Brexit, più si va avanti e la questione si aggroviglia

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Regno Unito valuta modifiche ad accordo di uscita: eliminerebbe controlli su beni in transito da Irlanda

Il governo del Regno Unito sta valutando l’adozione di un provvedimento che annullerebbe di fatto uno dei cardini dell’accordo sulla Brexit raggiunto lo scorso anno, vale a dire la necessità di prevenire una frontiera fisica fra le due Irlande. Londra considera la legge “un piano di riserva” nel caso in cui i negoziati in corso sulle relazioni commerciali con l’Unione europea dovessero fallire, a poche ore dal’inizio dell’ottavo round di negoziati, fissato per martedì.

La Germania, che è a capo del semestre di presidenza del Consiglio Ue, preferirebbe non fissare date specifiche per l’accordo commerciale dell’Unione europea con la Gran Bretagna e sostiene il capo negoziatore dell’Unione per la Brexit nei suoi sforzi per raggiungere un accordo, come ha indicato il portavoce del governo tedesco Steffen Seibert. Se non si raggiungerà un accordo entro il 15 ottobre, giorno del prossimo vertice del Consiglio europeo, per il Regno Unito ci saranno conseguenze “significative”. Il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz ha avvertito Londra che se i colloqui sugli accordi commerciali post-Brexit falliranno dovrà affrontarne le conseguenze. «La mia valutazione è che una situazione senza regole avrebbe conseguenze significative per l’economia britannica», ha commentato il ministro dopo un incontro con i suoi omologhi europei a Berlino. Al contrario, ha sottolineato Scholz, «l’Europa sarebbe in grado di gestire un mancato accordo e le conseguenze non sarebbero particolarmente gravi grazie ai piani che abbiamo preparato».

A margine dell’Ecofin informale di Berlino anche il ministro italiano dell’Economia Roberto Gualtieri, che ha ammonito come «finché non si ritorna a livelli di Pil pre Covid sarebbe un errore reintrodurre le regole del patto di stabilità» – l’ex presidente della Commissione Romano Prodi aveva dichiarato che con i britannici mai si sarebbe arrivati a un fondo di solidarietà come il Recovery Fund, ndr – e incontrando la stampa italiana ha sottolineato di condividere «le parole del commissario Gentiloni: è più rischioso eliminare lo stimolo troppo presto che troppo tardi». Nel quarto trimestre 2020 «ci sarà molta incertezza» legata sia all’evoluzione dei contagi e all’arrivo del vaccino che ad aspetti geopolitici come Brexit, le elezioni americane e le tensioni commerciali, ha spiegato Gualtieri. Aspetti che «suggeriscono molta cautela nell’interruzione anticipata degli stimoli all’economia».

Il commissario europeo Paolo Gentiloni, a proposito della situazione in stallo per la Brexit, aveva aggiunto che tocchi al Regno Unito ristabilire la fiducia. «Come ha detto la presidente Ursula von der Leyen “pacta sunt servanda”. Noi in ogni caso, anche per le nostre competenze, per quanto mi riguarda l’unione doganale, siamo pronti a un risultato negativo di queste discussioni, ma lavoriamo ancora per trovare un accordo». Questo perché «l’evolversi della situazione delle trattative con il Regno Unito preoccupa molto. Il tempo corre, abbiamo circa un mese per trovare un accordo, ma ho totale fiducia in Michel Barnier, che lavora in questi giorni difficilissimi».

Vista da Oltremanica la situazione è all’opposto: se l’Unione europea non inizierà a mostrare maggiore flessibilità per aiutare il Regno Unito a concludere un accordo di libero scambio in stile canadese, il governo di Londra sarà di lasciare il blocco senza un accordo. Lo ha detto senza mezzi termini oggi il ministro britannico per l’edilizia e gli alloggi Robert Jenrick. «Vogliamo partire con un accordo di libero scambio in stile canadese – questa è sempre stata la nostra preferenza – e pensiamo che sia ancora possibile», ha dichiarato a Sky News quando gli è stato chiesto se non vedeva l’ora di una Brexit senza accordo. «Mah…se non mostrano il grado di flessibilità e realismo che vogliamo che mostrino…allora ce ne andremo con il tipo di accordi commerciali che hanno l’Australia e altri Paesi e pensiamo che sia anche un buon accordo per il futuro», ha aggiunto.

Ma il governo del Regno Unito non si ferma a questo, anzi. Ha lanciato questa settimana una campagna di comunicazione europea rivolta alle imprese con sede nell’Ue per fornire le informazioni utili a continuare a fare affari con il Regno Unito dopo il 31 dicembre 2020. La campagna Keep Business Moving è parte integrante del programma governativoThe UK’s New Start“, che illustra, analogamente a
quanto necessario per le aziende europee, il percorso che le imprese britanniche dovranno compiere per prepararsi a sfruttare le nuove opportunità derivanti dall’uscita del Regno Unito dall’Unione europea.

Per continuare, il premier britannico Boris Johnson ha accusato l’Unione europea di minacciare di imporre un “blocco alimentare” tra Regno Unito e Irlanda del Nord, istituendo un confine doganale lungo il Mare d’Irlanda se Londra non accetta le sue condizioni per l’accordo post Brexit. La denuncia di Johnson è contenuta in un articolo a sua firma pubblicato oggi sul Daily Telegraph, in cui avverte che in questo modo Bruxelles rischia di spezzare il Regno Unito. Proprio la posizione dell’Ue, spiega il premier, giustifica la decisione del suo governo di introdurre una disegno di legge per riscrivere l’accordo di recesso dall’Unione, una mossa che ha causato allarme tra gli stessi parlamentari Tory. Una fronda di almeno 30 parlamentari, che secondo il quotidiano “The Times” potrebbe crescere nelle prossime ore, sarebbero pronti a mettere i bastoni tra le ruote al piano di Johnson. Un emendamento alla legge presentato dai conservatori contrari, che sarà discussa alla Camera dei comuni lunedì, impedirebbe al governo di fare alcuna modifica all’accordo firmato con l’Unione europea senza passare per un voto del parlamento.

Il “nodo” relativo all’Irlanda del Nord nei negoziati tra Ue e Regno Unito sui rapporti dopo la Brexit non è proprio di semplice soluzione. Da una parte vi è la prospettiva di ripristinare il confine fisico, con i relativi controlli doganali, tra Irlanda e Irlanda del Nord modificando in maniera netta quella che era la situazione prima della Brexit. Dall’altra parte vi è la prospettiva del mantenimento dei controlli doganali tra Irlanda del Nord
e Regno Unito, senza cancellare alcune previsioni degli Accordi del Venerdì Santo del 1998 ma di fatto rappresentando una limitazione alla piena sovranità britannica. Questo pone il governo di Londra di fronte a una difficile e drammatica scelta, fra minare la stabilità interna e all’Irlanda del Nord, dopo un faticoso processo di pacificazione, o perdere una parte della propria sovranità territoriale. Il protocollo inizialmente concordato da Ue e Regno Unito punta ad evitare una frontiera fisica tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord. Mantiene d’altra parte l’Irlanda del Nord nel territorio doganale del Regno Unito in modo che possa beneficiare di futuri accordi di libero scambio che Londra concluderà con Paesi terzi. L’Irlanda del Nord rimarrebbe di fatto nell’unione doganale europea e nel mercato unico. Il controllo delle merci verrebbe attuato sui prodotti considerati “a rischio” che entrano in Irlanda del Nord dal Regno Unito.

A Bruxelles intanto il gruppo di coordinamento del Parlamento europeo sul Regno Unito ha incontrato ieri il copresidente della commissione mista Ue-Regno Unito, il vicepresidente della Commissione europea Maros Sefcovic, per valutare l’impatto della “legge sul mercato interno del Regno Unito” sull’attuazione dell’accordo di recesso, e con il capo negoziatore dell’Ue, Michel Barnier, per comprendere lo stato dei negoziati in corso sulle future relazioni tra Londra e Bruxelles. Il Parlamento europeo sostiene la posizione di Barnier e di Sefcovic che hanno invitato il governo britannico a ritirare immediatamente queste misure dal disegno di legge, entro e non oltre la fine di settembre. Il gruppo di coordinamento del Pe sottolinea che l’accordo di recesso, compreso il protocollo sull’Irlanda/Irlanda del Nord, è giuridicamente vincolante e che qualsiasi questione relativa all’attuazione delle sue disposizioni deve essere trattata dalla commissione mista e in nessun caso unilateralmente da una delle parti dell’accordo.

Separazione per separazione la voglia di addio lacera anche internamente il Regno Unito. È il caso della Scozia, dove il governo locale guidato dagli indipendentisti dell’Snp di Nicola Sturgeon non cessa di sventolare la bandiera di un preteso referendum bis sul distacco dalla Gran Bretagna, dopo quello perduto nel 2014, a causa della propria opposizione alla Brexit cavalcata a Londra da Boris Johnson; ma viene minacciato di essere ora ripagato con la medesima moneta dalle remote Isole Shetland – terre su cui 27.000 anime convivono con 80.000 pecore dalla celebre lana – che di restare amministrativamente legate alla nazione scozzese non sembrano avere più alcuna voglia. L’ultimo segnale è arrivato ieri dal Consiglio amministrativo locale, il quale ha approvato con 18 sì e solo 2 no una mozione “esplorativa” che raccomanda di verificare “l’opzione” di chiedere lo sganciamento da Edimburgo. L’idea è quella d’invocare l’autodeterminazione – che nel caso andrebbe sancita comunque da “un referendum”, secondo il presidente della piccola assemblea, Steven Coutts – per trasformarsi in un’entità separata: associata al Regno Unito, dal quale al contrario degli indipendentisti scozzesi gli isolani non appaiono affatto interessati a divorziare, visto il loro mercato di riferimento; ma da cui sperano di ottenere un’autonomia (anche fiscale) pari a realtà come Jersey o l’Isola di Man.

 

Angie Hughes

Foto © The Times, The Italian Times, Twitter

Video © Eurocomunicazione/Euronews

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