Daniele Gatti e la Mitteleuropa

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Gatti

Il direttore milanese impegnato nel repertorio tedesco e austriaco in due programmi differenti presso l’Accademia di S. Cecilia

Ascoltando il secondo concerto consecutivo del direttore milanese Daniele Gatti a S. Cecilia a distanza di due settimane dal primo, per una strana alchimia della mente il pensiero va al compianto Giuseppe Sinopoli, dal quale sembra ricevere il testimone nel ruolo di maggior interprete italiano dell’ambito germanico e mitteleuropeo.

Declinazioni dell’eroismo

Affrontando le diverse declinazioni dell’eroismo offerte da Wagner e Richard Strauss, il direttore milanese si mostra padrone di un suono, di una cultura che non è unicamente musicale, ma abbraccia l’intero corpo delle arti. Il suo Alba e viaggio di Sigfrido sul Reno, seguito senza soluzione di continuità dalla Marcia funebre, è magnifico nella variegata potenza coloristica. Il chiarore aurorale si tramuta in una luce abbacinante, che si distende sul paesaggio animando il tessuto acquatico di cangianti riflessi. Dalle brume emerge il giovane protagonista del Ring, nel suo eroismo ma anche nella sua fragilità. Ogni dettaglio orchestrale, governato con sommo intelletto, risalta con straordinaria evidenza e afflato emotivo.

La morte dell’eroe

La marcia funebre di Siegfried trova in Gatti interprete sensibile, esente da qualsiasi tentazione retorica. Il suono stesso sembra trasudare dolore, in una visione che colpisce nel profondo. Il controllo delle dinamiche è perfetto, le pause acuiscono l’idea del tramonto di un universo che è alla base del wagneriano Götterdämmerung (Il crepuscolo degli Dei). A tale proposito, l’Accademia di S. Cecilia programmerà, a partire dalla prossima stagione, l’intero Ring in forma scenica, che manca dalla Capitale in questa veste dal lontano 1961. Sul podio il direttore musicale Daniel Harding, il quale si è detto elettrizzato per la portata della sfida e per gli importanti impegni che lo attendono.

Il nuovo corso

Fra l’altro l’Accademia, al cui timone Massimo Biscardi ha sostituito Michele Dall’Ongaro nelle vesti di Presidente, non nasconde le sue ambizioni. L’indagine del panorama mitteleuropeo proseguirà anche nel 2026 con lo stesso Gatti, che nel mese di gennaio proporrà un programma quasi interamente brahmsiano, e con altre prestigiose bacchette a edificare un affresco nel quale risaltino con chiarezza le caratteristiche di un humus culturale unico, fra i più fecondi nell’intera storia della musica.

La visione di Strauss

GattiTornando al dato prettamente esecutivo legato al secondo concerto a firma Daniele Gatti, la profonda serietà wagneriana sfuma nella celebrazione un poco esteriore e venata di sottile ironia del combattente straussiano, che in Ein Heldenleben (Vita d’eroelotta contro i suoi petulanti nemici, si prodiga in effusioni amorose e alla fine sceglie un olimpico ritiro lontano dalle cure del Mondo. La mitologia wagneriana ripiega in quelle atmosfere borghesi che saranno terreno d’elezione dello Strauss maturo. Siamo di fronte all’ultimo poema sinfonico ideato dal compositore prima della fine del XIX secolo (datato 1899), e all’aprirsi del sipario sulle tragedie novecentesche.

Strauss, ormai fiducioso nel proprio successo e sommamente ambizioso, confeziona una partitura densa e compiaciuta, il cui significato emerge ancora più chiaramente nel confronto con Wagner. Il compositore di Monaco, infatti, seppe liberarsi dallo scomodo ruolo di epigono wagneriano per costruire un mondo proprio, del tutto originale. Il suo eroe si sveste della corazza e della spada per affacciarsi sulla modernità. Eccellente anche in questo caso l’esecuzione musicale, colma di virtuosismo e perfettamente dosata nei piani sonori, grazie anche alla prova maiuscola dell’Orchestra dell’Accademia. Una menzione merita il primo violino Carlo Maria Parazzoli, impegnato in un lungo a solo, risolto con perfetta intonazione e struggente lirismo.

Bruckner e Brahms

Come dicevamo, due settimane prima Gatti aveva offerto un altro programma mitteleuropeo, idealmente collegato a quello appena descritto. Nella Nona dell’austriaco Bruckner, il direttore esplicita la propria maniera con ammirevole evidenza: pause colme di significato, equilibri perfetti, dinamiche particolarmente curate, assenza di qualsiasi trionfalismo fine a se stesso. Nel Gesang der Parzen e nello Schicksaslied di Brahms mostra un mondo che, dalla serenità classica, declina nei presagi più oscuri. Il compositore tedesco è davvero fra i grandi indagatori dell’animo umano e dei drammi della modernità. Massimo Mila, nel suo volume su Brahms e Wagner, accostava il primo a Freud, Kafka e Proust, per acume psicologico e afflato universale. La crisi della coscienza moderna riverbera dunque nelle opere di Brahms quanto in quelle di Bruckner; due compositori molto diversi fra loro, caparbiamente rivali, accomunati dal vago sentore dell’imminente declino.

La rivelazione

Due programmi illuminanti, che dimostrano come una programmazione ben ideata possa costruire percorsi per l’ascoltatore interessato non solo al mero godimento estetico, ma anche alla comprensione dei meccanismi sottesi all’opera d’arte e alle sue tangenze con l’intero scibile umano, in definitiva a una presa di coscienza fondata su una seria indagine storica. In quest’ottica appare chiaro, sempre per citare Mila, come Brahms sia il primo, e probabilmente il più grande maestro del decadentismo, cioè della civiltà moderna“. Il pubblico, in entrambe le occasioni, ha dimostrato il proprio apprezzamento.

 

Riccardo Cenci

Immagini di Riccardo Musacchio / Musa

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