Condannate le due giornaliste che avevano riportato per prime la storia e il caso di Mahsa Amini il 16 Settembre 2023
Armita Garavand, la sedicenne aggredita il primo ottobre in Iran da una guardia della metro per essersi tolta il velo, sarebbe ormai in coma irreversibile: “La morte cerebrale sembra certa”. La ragazza è ricoverata nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale di Fajr a Teheran. I medici nei giorni scorsi avevano informato la famiglia di Armita che le sue condizioni erano disperate. Una decina di giorni fa le condizioni si erano “deteriorate” in ospedale. Secondo l’agenzia di stampa statale Irna, la ragazza sarebbe svenuta a causa della pressione bassa. Versione contestata dagli attivisti per i diritti umani, tra cui un gruppo per i diritti curdi, Hengaw, secondo cui l’adolescente era rimasta ferita in uno scontro con agenti della polizia morale, per aver presumibilmente violato il rigido codice di abbigliamento iraniano per le donne.
Nelle scorse settimane si era diffusa la notizia che il regime, che nega la ricostruzione dell’aggressione, la stesse tenendo in vita per evitare ulteriori proteste come accade il 16 settembre 2022 nel caso di Mahsa Amini.
“Donna, Vita, Libertà”
Il 19 ottobre il Parlamento europeo ha conferito a Masha Amini il Premio Sakharov 2023 per la libertà di pensiero. Il riconoscimento è stato assegnato anche al
movimento iraniano “Donna, Vita, Libertà“. La ragazza quel giorno si trovava a Teheran, in vacanza con la famiglia, quando è stata fermata dagli agenti e portata in una stazione di polizia perché portava in modo sbagliato l’hijab. La giovane è stata arrestata proprio per la mancata osservanza della legge sull’obbligo del velo. In seguito è deceduta dopo tre giorni di coma. Le forze dell’ordine ritengono che abbia perso la vita a causa di un infarto, invece i sostenitori della ragazza affermano che sia stata picchiata a morte.
La notizia ha creato sgomento nell’opinione pubblica mondiale e da quel momento Mahsa Amini è diventata il simbolo della lotta contro la violenza e per i diritti delle donne. «Il 16 settembre è una data che vivrà nell’infamia. Il brutale omicidio di Mahsa Amini ha segnato un svolta, ha innescato un movimento di donne che sta facendo la storia», ha affermato la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola a Strasburgo. «Il premio di oggi è il nostro tributo alle donne, agli uomini, ai giovani iraniani coraggiosi che, nonostante le crescenti pressioni, stanno guidando il cambiamento. Noi siamo con voi».
Giornaliste condannate
Oggi giunge anche la notizia sulla condanna a vari anni di prigionia, in Iran, delle due giornaliste che avevano contribuito a rivelare al Mondo la storia e il caso di Masha Amini. La magistratura iraniana ha anche condannato l’avvocato della ragazza uccisa dalla polizia morale a un anno di carcere per “propaganda” contro lo Stato dopo aver “parlato con i media stranieri e locali del caso”.
Elahe Mohammadi (36 anni, giornalista di Ham Mihan) e Niloofar Hamedi (31 anni, fotografa del quotidiano Shargh) condannate rispettivamente a 6 e 7 anni di carcere per “cooperazione con il Governo ostile” degli Usa e per altri due crimini. Inoltre, per due anni non potranno lavorare per i media, affiliarsi a partiti politici e utilizzare i social media. Le due donne sono detenute dal settembre 2022 nella temibile prigione di Evin a Teheran. Secondo i famigliari sono tenute in isolamento, i loro processi erano iniziati a maggio. Il verdetto può essere impugnato entro 20 giorni.
Elahe Mohammadi
La giornalista seguì il funerale dove cominciarono a essere bruciati i primi veli, un gesto di protesta che poi scatenò un movimento che scosse il Paese. Le forti manifestazioni, che si perpetuarono per mesi, chiesero la fine del regime della Repubblica islamica e sono scomparse solo dopo una repressione che ha causato 500 morti, l’arresto di almeno 22.000 persone (decine di giornalisti) e culminata con l’esecuzione di sette manifestanti, uno dei quali in pubblico.
Il primo anniversario della morte di Amini commemorato il 16 settembre in un clima di pesante repressione e un massiccio dispiegamento di forze di sicurezza, con solo timide proteste. Negli ultimi mesi il Governo iraniano ha cercato di reimporre l’uso del velo, con la presenza di pattuglie per le strade e l’approvazione di una legge che inasprisce le pene per chi non si copre i capelli. La reporter era nota anche per aver seguito il
caso della scrittrice iraniana Sepideh Rashnu, arrestata anche lei per aver messo in discussione l’uso del velo.
Niloofar Hamedi
Fu la prima giornalista in Iran a dare la notizia dell’arresto della giovane. E, sempre lei, il 16 settembre 2022, pubblicò sul suo account Twitter la foto, divenuta poi tristemente famosa, dei genitori di Masha, che si abbracciano in un corridoio deserto di un ospedale di Teheran dopo aver saputo che la figlia era morta. Quest’anno la rivista Time ha nominato la Hamedi tra le 100 persone più influenti al Mondo. La reporter ha respinto le accuse nella prima udienza del processo, ma il marito ha scritto sui social, che l’udienza è avvenuta a porte chiuse, pratica nota nel Paese. “Niloofar Hamedi ha dichiarato alla corte di aver svolto il suo lavoro di giornalista nell’ambito della legge e di non aver compiuto alcuna azione contro la sicurezza dell’Iran”, ha scritto su Twitter.
Ginevra Larosa
Foto © Iran Freedom, CNBC, RD
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