Iulian Ciocan: distopie e assurdità del mondo reale

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Ciocan

Il romanzo dello scrittore moldavo assume un significato profetico alla luce degli sviluppi della guerra fra Russia e Ucraina

Strana entità la Transnistria, Regione separatista staccatasi dalla Moldavia nel 1990, e ansiosa di riunirsi alla Russia dalla quale è sostenuta politicamente e militarmente. Contrariamente alla Moldavia, ha mantenuto l’alfabeto cirillico e conserva orgogliosamente i simboli dell’era sovietica. Una delle zone di crisi del Mondo, fra le tante generate dalla disgregazione dell’URSS, dalla quale potrebbe scaturire una scintilla significativa per il propagarsi dei conflitti già in corso.

Iulian Ciocan, scrittore moldavo fra i più noti e tradotti, è autore di una trilogia inaugurata da “Prima che Brežnev morisse”, della quale “E al mattino arriveranno i russi” rappresenta il secondo tassello. Un interprete lucido e ironico degli squilibri del proprio Paese, diviso fra le spinte europeiste e le attrattive passatiste, costantemente in bilico sull’orlo del baratro.

Il libro, che ha visto la luce nel 2015 ed è stato appena tradotto da Bottega Errante Edizioni, acquista un sapore nuovo alla luce della guerra in Ucraina. L’autore immagina che i russi invadano la Moldavia dalla Transnistria, uno scenario allora in apparenza distante, oggi sempre più probabile. Ciocan si spinge avanti, descrivendo con pochi tratti il dittatore Pufin, figura da operetta dietro la quale non è arduo scorgere l’inamovibile abitante del Cremlino. «Era un’assurdità? Ovvio. Ma l’assurdo ora diventava reale», afferma Marcel Pulbere, giovane intraprendente scrittore che, caparbiamente, riesce a pubblicare un romanzo distopico dal titolo “L’ultima liberazione”, salvo essere poi accusato di aver confezionato un’opera destabilizzante e pericolosa. Una spirale kafkiana avvolge il protagonista. I regimi, come sempre, temono più le parole che le armi.

Un affresco corale

La Moldavia appare come un Paese popolato da persone invecchiate prima del tempo, fiaccate dall’abulia dell’epoca brezneviana. Per mostrare la complessità del proprio Ciocanmondo, Ciocan scrive un romanzo corale, percorso da innumerevoli voci. C’è chi si rallegra per il ritorno dei russi, come Vitali Petrovič, avendoli attesi per quasi trenta anni; c’è chi cerca di fuggire in Romania, come il professore di latino Nicanor Turturică, il quale per un cavillo burocratico viene rispedito indietro e costretto ad affrontare le vessazioni del nuovo regime. Ciocan smaschera le bugie della politica, ma anche quelle del mondo letterario, legato a frusti stereotipi, ostile alle nuove tendenze artistiche. La scena del rogo dei libri, nel quale i russi costringono una bibliotecaria a gettare le pubblicazioni in lingua romena, rimanda a un passato che sempre si ripropone. L’annientamento della cultura altrui è un’arma potente quanto deprecabile.

Un’irresistibile ironia

Dal punto di vista stilistico, Ciocan, padroneggia l’ironia, che gli viene anche dalla grande tradizione letteraria russa, in particolare da Gogol’. L’atmosfera di disastro imminente, le figure descritte con pochi tratti tramite i loro vizi, l’attitudine all’alcol, l’appetito sessuale, la propensione verso la corruzione in un luogo dove il lavoro onesto non offre alcuna prospettiva di vita, tutto tende a riempire il vuoto di esistenze prive di senso. Mediante l’uso del grottesco riesce a rendere i propri personaggi profondamente fragili e umani. Quanto queste profezie diverranno realtà sarà la storia a dirlo; certo è che lo scenario descritto nel libro non lascia spazio a facili ottimismi.

 

Riccardo Cenci

Foto © Bottega Errante

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