Tra crisi economica, sorpresa politica, fine del dominio socialista e giovani, soprattutto le donne, insoddisfatti
Il 17 agosto 2025 la Bolivia ha tenuto le sue elezioni generali, chiamando alle urne oltre 7,9 milioni di cittadini per rinnovare la Presidenza, la Camera dei deputati e il Senato. Il voto segna un passaggio storico: dopo quasi vent’anni di dominio del Movimento al socialismo (Mas), guidato da Evo Morales, il Paese sembra voltare pagina, spingendo verso un Governo centrista o addirittura di destra per la prima volta in due decenni.
Le prime tendenze, con oltre il 92% dei voti scrutinati, mostrano un sorprendente primo round dominato dal senatore centrista Rodrigo Paz, del Partito cristiano democratico (Pdc), con circa il 32,1‑32,2% delle preferenze, seguito dall’ex presidente di destra Jorge “Tuto” Quiroga, attorno al 26,9‑27%.
Un risultato storico
Se nessuno dei candidati raggiunge il 40% con almeno 10 punti di distacco sul secondo, la normativa prevede un ballottaggio, che in questo caso è stato fissato per il 19 ottobre 2025.
La sinistra, rappresentata dal Mas, ha ottenuto un risultato disastroso: il suo candidato, Eduardo del Castillo, ex ministro dell’Interno, si è fermato al 3‑3,2%, appena sopra la soglia minima per mantenere lo status legale del partito. Dunque perde il controllo politico dopo quasi 20 anni, una svolta che riflette l’indignazione popolare nei confronti della situazione economica, tra iperinflazione, penuria di carburanti e scarsità di dollari statunitensi. Gli osservatori internazionali, come quelli dell’Oea e dell’Ue, hanno valutato positivamente il clima elettorale, caratterizzato da una partecipazione democratica pacifica. Nonostante le tensioni e gli schieramenti inediti, il voto si è svolto regolarmente.
Un elemento cruciale della campagna è stato l’atteggiamento di Evo Morales, impossibilitato a candidarsi a causa di motivi legali. Invece di sostenere apertamente il Mas, Morales ha incoraggiato i suoi sostenitori a votare scheda “nula” (nulla) come forma di protesta. Questo appello ha portato a un tasso record di schede bianche e nulle, pari al 19,1%, un simbolo del malcontento politico e della divisione interna del Mas.
Il panorama politico è fortemente frammentato: inizialmente tra i favoriti c’erano l’imprenditore Samuel Doria Medina, con quasi il 20%, stimato come sfidante principale, e il giovane senatore Andrónico Rodríguez, erede politico di Morales, che però è rimasto indietro, con circa l’8‑9%.
In particolare, la generazione più giovane di elettori – che rappresenta il circa 40% del corpo elettorale – ha mostrato una forte disillusione. Molti giovani, soprattutto donne, hanno denunciato la mancanza di rappresentanza e di proposte concrete su temi come l’ambiente e i diritti delle donne. Questa apatia rischia di aprire la strada a figure populiste outsider in futuro.
Una campagna elettorale incentrata sull’economia
Il vincitore del primo turno, Rodrigo Paz, è un politico di lungo corso, ha 57 anni e attualmente è senatore. Viene da una famiglia molto importante per la politica boliviana: è
figlio di Jaime Paz Zamora, presidente del Paese dal 1989 al 1993. Nato durante l’esilio della sua famiglia in Spagna, ha studiato economia e relazioni internazionali a Washington. Ha costruito la sua candidatura nel nome dei valori cristiani, della famiglia e della lotta alla corruzione, proponendo di “smantellare lo Stato tranca” e ridurre spese inutili Nel suo programma propone quello che definisce «Capitalismo per tutti»: un programma di crediti accessibili, agevolazioni fiscali per promuovere l’economia formale ed eliminare le barriere all’importazione di prodotti che la Bolivia non produce, compresa l’«eliminazione» delle dogane.
Il suo compagno di formula, Edman Lara, ex capitano di polizia noto per le sue denunce anticorruzione, ha potenziato l’immagine di rinnovamento. Samuel Doria Medina ha riconosciuto la sconfitta e ha promesso il suo appoggio a Paz, consolidando l’alleanza centro–destra nel secondo turno.
Queste elezioni presidenziali sono marcate soprattutto dalla forte rivalità tra l’attuale presidente del Paese andino, Luis Arce, e il suo ex alleato ed ex presidente Evo Morales. Nessuno dei due figurava tra i candidati a queste elezioni, ma le loro liti hanno scandito la campagna elettorale. In Bolivia si sta assistendo a una forte crisi di instabilità politica e di crisi economica, la peggiore vissuta negli ultimi vent’anni (mentre durante i primi due Governi guidati da Morales il Paese andino aveva sperimentato un’incredibile crescita economica). Per questo motivo, anche il programma del secondo candidato più votato, si è incentrato molto sul lato economico.
Invertire la tendenza populista
Jorge Quiroga, detto “Tuto”, ha 65 anni ed è già stato presidente del Paese dall’agosto del 2001 a quello del 2002. Candidato dell’alleanza “Libertad y Democracia”, è un politico di destra e conservatore. In caso di vittoria, punta sull’apertura economica, sui mercati internazionali, sul controllo della spesa pubblica e sulla modernizzazione dello Stato.
In questi anni Quiroga è sempre stato all’opposizione dei Governi di sinistra guidati dal
Mas. Nei giorni precedenti al voto, Quiroga ha attaccato varie volte Morales, dicendo che “il suo futuro è dietro le sbarre” (è imputato in un processo per presunta violenza sessuale) e ha elogiato la figura del presidente argentino Javier Milei, di cui aspira a riproporre le feroci manovre di austerità per far uscire la Bolivia dalla crisi economica attuale. Infatti, Quiroga, ha promesso privatizzazioni, relazioni più strette con il Fondo monetario internazionale, tagli agli sprechi e riconciliazione nazionale, affermando la necessità di invertire la tendenza populista degli ultimi anni.
Una competizione inedita
Il contesto economico gioca un ruolo chiave. La Bolivia sta vivendo la sua peggiore crisi economica in almeno quattro decenni: inflazione galoppante, scarsità di carburanti e valuta estera, e un deficit fiscale crescente. I candidati di centrodestra hanno fatto della stabilità economica e della normalizzazione dei rapporti internazionali, in particolare con gli Stati Uniti, uno dei pilastri principali del loro programma. In questo scenario, il Mas appare segnato sia internamente che all’esterno. La frattura tra Luis Arce e Morales ha minato la coesione del partito, che ha pagato un prezzo politico altissimo. Con la soglia legale a rischio e il voto di protesta diffuso, si apre una fase di transizione che potrebbe trasformare radicalmente il volto politico del Paese.
Il ballottaggio del 19 ottobre sarà dunque cruciale. Si confronteranno Rodrigo Paz, con un profilo centrista e riformista, e Jorge Quiroga, legato alla destra conservatrice. Solo allora si potrà davvero capire se la Bolivia intraprenderà una rotta moderata o netta a destra, e quale futuro attende un Paese desideroso di stabilità, crescita e fine dell’emarginazione della sua sinistra storica.
Ginevra Larosa
Foto © France 24, Facebook, BBC, AP News













