Il presidente Erdoğan continua la missione espansionistica di Ankara anche facendo leva sul settore della difesa
Dopo che il portavoce del partito di Governo turco Giustizia e Sviluppo (AKP) Omer Celik ha dichiarato che «è in corso il processo di adesione di Ankara ai BRICS», è arrivata da Mosca la conferma del passo fatto ormai ufficialmente di mettere tutti e due i piedi in un’organizzazione guidata dagli alleati russo e cinese che l’hanno messa in piedi col dichiarato intento di contrastare l’egemonia dell’Occidente. Sebbene Celik abbia chiarito che, al momento, non ci siano fatti concreti verso l’adesione, la direzione sembra essere quella dato che – parola del portavoce – «il nostro presidente ha dichiarato molte volte che vogliamo diventare un membro BRICS».
«Se ci sarà un concreto sviluppo» – una decisione o valutazione da parte dei Brics sulla membership – «lo condivideremo con voi», ha aggiunto il portavoce.
«I BRICS (coalizione di dieci Paesi che si incontrano in vertici annuali: Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia e Iran) e l’Ue sono organizzazioni completamente diverse in termini di obiettivi e struttura», ha affermato il portavoce della Commissione europea responsabile degli Affari Esteri, Josep Borrell.
Motivazioni precise
Peter Stano, portavoce dell’Unione, interrogato sulla questione, ha affermato che «la
Turchia è un Paese come un altro che decide cosa è meglio per lei in termini di alleanze e cooperazione». Inoltre ha aggiunto che, per quanto riguarda le relazioni dell’Ue con Ankara, rimane un Paese candidato che ha alcune limitazioni. «Abbiamo un’unione doganale e ottime relazioni commerciali che sono molto vantaggiose per la Turchia», ha osservato il portavoce della Commissione. Infine, come ha dichiarato, i Paesi candidati devono rispettare tutti gli standard e le regole dell’Ue.
L’ultima mossa della Turchia di richiedere l’adesione ai BRICS ha motivazioni precise, rivelate anonimamente a Bloomberg da fonti ben informate. La decisione, secondo quanto riportato, riflette la duplice volontà di Erdogan e del suo Governo di rafforzare l’influenza globale del Paese e di costruire nuove alleanze al di fuori dei tradizionali blocchi occidentali.
Uccisi “numerosi” militanti
Intanto gli attacchi aerei della Turchia contro i militanti curdi nelle montagne dell’Iraq continuano senza sosta, con Ankara che intensifica la sua campagna militare nella Regione. Il ministero della Difesa ha riferito di aver colpito “20 obiettivi” tra le aree di Asos, Gara, Hakurk, Metina, Qandil e Zap, descrivendo tali bersagli come “grotte, bunker, rifugi, depositi e installazioni” utilizzati dal Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Durante queste operazioni, l’esercito turco ha sostenuto di aver ucciso “numerosi” militanti, mentre il bilancio complessivo delle vittime curde dall’inizio dell’anno, secondo Ankara, supererebbe i 1.800 morti, con 40 uccisi solo nell’ultima settimana.
La Turchia, per lungo tempo, ha perseguito una politica di occupazione de facto del Kurdistan iracheno, consolidando la propria presenza militare con la costruzione di basi e infrastrutture. L’obiettivo dichiarato da Ankara è quello di eliminare la minaccia “alla fonte“, come affermato in una dichiarazione del ministero della Difesa, che ha ribadito la determinazione delle forze armate turche a proseguire operazioni “proattive e ininterrotte” contro il PKK e altre organizzazioni terroristiche, tra cui DAESH e FETÖ, sia nel nord dell’Iraq che in Siria.
L’occupazione non si limita agli attacchi aerei
Le forze turche hanno esteso la loro presenza con un dispiegamento massiccio di truppe, carri armati e veicoli blindati, oltre alla creazione di postazioni militari permanenti. Questa espansione militare, che include posti di blocco, interrogatori ai civili e lo sfollamento di villaggi, suggerisce un tentativo di consolidamento a lungo termine del controllo turco su una porzione sempre più ampia del nord dell’Iraq, dove risiede la popolazione curda.
Il KCK (Unione delle Comunità del Kurdistan), un’organizzazione politica che promuove
il confederalismo democratico nella Regione, ha più volte denunciato queste azioni, definendole una vera e propria occupazione da parte della Turchia. Il KCK rappresenta i quattro partiti politici dei Paesi dove dovrebbe sorgere lo Stato curdo: il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) in Turchia, il Partito dell’Unione Democratica (PYD) in Siria, il Partito per la Vita Libera in Kurdistan (PJAK) in Iran e il Partito della Soluzione Democratica del Kurdistan (PÇDK) in Iraq. Questa alleanza è impegnata a promuovere l’autodeterminazione e la difesa dei diritti delle comunità curde in tutto il Medio Oriente.
L’organizzazione ha espresso forte preoccupazione per l’inazione di Baghdad, Capitale dell’Iraq, e di Erbil, Capitale del Governo regionale del Kurdistan iracheno, di fronte alle operazioni militari turche. Il KCK ha descritto l’invasione come una minaccia seria non solo per la popolazione curda, ma per l’intera stabilità e il futuro delle comunità irachene. L’indifferenza mostrata facilita l’espansione dell’influenza turca nella Regione, rafforzando così le aspirazioni di stabilire un controllo a lungo termine sul territorio del Kurdistan iracheno.
Settore della difesa come leva
Intanto un altro obiettivo strategico della Turchia è quello di espandere la sua influenza nei Balcani attraverso la fornitura di armi e equipaggiamenti militari ai Paesi con cui intrattiene relazioni amichevoli, come Macedonia del Nord, Albania, Bosnia ed Erzegovina e Kosovo. Questo approccio mira a rafforzare i legami con questi Stati, utilizzando il settore della difesa come leva per consolidare la presenza di Ankara nella Regione. Sta cercando di incrementare il suo ruolo anche tramite l’export di armi, che va di pari passo con le collaborazioni militari e di sicurezza. La vendita di armi turche non solo rafforza le capacità difensive di questi Paesi, ma consente ad Ankara di esercitare una maggiore influenza strategica in una Regione storicamente contesa. Questa politica di penetrazione mira a fare della Turchia un partner cruciale per i Balcani, aumentando la dipendenza di questi Stati dalle forniture militari e dalla cooperazione tecnica con Ankara.
L’espansione dell’influenza turca nei Balcani si inserisce in una più ampia strategia di Erdoğan, volta a posizionare la Turchia come un attore geopolitico rilevante, capace di competere non solo in Medio Oriente, ma anche nel sud-est europeo, trasformando il Paese in un’importante piattaforma di potere per i propri interessi nazionali.
Obbiettivo finale
È noto che Erdoğan vuole profondamente la ricostituzione dell’Impero Ottomano, con il risultato che i Paesi della Penisola balcanica sono l’obiettivo dell’espansione dell’influenza
turca. Gli Accordi Quadro firmati dalla Turchia con altri Paesi delineano la cooperazione militare in generale. Esse riguardano esercitazioni congiunte e operazioni non di combattimento, come il mantenimento della pace, gli aiuti umanitari e gli sforzi antipirateria, nonché la cooperazione nel settore della difesa. Gli accordi includono anche lo scambio di intelligence militare, di risorse e della logistica, sia sotto forma di sovvenzioni che attraverso l’acquisto di armi. La Macedonia, l’Albania e il Kosovo, insieme alla Bosnia, sono i Paesi che rivestono un’enorme importanza per Ankara.
Stiamo parlando essenzialmente di un piano per creare un arco immaginario ipotizzato da Erdoğan da Albania, Macedonia e Bulgaria al fine di accerchiare strategicamente la Grecia via terra, mentre via mare le basi in Libia, Alessandretta e la costa dell’Asia Minore completano questo piano. Skopje appartiene alla Nato proprio come l’Albania, e qualsiasi scenario del suo coinvolgimento nei Balcani in cooperazione con i turchi sembra irrealistico ora, ma le situazioni stanno cambiando rapidamente come dimostra la guerra in Ucraina, e quindi la Grecia potrebbe essere chiamata ad affrontare due Paesi che le sono alle “spalle“, pronti letteralmente a tutto.
George Labrinopoulos
Foto © Daily Sabah, Euronews Albania, L’Opinione delle libertà, WSJ













