Da Milano, al Bangladesh e all’Etiopia, esseri umani che sfuggono alla povertà e scappano da terre affollate o espropriate
Mohamed ha in mano un mazzo di rose. Mohamed gira per i ristoranti milanesi con i suoi fiori. Ogni tanto ne vende qualcuno. Capita anche che venga cacciato malamente da gestori dei locali o da clienti insofferenti. Poi, ci sono le giornate buone. Sono soprattutto le sere, magari estive, che coincidono con l’inizio delle vacanze, con un compleanno o un anniversario. Accade quando la gente ha voglia di rilassarsi, ha qualche soldo in più da spendere o, semplicemente, vuole sentirsi più buona.
L’acquisto delle rose ha sempre un po’ a che fare con la carità
Mohamed ha la carnagione scura. A un primo sguardo sembrerebbe indiano. Ma per chi nel subcontinente ci è già stato, magari più di una volta, è uno che arriva quasi certamente dall’est dell’India, forse da Kolkata, così si chiama Calcutta dal 2001. O ancora, lo nota chi ha un arguto senso dell’osservazione, da appena un poco più in là, sempre verso oriente. Mohamed è nato a Dacca, la capitale del Bangladesh, un Paese di 170 milioni di abitanti, destinato a crescere esponenzialmente dal punto di vista demografico e, insieme, la sesta Nazione più vulnerabile al Mondo in relazione ai cambiamenti climatici.
In pieno golfo del Bengala, il Bangladesh è il luogo in cui si incrociano i fiumi Gange, Brahmaputra e Meghna. Seduto sul più grande estuario del Pianeta, è anche il punto di partenza di gigantesche migrazioni di massa, esseri umani che sfuggono alla povertà e scappano da una terra che viene inghiottita dalle acque un centimetro per volta, fino a scomparire. Il Bangladesh è un concentrato di umanità affaticata che vive già ben oltre i limiti del sovraffollamento e della povertà. È un luogo in cui si vive gli uni sopra gli altri in un agglomerato urbano che sembra un girone dantesco e sconfina in acquitrini e paludi, fino a un’immensa foresta di mangrovie.
I luoghi di provenienza, così esplicativi
Sono le Sundarbans, ossia terreni sabbiosi e mobili, flagellati da epidemie virali e che vengono invasi da mareggiate sempre più intense a cause del riscaldamento globale.
E se gli agricoltori riescono faticosamente a seminare un riso resistente al sale, per i pescatori è ancora più dura. Costretti continuamente a spostare i campi d’essiccazione del pesce, inseguiti dalle mareggiate, non possono fare altro che emigrare. Lo scenario è apocalittico, non a caso di ispirazione a chi desideri raccontare che cosa potrebbe accadere in un futuro distopico che qui è già realtà.
Le piogge sono cicloni torrenziali e la forza dei venti impossibile da contrastare. Proprietà e vite umane scompaiono in una batter d’occhio. È la natura matrigna di leopardiana memoria declinata all’ennesima potenza. Sono poveri disperati che se ne vanno a ovest, chi nella “Città della Gioia” di Lapierre (Kolkota), chi nel resto dell’India, chi in Europa fino…a casa nostra. I pescatori e i contadini del Bangladesh diventano così spesso quei venditori di rose a pochi euro che incontriamo per strada, in pizzeria o fuori dal bar. Le loro sono rose gigantesche e dai colori quasi surreali.
Raccontano storie che partono, questa volta, dall’Africa orientale
Andando da Addis Abeba, la capitale dell’Etiopia e quello che fu il leggendario regno della Regina di Saba citato dall’antico testo sacro “Kebra Nagast”, verso il sud del Paese, si procede per un itinerario che porta a un’infinita sfilata di capannoni.
Sono le serre situate nelle immediate vicinanze delle rive del lago Ziway, nell’Etiopia centrale. È questo il più grande centro di produzione di rose del Mondo. Lo stabilimento, di proprietà della multinazionale olandese Afriflora, occupa una superficie di 650 ettari con una produzione stimata di un miliardo di rose all’anno.
Oltre l’85% delle rose commercializzate in Europa proviene, infatti, da coltivazioni intensive africane e, in particolare, dall’Etiopia, dal Kenya e dall’Uganda. L’Etiopia ha un enorme vantaggio, la sua posizione strategica che garantisce buoni tempi di trasporto per via aerea e marittima, servendosi del porto di Djibouti, strategicamente situato lungo il tratto di rotta che collega il Mediterraneo, il Mar Rosso e l’Oceano Indiano.
Terre espropriate e date in mano a Stati o multinazionali
Inoltre si tratta di un Paese in cui, come spesso avviene in Africa, è frequente il fenomeno del land–grabbing, ossia l’espropriazione di terre agli abitanti e l’affitto ad altri Stati o multinazionali. Il diritto di proprietà in Etiopia in molte zone è gestito direttamente dallo Stato oppure si tratta di una proprietà informale e quindi, di fatto, solo teorica.
I cittadini etiopi non hanno inoltre alcuna possibilità o volontà di opporsi a questa rapina del proprio territorio su vasta scala e si ritrovano a lavorare in serra per pochissimi birr (moneta etiope) al mese. Un salario bassassimo che è comunque meglio che morire di fame in una terra angustiata da guerre interne, disoccupazione, siccità e carestie. Così le rose prodotte a Ziway, circa duecento al metro quadro, raggiungono i mercati europei in 24-36 ore. Mohamed ogni giorno spera di venderne qualcuna in più.
Paola Scaccabarozzi
Foto © Thursd, Paola Scaccabarozzi, Afriflora, Africa rivista













