione non piegano l’animo di un uomo coraggioso, costantemente incline alla causa degli umiliati e degli offesi.

L’attivismo incessante lo porta verso il giornalismo, il teatro e i libri. Nella sua ottica, l’arte è costantemente legata alla lotta, all’impegno sociale. La sua scrittura è vicina a coloro che si sacrificano per le grandi cause, per inseguire l’utopia.

Esiliato in Europa, tutto quello che gli resta sono i libri, come avviene al protagonista de Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, il primo libro a dargli fama rilevante. Un romanzo scaturito di getto in Croazia, a distanza di circa dieci anni dal viaggio che lo aveva portato in Amazzonia a contatto con gli indios Shuar.

«Aveva sentito dire spesso che con gli anni arriva la saggezza, e aveva aspettato, fiducioso, che questa saggezza gli desse quello che più desiderava: la capacità di guidare la direzione dei ricordi per non cadere nelle trappole che questi spesso gli tendevano». Ne aveva di ricordi Sepúlveda, di aneddoti e storie da raccontare. Ci mancherà la sua voce schietta, il suo sincero anelito verso l’ideale. Ci restano i suoi libri, un grande canto d’amore verso la vita che, nonostante sia percorsa dal morbo dell’umana barbarie, egli seguitava ad amare con tutta la forza del suo cuore appassionato.

 

Riccardo Cenci

 

 

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