Sarajevo: “biografia” di una Città immaginaria

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Sarajevo

Miljenko Jergović crea un nuovo genere letterario, un’opera narrativa che è anche una mappa emotiva e storica

Se è vero che “una Città esiste nella misura in cui di essa si è scritto”, Sarajevo vive anche grazie al volume omonimo dedicatole da Miljenko Jergović. Una mappa geografica e temporale che, con perizia alchemica, mescola i destini dei suoi abitanti. Tessuto urbano impervio, quello di Sarajevo, per il quale bisogna trovare il giusto ritmo, individuare il pensiero consono al suo continuo scendere e salire.

Definizioni

Arduo è definire il libro che Jergović dedica a Sarajevo. Ci troviamo di fronte a un’opera composita, ardita, originale, in bilico fra il romanzo e la cronaca, fra la rievocazione storica e l’immersione nei ricordi individuali, a loro volta intessuti di memoria collettiva. La Città emerge dal buio come se fosse stata appena creata. Nelle sue strade, avvolte dalla totale oscurità, vagano solo i pazzi e i criminali. L’amministrazione austriaca le dona l’illuminazione pubblica; un regalo ma anche una maledizione. “Il mondo avrebbe sofferto per l’eccesso di luce, e per la sua azione distruttiva sull’immaginazione delle persone. La luce, sia reale che metaforica, ci allontana dai sogni. L’essere umano impazzisce se smette di sognare“.

Topografia

Sarajevo vive di una topografia evocativa delle guerre che hanno tormentato l’Europa, e delle persone che vi hanno perso la vita. La sua stessa collocazione geografica, “in un buco in mezzo alle montagne”, appare precaria. Uno scenario fatto di case sbilenche e pericolanti, attorno alle quali si aggirano figure che paiono uscite da un racconto di Kafka. Poveri ebrei carichi dei loro cesti di vimini trascorrono l’esistenza arrampicandosi per irti pendii, un movimento che cela un significato metafisico. Nomi ne sostituiscono altri, per ripicca, per cattiveria, e questo è un male. Vie che conservavano il sapore dei secoli trascorsi sono state spazzate via dalle prime granate che, nel 1992, piovvero sulla città. Da allora il passato si è ritirato, il tempo appiattito.

L’odio

C’era un tempo in cui Sarajevo era una Città turca, che poi è diventata europea. C’era un tempo in cui risuonavano lingue diverse, e nessuna era ignota o considerata straniera. L’odio non è un fatto di cultura, ma di religione. Peggiore è solo il nazionalismo. L’utopia della Città crocevia di culture, luogo di incontro di identità diverse, affonda nel fango della guerra. Cala il sipario sulla decennale recita della fratellanza. Sarajevo è anche lo scenario, non bisogna dimenticarlo, nel quale deflagra il primo conflitto mondiale. Basta questo per definirne la centralità nella storia europea.

Cimiteri

Nel 1966 si inaugura il primo cimitero unitario di Sarajevo, nel quale vengono sepolte persone appartenenti a qualunque fede religiosa. A Bare, nel mondo dei morti, la Città sperimenta la mescolanza utopica dei vivi. L’autore intesse conversazioni con i fantasmi che abitano questo paesaggio di rovine. Poetici epitaffi parlano di pensieri nostalgici riguardo i luoghi di origine, descrivendo i destini di immigrati provenienti dalle più disparate Regioni dell’Europa. La narrazione evoca altri luoghi, come la Polonia un tempo popolata da ebrei trasformati in fumo dai nazisti. Panorami nei quali si riflettono mondi scomparsi, nei quali Jergović si sente a casa.

Sarajevo Città di sogno

SarajevoLa Sarajevo dei miei sogni è una piccola Città popolata di morti”. I ricordi di Jergović, filtrati attraverso il mondo onirico, intessono una realtà parallela. La Città perde i suoi pezzi, i suoi abitanti. Leggende e dicerie ne delineano le forme, a volte pericolose, perché eclissano la realtà storica. Sarajevo quale Città con una memoria, composta dai ricordi di chi l’ha costruita, di chi l’ha abitata e di chi ora ne scrive. Per parlarne, l’autore si spoglia della propria individualità. Deve essere tutti e nessuno, deve diventare la voce stessa del luogo.

Costruzioni

Nelle nebbie oniriche emergono costruzioni ben solide, come la colossale Nuova stazione ferroviaria, edificata con il sudore e la fatica dei prigionieri tedeschi. Un edificio anacronistico, troppo grande per le limitate prospettive della Città. Una stazione destinata a rimanere vuota, priva dei convogli che avrebbero dovuto percorrerla. L’opera dell’architetto Jahiel Finci, molto attivo a Sarajevo, è frutto di pragmatico idealismo, anche se le sue forme elefantiache la proiettano in una dimensione affine al fantastico.

Ombre

I suoi abitanti sono ombre sul muro del ricordo. Appare il poeta Branislav Nušić, imprigionato per un componimento lirico inviso al re Milan. Il carcere sarà fra i suoi meriti eroici. Ascoltiamo le canzoni popolari di Meho Puzić, ultimo esemplare di una specie in via d’estinzione, o le composizioni corali di Stevan Mokranjac. Troviamo il professor Ivan Foht, ossessionato dalla musica di J.S. Bach, simbolo dell’ordine del Mondo, argine contro la minacciosa follia. Suoni e voci ormai estinte echeggiano in queste pagine. Una galleria infinita di ritratti, di pittori e musicisti, di patrioti ed eroi. Il lettore curioso ne seguirà i percorsi, perdendosi nei labirinti di una Sarajevo da tempo scomparsa.

Albero genealogico

Con talento negromantico Jergović evoca gli antenati della propria famiglia, figure sulle quali si sarebbero potuti scrivere interi romanzi se ci fosse ancora qualcuno che ne ricordasse le storie. Persone delle quali, a volte, non sopravvive neppure una fotografia. Il libro appare dunque come un’impossibile operazione di recupero, ai margini della storia e della memoria, uno sforzo utopico che, per le sue illimitate prospettive, può riuscire solo in ambito letterario.

Scenografie

Jergović descrive scenografie reali e di sogno, mescola la Città concreta e quella immaginaria, quella vera e quella inventata, il passato e il futuro nel tentativo di rendere tutto più comprensibile, liberandosi della propria ossessione per il luogo natale. Un’impresa colossale, da far tremare i polsi. Così l’immagine di Sarajevo si mescola con quella di altri contesti urbani, generando paesaggi mai esistiti, eppure presenti nel subconscio dello scrittore. La città è un corpo vivo, fatto di arterie e di sangue. Il libro è al tempo stesso un labirinto e uno specchio, un posto nel quale perdersi e riflettersi, una trama complessa e intricata come multiforme e incomprensibile è la vita stessa.

 

Riccardo Cenci

Foto © Wikipedia (cimitero di Bare copyright By Jennifer Boyer from Fredrick, Maryland, USA)

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Riccardo Cenci
Riccardo Cenci. Laureato in Lingue e letterature straniere moderne ed in Lettere presso l’Università La Sapienza. Giornalista pubblicista, ha iniziato come critico nel campo della musica classica, per estendere in seguito la propria attività all’intero ambito culturale. Ha collaborato con numerosi quotidiani, periodici, radio e siti web. All’intensa attività giornalistica ha affiancato quella di docente e di scrittore. Ha pubblicato vari libri (raccolte di racconti e romanzi). Attualmente lavora come Dirigente presso l’Enpam.

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