Il quesito referendario chiede che sia abrogata la disposizione contenuta nella legge 91/1992 (art. 9)
Quanti sono i potenziali beneficiari della riforma della cittadinanza, qualora il referendum dell’8–9 giugno 2025 raggiunga il quorum e approvi la riduzione da 10 a 5 anni del tempo di residenza continuativa utile a ottenere la cittadinanza italiana per naturalizzazione?
Il Centro studi e ricerche Idos ha presentato la prima stima scientifica sugli effetti del quesito. Se vincesse il “sì“, potrebbe diventare italiano più di 1 ogni 4 stranieri regolarmente residenti in Italia e un quinto di questi sarebbe under 18. Ma altri 700 mila migranti rischierebbero di restare esclusi solo perché “troppo poveri”. La quota più probabile di potenziali beneficiari della riforma sarebbe costituita da 1 milione e 420 mila cittadini non comunitari.
In particolare, gli adulti sarebbero 1 milione e 136 mila, tutti titolari di un permesso di
soggiorno di lunga durata, e i minori sarebbero 284 mila, dei quali 229 mila soggiornanti di lunga durata e 55 mila che, pur non avendo maturato in proprio il requisito minimo previsto dalla riforma, diventerebbero italiani per automatica trasmissione della cittadinanza da parte dei genitori che si saranno naturalizzati grazie alla modifica referendaria.
Il referendum
Come è noto, il quesito referendario chiede che sia abrogata la disposizione contenuta nella legge 91/1992 (art. 9) in base alla quale un cittadino straniero può acquisire la cittadinanza italiana per naturalizzazione dopo 10 anni di residenza continuativa nel Paese, riportando così il limite a 5 anni, come era già previsto nella legge precedente (varata nel 1912 e rimasta in vigore per 80 anni). Rispetto alle prime proiezioni dei promotori del referendum, riferite a una platea generica di potenziali beneficiari, la stima di Idos ne quantifica la quota più probabile, partendo dagli immigrati con permesso di soggiorno di lunga durata, che a fine 2023 erano 2.139.000, di cui 347.000 minori.
Oltre a escludere i cittadini di Paesi Ue, non toccati dalla riforma perché possono già richiedere la cittadinanza italiana dopo 4 anni di residenza, la stima dei potenziali beneficiari effettivi decurta dal computo anche una consistente quota di cittadini di Paesi non Ue che non ammettono la doppia nazionalità. Attraverso altri calcoli, il report arriva a determinare un’ipotesi massima e una minima, indicando infine come più probabili i valori mediani indicati sopra.
Non tutti possono
Una delle più importanti barriere che limitano l’accesso alla cittadinanza italiana resta la debole situazione economica della popolazione straniera. Il referendum, infatti, non modifica gli altri requisiti necessari per la naturalizzazione, tra cui (oltre alla conoscenza della lingua e all’assenza di condanne penali) il possesso di un reddito adeguato. Condizione che – in base ai dati Istat sulla popolazione a rischio di povertà e di esclusione sociale – anche con il successo del referendum non sarebbe soddisfatta da una ampia fascia di stranieri residenti: fino a 700 mila persone nell’ipotesi massima. Senza contare il costo per avviare la pratica, che è stato recentemente aumentato fino a un massimo di 600 euro a testa. Una situazione, dice il report, che rende quello alla cittadinanza per naturalizzazione “un diritto limitato di fatto attraverso una discriminazione indiretta basata sul censo”.
Gli esclusi
Da questa platea generale è ragionevole decurtare la maggioranza dei cittadini dei 50 Paesi non Ue la cui legislazione non consente la doppia nazionalità, tra i quali figurano Stati come la Cina, l’Ucraina e l’India che contano collettività piuttosto numerose in Italia. Molto presumibilmente, infatti, costoro saranno meno propensi ad acquistare la cittadinanza italiana, sapendo che ciò comporta l’automatica rinuncia a quella della propria patria.
Calcolando che in tutto si tratta di 509.000 soggiornanti, di cui 72.000 minori, e ipotizzando che solo il 15% di essi sia disposto a rinunciare alla cittadinanza del proprio Paese d’origine per acquisire quella italiana (la percentuale ipotizzata è quella che, in una recente indagine Istat, si riferisce, a tal proposito, ai giovani della collettività cinese, che per la sua numerosità in Italia può assurgere a campione rappresentativo di questa fattispecie di soggiornanti), il numero di quanti non cambierebbero nazionalità sarebbe di circa 433.000, inclusi 61.000 minorenni. Al netto di costoro, i potenziali beneficiari della riforma della cittadinanza scendono così a 1.706.000, di cui 286.000 minori: un numero che costituisce l’ipotesi massima della stima.
Sottrazioni e compensazioni
Casistiche più specifiche, quantitativamente indeterminabili ma che non influenzano la stima in misura significativa, sono rappresentate da soggiornanti di lungo periodo:
- che abbiano ottenuto il proprio titolo in altri Paesi Ue e che siano successivamente entrati in Italia. Si tratta per lo più di stranieri in transito, che dunque non trasferiscono la propria residenza anagrafica, e il cui numero, non determinabile, è certamente esiguo;
- che non abbiano ancora maturato 5 anni di residenza anagrafica, sebbene siano in possesso di un titolo che presuppone il periodo di soggiorno regolare. Sebbene, infatti, la legge prescriva di richiedere immediatamente la residenza anagrafica a coloro che abbiano ottenuto un permesso di soggiorno, spesso tra il rilascio di quest’ultimo e il perfezionamento dell’iter burocratico per l’acquisizione della residenza in Italia trascorrono molti mesi (a volte anche più di un anno), a causa dei ritardi con cui gli uffici anagrafici dei Comuni effettuano le convocazioni per avviare le pratiche e le portano a perfezionamento.
- Non siano soggettivamente interessati ad acquisire la cittadinanza italiana, pur avendone i requisiti.
È ragionevole supporre che il loro numero sia piuttosto limitato, perché, divenendo italiani, non solo il loro status giuridico si consoliderebbe in maniera strutturale, grazie all’acquisizione di tutta una serie di diritti e tutele e al contestuale venir meno di importanti limitazioni nell’accesso a determinate professioni, ma verrebbero anche in possesso di un passaporto – quello italiano, appunto – notoriamente “potente”, in quanto capace di assicurare l’ingresso in una vastissima gamma di Paesi esteri. - Non si può escludere, inoltre, che una quota (ugualmente non quantificabile) di soggiornanti di lungo periodo che abbiano maturato i requisiti attualmente previsti per la naturalizzazione (10 anni di residenza) abbiano già presentato, su questa base, la domanda di acquisizione della cittadinanza, che sarebbe dunque in corso di lavorazione, per cui non ne presenteranno una nuova anche qualora la riforma referendaria dovesse passare.
Burocrazia
D’altra parte, a compensazione di queste voci “a sottrazione”, si può assumere che, tra i potenziali beneficiari della riforma, vi sia anche una quota (anch’essa indeterminabile) di non comunitari che, pur risiedendo in Italia da almeno 5 anni, detengono ancora un permesso di soggiorno “a termine”, cioè soggetto a periodico rinnovo. Si tratta di persone che non hanno potuto convertire il loro titolo di soggiorno in un permesso di lunga durata o per mancanza dei requisiti di reddito e abitazione necessari, o perché, nella lavorazione delle pratiche di conversione, le Questure di riferimento ne hanno di fatto prolungato i tempi di definizione.
Ginevra Larosa
Foto © N3xtlv_Blog – Altervista, Comune di Rignano sull’Arno, Prensa Latina, Ministero dell’Interno













