Il musicista britannico torna all’Auditorium Parco della Musica con un concerto di nuovi successi e vecchie hit
Il volto magro e scavato incorniciato da un sipario di capelli bianchi e lisci, il fisico asciutto, in ottima forma, questo è Paul Weller, irrequieto e camaleontico artista che come pochi è riuscito a rinnovarsi continuamente, mantenendo un livello costantemente alto. Esempi analoghi di longevità sono rappresentati dal quasi coetaneo Nick Cave e dall’inossidabile Neil Young; artisti che non si accontentano dei traguardi raggiunti, la cui ispirazione raramente soffre l’usura del tempo.
Il concerto alla cavea dell’Auditorium

Il cielo grigio, in perfetto stile anglosassone, il pubblico composto da un nutrito gruppo di esuberanti spettatori inglesi a cantare a squarciagola le sue canzoni sotto il palco; l’esibizione romana ha mostrato, se mai ce ne fosse stato bisogno, l’intatta vitalità del musicista nato nel 1958 a Woking in una famiglia della middle-class britannica.
Aspettando Paul
Valore aggiunto la cantautrice irlandese Ailbhe Reddy, alla quale era affidato il compito di aprire la serata. Una piacevole scoperta, per la sensibilità vocale e l’intensità emotiva della performance.

Le canzoni
Alle 21 in punto, Paul entra in scena. Scaletta varia e cronologicamente estesa, perché Weller è artista assolutamente presente, mai legato alla mera celebrazione del suo pur glorioso passato. Il musicista alterna nuovi brani, ad esempio l’inedita Jumble Queen, a vecchie hit con alchemica abilità. Il risultato è di folgorante energia.
Il periodo Style Council
Che il pubblico sia ancora affezionato agli Style Council lo dimostra l’accoglienza riservata ai brani My ever changing moods, Headstart for happiness e Shout to the top!, magnifici esempi di quel sound sofisticato, venato di jazz, soul e funk che rappresentò il carattere distintivo del gruppo. Chi scrive li vide nel lontano settembre del 1985. Allora mi parvero modernissimi, raffinati negli impasti sonori ed eclettici nella capacità di evocare mondi distanti. Un’attualità che non è stata scalfita dagli anni.
Il repertorio solista
Che la produzione di Weller sia stata costantemente caratterizzata da un profluvio di idee lo dimostrano le canzoni che hanno composto la scaletta, dall’iniziale Cosmic fringes a un classico come Stanley Road, estratto dal disco omonimo, fra i più noti della sua lunga carriera.
Paul siede al piano, così come in You do something to me, classico dall’afflato romantico che l’artista ha voluto regalare al pubblico romano; e ancora Wild wood, magnifico brano dagli accenti vagamente folk che conferma il suo eclettismo compositivo. On sunset, primo dei bis, dimostra l’intatta vena di Weller. La canzone che dà il titolo al recente album omonimo è un magnifico microcosmo di ricordi. Indimenticabili Peacock suit, che occhieggia ad atmosfere mod mai eclissate, e Rockets, velato omaggio a Bowie.
Il periodo Jam
La vicenda degli Jam inizia come tante altre storie, con quattro ragazzi che si conoscono a scuola e decidono di formare un gruppo. Dal 1975 molti anni sono passati, eppure bastano un pugno di canzoni fantastiche per assicurargli l’eterna devozione dei fans. Weller estrae dal cilindro Start!, That’s entertainment e Town called Malice, da tempo conclusione quasi obbligata delle sue esibizioni. La English life della fine degli anni Settanta sembra materializzarsi all’improvviso, in una macchina del tempo che non lascia immuni dalla nostalgia.
La band
Ogni grande esibizione non può prescindere dai suoi musicisti. Ecco allora che, al fianco di Paul Weller, troviamo il virtuoso Steve Cradock alla chitarra, il batterista Steve Pilgrim (il quale non disdegna di imbracciare l’acustica), il fantasioso Andy Lewis al basso, il talentuoso Jacko Peake ai fiati, flauto e sax, e ancora Andy Crofts alle tastiere e Ben Gordelier alle percussioni. La buona acustica della Cavea ha reso giustizia agli impasti sonori della band. Platea esaurita ed entusiasmo alle stelle.
That’s entertainment
Questo è intrattenimento, cantava Paul Weller con i Jam, descrivendo con nero sarcasmo l’esistenza urbana nell’Inghilterra dell’epoca, tratteggiando con geniale minimalismo scene apparentemente banali, in realtà colme di significato, questo è intrattenimento, oggi come allora, questa è, semplicemente, la nostra vita.
Riccardo Cenci
Foto © Riccardo Musacchio / MUSA













