Quarantena, aumentano consumo di vino e la sua vendita online

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Ma restano interrogativi sulla prontezza della distribuzione, della produzione durante la prossima vendemmia e sul volume futuro dell’export

Un bicchiere di buon vino è un classico sulle tavole degli italiani e nemmeno la quarantena ne ha intaccato la presenza. Anzi, un consumo moderato e responsabile può essere di conforto in un periodo di incertezze sul futuro, di sofferenza, di isolamento. Del resto, «il vino rosso ha un ottimo effetto sulla salute e sull’umore grazie alla presenza di resveratrolo e polifenoli», ricorda Olga Bussinello, direttrice del Consorzio per la Tutela dei Vini della Valpolicella. 

Iri, la piattaforma di analisi predittive, big data e inshight, ha reso noti i dati sulla Grande Distribuzione Organizzata verso piccoli esercizi commerciali, supermercati e ipermercati, registrando dal 23 febbraio, giorno delle prime restrizioni del governo per arginare la pandemia di coronavirus, un incremento di vendite del 5,8% in raffronto alla stessa finestra temporale del 2019. E dal 22 marzo c’è stato un ulteriore picco dell’11-12%.

Ad andare bene sono stati in particolare i vini Dop, Denominazione di origine protetta, che hanno visto un trend positivo generale del 7,5%, con aumenti più recenti del 9,8%, un segnale che i consumatori conservano anche un occhio di riguardo per la qualità del prodotto, oltre che, giustamente, per il prezzo. Calano dopo una prima crescita del 2,6% gli spumanti, le cui vendite hanno un passivo di ben 14,8 punti percentuali.

Va meglio la distribuzione online. Tannico, la più grande enoteca italiana di e-commerce, riporta un aumento del volume di affari del 100%, con un +10% sulla frequenza di acquisto e del 5% di quantità di bottiglie per ordine. Le preferenze vanno verso i vini regionali e anche queste modalità di commercio vedono un netto calo dei prodotti più pregiati, dagli spumanti e champagne (-30%) a denominazioni come Barolo o Brunello.

Le aree più colpite dal Covid-19 sono anche quelle in cui si sono registrati gli aumenti più significativi sui consumi. Marco Magnocavallo, ad di Tannico, riporta i numeri per regione: spicca proprio la Lombardia, con un +100%, poi Piemonte (+90%), Emilia-Romagna (+85%) e Veneto (+82%). Più basse, ma comunque in attivo, le regioni del sud e le isole: la Sicilia registra un +40%, la Puglia +30%, Calabria +20% e la Sardegna appena un +10%.

Un riflesso positivo è la messa in moto di azioni solidali tramite acquisti online. Tannico ha scelto, assieme alle cantine con cui coopera, un assortimento di prodotti (si possono scoprire facilmente sul loro sito internet) la cui vendita porta alla raccolta di un euro per bottiglia, da destinare in beneficenza. L’azienda ha già donato oltre 13 mila euro all’ASST Fatebenefratelli  Sacco di Milano, una delle Aziende Socio Sanitarie Territoriali più coinvolte nel contrasto alla pandemia.

«Il lockdown ha comportato uno spostamento degli acquisti di vino tra canali», commenta Denis Pantini, responsabile alimentare di Nomisma e di Wine Monitor, due società di studio e ricerca sugli andamenti e le tendenze di mercato. «In Italia», prosegue Pantini, «il canale on-trade (ristoranti, bar, enoteche ecc.) pesa circa un terzo sul volume di vendita del vino, ma copre circa il 40% del valore. Per quanto riguarda la GDO, le chiusure hanno permesso una crescita dell’11% tra l’8 e il 22 marzo rispetto alle stesse due settimane del 2019». Mentre sulla vendita online, «non esistono rilevazioni aggregate ma, sulla base dei singoli siti specializzati», si può parlare di «aumenti a tre cifre percentuali».

Secondo Francesca Migliarucci, responsabile Area Internazionale e Comunicazione di Federvini, il ricorso all’e-commerce in periodi del genere è naturale, ma l’Italia deve  rafforzare la diffusione della rete e la logistica, per «mantenere attivo il rapporto con il consumatore». Anche perché, in questa fase difficile, un bicchiere di vino può «dare quel senso di comunità familiare» o «offrire un momento di relax».

Le restrizioni e la quarantena, al di là dell’impennata attuale dei consumi, portano della difficoltà strutturali per l’industria. «La produzione richiederà tempi più lunghi, per garantire la sicurezza dei lavoratori» e anche la distribuzione è rallentata dalle chiusure di molti esercizi. Di fatto, tolto l’online, i supermercati sono «l’unico canale cui il consumatore si rivolge».

«La crescita è importante, ma su numeri bassi», spiega la Bussinello, «le vendite online non sono ancora così diffuse, solo poche aziende particolarmente strutturate riescono a farlo e solo nel territorio nazionale. Una piattaforma di e-commerce ha costi alti e la maggior parte delle compagnie non può sostenerli», continua la Bussinello. «Certamente questo sarà il futuro, ma con un sistema direttivo» alle spalle.

Altre apprensioni sono rivolte alla produzione futura. Ora le attività sono tutte più o meno rallentate, ma la natura non si fermerà. «La grande preoccupazione dei produttori è legata al calendario», aggiunge la Migliarucci, «all’approssimarsi della vendemmia e alle difficili condizioni in cui questa potrebbe avere luogo».

Appurato che la diffusione del SARS-CoV-2 tramite spedizioni di imballaggi è altamente improbabile, meno che mai il virus ha possibilità di sopravvivere in presenza di alcol e in un ambiente ipotonico, ulteriori interrogativi sono posti sull’andamento dell’export.

Molto in tal senso dipenderà dalle misure prese dai singoli Paesi. «Regno Unito (-30%) e Germania (-25%) a marzo stanno soffrendo di più, va meglio con Canada e Stati Uniti», dichiara Michele Farruggio, direttore generale della Gerardo Cesari Spa, «anche in est Europa ci sono ritardi nelle consegne e nelle forniture». Ma è ancora difficile avere un quadro ben chiaro, «i dati non sono così aggiornati», afferma Pantini, «la disponibilità a livello statistico prevede almeno un mese e mezzo di differimento temporale».

«Ad oggi abbiamo i dati relativi a otto mercati principalmente asiatici, ma sono sul primo bimestre 2020, quando l’effetto coronavirus non era ancora evidente», continua Pantini. A gennaio e febbraio, Giappone e Corea del Sud hanno registrato incrementi rispettivamente del 2 e 3%, mentre il mercato cinese, primo a subire l’impatto della pandemia, «è calato del 23% rispetto allo stesso biennio dell’anno precedente e l’import dall’Italia del 18%». Ma già da marzo «molti produttori da noi intervistati hanno evidenziato una ripresa degli acquisti dagli importatori cinesi, il che lascia ben sperare per una ripresa futura».

 

Raisa Ambros

Foto © linchiesta.it; altroconsumo.it; acinonobile.it; ansa.it; italianfoodexcellence.com

 

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