La band inglese ripercorre sessanta anni di carriera con una performance di grande impatto, accompagnata dall’Orchestra del Maggio
Un filo sottile legava le performances degli Who e di Tom Morello al Firenze Rocks 2023, quella rabbia contro la “macchina” che, negli anni Sessanta come nei Novanta, rappresentava il tentativo di scardinare le strutture consolidate di una società fondamentalmente ingiusta e governata dal bieco conformismo. Con le dovute differenze, tanto gli Who quanto i Rage against the machine, dei quali Morello fu chitarristico motore propulsivo, si imposero per la loro incomparabile carica rivoluzionaria.
Rabbia contro la macchina
A Tom Morello spettava il compito di introdurre gli Who. “Arm the homeless” è il motto che campeggia sulla sua chitarra, e questo la dice lunga riguardo il suo impegno politico e la sua carica eversiva; e non è un caso che la performance si sia conclusa sulle note utopiche di Power to the people di John Lennon. Set impeccabile con una scaletta che mescolava classici del tempo trascorso, come Voodoo Child di Hendrix, a curiose incursioni nel presente (Gossip dei Maneskin), fino all’immancabile Killing in the name, un vero inno cantato a squarciagola da un pubblico entusiasta.
Un pubblico eterogeneo
Chi si aspettava una stanca celebrazione delle glorie passate è stato categoricamente smentito. Sin dall’inizio si è compreso che le aspettative erano tanto alte da far accorrere non solo il pubblico degli appassionati storici, ma anche un nutrito numero di giovani, ansiosi di vedere uno dei più grandi gruppi della storia del rock. Roger Daltrey roteava ancora il microfono afferrandolo al volo, mentre Pete Townshend mulinava il braccio destro strappando alla sua chitarra accordi infuocati, come non fossero trascorsi quasi sessanta anni dal loro esordio.
L’Orchestra del Maggio
Le derive sinfoniche, dai Beatles di Sgt. Pepper’s agli Who di Tommy, segnano un’epoca in cui il rock mostra smisurate ambizioni. Per questo la proposta di affiancare al gruppo inglese l’Orchestra del Maggio diretta da Keith Levenson appare vincente sin dall’Overture di Tommy, eseguita con sontuose sonorità. Se la sinergia fra la band e la compagine orchestrale richiede particolare attenzione, come Townshend non manca di sottolineare, quando il risultato è perfettamente calibrato come in questo caso l’effetto è dirompente.
Tommy
Fra le prime opere rock, Tommy narra la vicenda di un bambino reso cieco, sordo e muto da un evento traumatico. Il suo è un viaggio dalle lande dell’oscurità e del silenzio fino alla catarsi conclusiva. Potente metafora creata da Townshend, al quale il territorio del semplice rock è sempre stato stretto, simbolica via di fuga da un Mondo ostile. Alcuni fra i brani più iconici dell’album risaltano in tutta la loro potenza, come Pinball wizard, illuminata da violenti bagliori elettrici. “See me, feel me, touch me, heal me” canta Daltrey, frasi che risuonano come una struggente invocazione, un’esaltazione della fantasia e dell’immaginazione.
Il rock puro
Al di là della veste orchestrale, gli Who si riservano uno spazio dedicato al rock nell’accezione più pura del termine. Il set centrale è dedicato ad alcuni grandi classici, come I can see for miles, che ci porta direttamente negli anni Sessanta, o ancora una struggente versione di Behind blue eyes, con l’accompagnamento del violino e del violoncello. Dirompente Won’t get fooled again, con l’urlo di Daltrey a scuotere la platea.
La Band
Orfana della sua sezione ritmica originaria, composta dal folletto Keith Moon alla batteria e dal serioso John Entwistle al basso, la band degli Who appare ancora energica grazie a rimpiazzi di grande caratura, fra i quali Simon Townshend (chitarra), Jon Button (basso) e Loren Gold (tastiere). Su tutti Zak Starkey, figlio di Ringo Starr, legato da un rapporto personale al compianto Moon. Il suo coinvolgimento è totale, la sua performance potente.
Quadrophenia
La ricerca identitaria, alla base di questa seconda opera rock partorita dal genio di Townshend, si esplicita in una serie di brani straordinari, alcuni dei quali proposti sul palco del Firenze Rocks nella terza parte del concerto. C’è tutta la complessità di un’intera generazione in queste note. La veste orchestrale conferisce respiro e grandiosità al suono, con il mare che ribolle di fronte allo sguardo attonito del protagonista. Atmosfere acquatiche che rimandano alla musica colta anglosassone, ad esempio al Peter Grimes di Britten. Quando il canto di Daltrey irrompe, “love, reign o’er me”, è come una preghiera rivolta all’universo intero, lanciata dall’orlo dell’abisso che costantemente minaccia di inghiottirci.
La storia
Immagini della storia più drammatica dell’umanità scorrono sullo schermo, dalla guerra del Vietnam al recente conflitto ucraino, quasi a ribadire che il rock è sempre stato un pungolo per le coscienze dei potenti della terra, che il rock è uno slancio utopico, purtroppo mortificato dalla realtà dei fatti.
Baba O’Riley
Conclusione affidata al rock trascinante e avanguardista, intriso di atmosfere minimaliste come indica il riferimento a Terry Riley, di Baba O’Riley. Addirittura travolgente l’assolo conclusivo, affidato al primo violino dell’Orchestra del Maggio Katie Jacoby, una progressione devastante che manda letteralmente in delirio il pubblico. Sulla strada di casa l’esaltazione si unisce a uno strano senso di malinconia, per la consapevolezza di aver assistito a una delle estreme incarnazioni di una stagione irripetibile nella storia del rock.
Riccardo Cenci
Foto © Elena Di Vincenzo, Luca Marenda













