Nuovo genocidio armeno, ma nessuno se ne preoccupa

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Genocidio

Rohingya; abitanti del Nagorno-Karabakh; popolo del Tigray, Etiopia; israeliani e palestinesi; masalit, Darfur: potenziali casi di genocidio

 

Luis Moreno Ocampo, il primo procuratore capo della Corte penale internazionale, in un editoriale pubblicato su Politico sottolinea che la situazione riguardante l’Armenia è davvero profondamente preoccupante e sottolinea il continuo fallimento della comunità internazionale nel prevenire e affrontare efficacemente l’eccidio.

La Convenzione sul genocidio, adottata 75 anni fa, aveva lo scopo di prevenire tali atrocità, eppure continuiamo ad assistere a casi in cui gruppi etnici sono presi di mira con intenti di annientamento. Va notato, secondo il giornale, tra l’altro, che le azioni e le dichiarazioni del presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, in particolare nei confronti della popolazione armena, sono preoccupanti, in quanto dimostrano “la volontà di distruggere gli armeni” e sollevano serie preoccupazioni per la commissione di una carneficina.

Il sistematico attacco agli armeni, secondo il giornale sia nel Nagorno-Karabakh che all’interno dei confini dell’Armenia, al fine di spostarli con la forza, danneggiarli ed eliminarli come gruppo, è un duro promemoria degli orrori del genocidio. La brutalità e la disumanizzazione documentate degli armeni, compresa la presa di mira delle donne per la violenza di genere, sottolinea ulteriormente la gravità della situazione.

 

La comunità internazionale sta fallendo miseramente

La risposta della comunità internazionale, o la sua mancanza, a queste atrocità è profondamente preoccupante. L’incapacità di chiamare i responsabili del genocidio a rispondere delle loro azioni invia un messaggio pericoloso e perpetua un ciclo di impunità. Le alleanze e i partenariati politici non devono andare oltre l’imperativo di difendere i diritti umani e prevenire le atrocità di massa. È imperativo che la comunità internazionale adotti misure decisive per affrontare la crisi in corso e chiamare i responsabili del massacro a rispondere delle loro azioni. Ciò include il sostegno alle indagini da parte di organismi internazionali come la Corte penale internazionale e l’attuazione di misure per prevenire ulteriori violenze e proteggere le popolazioni vulnerabili. Solo attraverso l’azione collettiva e l’impegno per la giustizia e i diritti umani possiamo sperare di prevenire futuri genocidi e atrocità.

Ci sono sei situazioni di potenziale annientamento contro gruppi etnici. I pericoli, secondo Politico, sarebbero per i Rohingya, gli abitanti del NagornoKarabakh, il popolo del Tigray in Etiopia, israeliani e palestinesi e i masalit nel Darfur.

Accadeva dal 2020

Dopo un mese di guerra sul destino dell’enclave del Nagorno Karabakh abbiamo un vincitore militare, l’Azerbaigian, e due politici, la Russia e la Turchia.

La guerra scoppiata il 27 settembre nel Caucaso per il controllo della zona contesa tra azeri e armeni – costata la vita a oltre 5.000 persone – si è conclusa con una «dolorosa decisione» come l’ha definita il premier armeno Nikol Pashinian, che ha accettato il piano d’intesa con il presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev e il presidente russo Vladimir Putin. La dichiarazione sancisce il cessate il fuoco totale e la fine delle ostilità nell’area. Tutto ora sarà da monitorare.

La guerra è stata scatenata dall’Azerbaigian per mettere fine alconflitto congelato” sul Nagorno Karabakh, territorio situato all’interno del Paese ma popolato da armeni. Da trent’anni la situazione era ormai bloccata, in seguito a una guerra vinta dall’Armenia. Ma oggi il rapporto di forze è cambiato: l’Azerbaigian, forte delle ricchezze derivate dagli idrocarburi e di una popolazione tre volte più numerosa di quella armena, ha modernizzato il suo esercito e si è imposto sul campo. Le armi moderne in possesso degli azeri sono fornite dalla Turchia, ma anche da Israele. E hanno fatto la differenza. Dietro la vittoria azera non c’è solo la superiorità militare garantita dalla discesa in campo dell’alleato turco, ma anche l’utopia di un premier come Pashinyan convinto di poter contare sul sostegno di Ue e Stati Uniti. Un’illusione che in poco più di un mese ha cancellato un sogno indipendentista lungo 26 anni.

Vittoria o sconfitta?

Una pace che a Erevan è considerata una sconfitta, anche se il primo ministro armeno cerca di fare buon viso a cattivo gioco: «Questa non è una vittoria» – ha ammesso mentre i primi dimostranti si raccoglievano davanti alla sua residenza, nella Capitale armena – «ma non esiste sconfitta finché non ti consideri sconfitto. E noi non ci sentiremo sconfitti, questo sarà l’inizio di una nuova era di unità e rinascita nazionale». Pashinyan, in evidente difficoltà nello sforzo di spiegare ai suoi lo sviluppo degli avvenimenti, ha aggiunto di aver firmato in seguito alle insistenze dell’esercito, dopo aver analizzato attentamente la situazione militare: «È stata una decisione estremamente difficile», ha affermato.

Le forze azere erano ormai alle porte di Stepanakert, il capoluogo del Nagorno-Karabakh, quando il leader dell’enclave armena, Arayik Harutunyan, ha dato il proprio assenso alla tregua voluta da Mosca per mettere fine alla guerra, «il prima possibile». E ora saranno 2.000 militaripeacekeepers russi – già partiti – a garantire per cinque anni almeno la stabilizzazione lungo la frontiera tra la Regione separatista e l’Azerbaijan – Stato di cui teoricamente fa parte – e lungo il corridoio che collega il Karabakh all’Armenia. E tutto questo succedeva nel 2020.

Gli armeni hanno la peggio

Dopo nove mesi di assedio e di blocco dell’unica via di comunicazione con l’esterno, il “corridoio di Lachin”, l’Azerbaigian ha sferrato l’ultimo attacco conquistando l’enclave armena e obbligando gli abitanti alla partenza in direzione della Repubblica di Armenia. Genocidio120.000 cittadini scappano di fronte all’indifferenza generale e proprio la Arslan lancia un accorato appello dalle pagine di Avvenire (3 ottobre): “Oggi i membri del Governo della piccola Repubblica sono stati dichiarati da Baku criminali di guerra, e vengono ricercati come tali; circolano video in cui soldati azeri si impadroniscono delle case sparando all’impazzata, e mostrando in ogni atto quell’odio anti-armeno che è stato incessantemente coltivato in loro dal regime totalitario di Aliyev, che governa come un monarca assoluto per diritto ereditario. Tutto è poi postato sui social, come la distruzione della Croce cristiana che brillava sopra la Capitale”.

Odio anti armeno e anti cristiano, denuncia la Arslan, ma sicuramente, vista la congiuntura internazionale, come sempre, gli armeni avranno la peggio. E questo succedeva nel 2023.

 

George Labrinopoulos

Foto © The Hill Times, Reuters, Foreign Policy Research Institute

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George Labrinopoulos
Sono quasi 52 anni che vivo in Italia, originario di Vitina, nel Peloponneso, Sono nato a Vrilissia, 13 km dal centro di Atene, dove ho vissuto i primi 20 anni della mia vita, finché non sono arrivato a Roma dove ho lavorato come corrispondente per la Grecia e a una Agenzia Onu. Ho cominciato a lavorare in Italia nel '78, come secondo corrispondente di un importante giornale greco. Nel 1980 sono entrato nella stampa estera in Italia, della quale tuttora sono membro effettivo e per la quale negli anni Ottanta ho ricoperto per tre volte la carica di consigliere nel direttivo dell'associazione. Nell'arco di questi anni ho lavorato per vari quotidiani greci, oltre che per un'emittente radiofonica, Da Roma riuscii a portare tra il 1984, fino gli anni Novanta, politici del calibro di Pertini e Cossiga, i primi ministri Andreotti e Craxi, il Papa Giovanni Paolo II, Prodi, e altri uomini politici che attraverso il loro operato scrivevano la storia dell'Italia in quegli anni, poi messi in un libro "L'Italia dei giganti", due anni fa. Sono arrivato in Italia nel 1972, iscritto all'Università per Stranieri in Perugia per imparare la lingua italiana. Sono stato iscritto all'Università di Roma nella facoltà di Lettere e Filosofia indirizzo lingue straniere (inglese). Durante le lezioni il mio professore all'epoca Agostino Lombardo, ci insegnava analisi di testo e di poesia, e gia mi è arrivata la voglia di cominciare di fare il mestiere che dovevo fare nella mia vita. Giornalista...vorrei ricordare che negli anni '70 non c'erano scuole di giornalismo, e il mio mestiere l'ho imparato facendo la gavetta dopo l'Università, ero andato ad Atene e facevo praticantato a un giornale ellenico...erano gli anni del sequestro Moro, e un'agenzia ellenica chiedeva un secondo per l'Italia, e cosi sono tornato come professionista giornalista a Roma

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