L’Australia senza immigrati: un futuro più povero e più vecchio

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Australia immigrazione

Migliaia di persone hanno protestato contro l’immigrazione. Tra politica, storia e futuro, il Paese resta diviso sul tema

In Australia, il 31 agosto 2025, si è svolta nelle principali Città la manifestazione “March for Australia”, conosciuta anche come “White Australia Rally”. Migliaia di cittadini sono scesi in strada per protestare contro l’immigrazione di massa, ritenuta da loro una delle cause principali dell’aumento degli affitti e dei prezzi delle case. I manifestanti hanno collegato l’alto numero di immigrati anche ai problemi nei trasporti pubblici e negli ospedali.

Il sostegno politico

La protesta è stata organizzata da gruppi neonazisti ma ha ricevuto il sostegno di figure politiche estremiste come Pauline Hanson e Malcom Roberts del partito di destra “One Nation”. A loro si sono aggiunti anche esponenti dell’ala più conservatrice del Partito Liberale, come Bob Katter e Jacinta Price.

L’episodio di Bob Katter

Proprio Bob Katter è stato protagonista di un episodio molto controverso durante una conferenza stampa a Brisbane. Dichiarando la sua adesione alla manifestazione, ha ribadito che a suo avviso solo migranti provenienti da Paesi con democrazia, stato di diritto, religione cristiana o simile, leggi sul lavoro e tradizioni egualitarie dovevano essere accettati in Australia. Quando un giornalista di Channel Nine, Josh Bavas, ha tentato di fargli una domanda sulle sue origini libanesi, Katter lo ha interrotto in maniera brusca minacciando di dargli un pugno dicendo che non voleva sentirlo e aggiungendo di aver colpito in passato persone che lo avevano provocato in questo modo. Ha poi ricordato che la sua famiglia vive in Australia da 140 anni.

La risposta del Governo

Il Governo federale ha preso posizione contro la protesta, affermando che in Australia non c’è spazio per l’odio. Il ministro degli Interni, Tony Burke, ha dichiarato che nulla poteva essere meno australiano di quelle manifestazioni. La ministra del Small Business, Anne Aly, ha sottolineato che il Governo è a fianco di tutti gli australiani, indipendentemente dal luogo di nascita, e che il razzismo e l’estremismo non trovano spazio nell’Australia moderna.

La posizione dell’opposizione

La leader dell’opposizione Sussan Ley ha invitato alla calma e al rispetto, ricordando che in Australia esiste il diritto di protestare ma sempre in maniera pacifica. Ha aggiunto che confini sicuri proteggono il Paese ma permettono anche di essere generosi con chi fugge dai conflitti. Secondo lei la vera storia australiana è fatta di rispetto, tolleranza e comunità. Tuttavia, molti si aspettavano da parte sua una presa di posizione più netta, visto che una parte del Partito Liberale continua a cavalcare slogan populisti contro l’immigrazione. Alla manifestazione, infatti, ha dato il suo sostegno anche l’ex primo ministro Tony Abbott, noto per le politiche restrittive verso i migranti, regolari e irregolari.

Cronulla 2005: un precedente

Non è la prima volta che in Australia si registrano proteste di massa contro l’immigrazione. La più famosa resta quella di Cronulla, un quartiere di Sydney, nel dicembre 2005. Quel giorno oltre 5.000 persone, per lo più australiani anglosassoni, si radunarono per “riprendersi la spiaggia dagli estranei”. L’episodio, scatenato da un’aggressione a dei bagnini e alimentato dai media, degenerò rapidamente in violenze contro giovani di origine mediorientale e in ulteriori scontri nei giorni successivi. Alla fine si contarono decine di feriti e oltre cento arresti.

Cronulla mise in evidenza tensioni radicate: da un lato la presenza storica di comunità Australia immigrazioneanglosassoni, dall’altro l’arrivo crescente di giovani di origine mediorientale. Differenze culturali, episodi di cronaca e l’eco degli attentati internazionali avevano contribuito a creare un clima di sospetto e ostilità. I media ebbero un ruolo centrale nell’alimentare la rabbia. In seguito furono avviati programmi interculturali, come On the Same Wave, che coinvolse giovani musulmani nelle attività di salvataggio in spiaggia. Nonostante questi tentativi, un’indagine del 2014 dimostrò che il ricordo delle violenze restava ancora vivo e che molti giovani musulmani evitavano Cronulla.

L’immigrazione nella storia australiana

Se si guarda indietro nella storia, si capisce come l’immigrazione abbia sempre avuto un ruolo centrale in Australia. Già durante la Seconda guerra mondiale il primo ministro John Curtin sottolineava che la crescita demografica era essenziale per la sicurezza e lo sviluppo del Paese. Fu il suo successore, Ben Chifley, a creare nel 1945 il Ministero dell’Immigrazione e ad avviare i grandi programmi di arrivi dall’Europa, compreso l’accordo con l’IRO (International Refugee Organization – Organizzazione internazionale per i rifugiati) per i rifugiati.

Negli anni ’50 il primo ministro Robert Menzies rafforzò questa linea, firmando accordi con vari Paesi europei, Italia compresa, e aprendo i grandi cantieri simbolo come lo Snowy Mountains Scheme, un insieme di dighe, gallerie e centrali idroelettriche per produrre energie rinnovabili e deviare le acque dei fiumi verso le zone agricole più aride. Pur mantenendo la White Australia Policy, i Governi di quell’epoca cominciarono ad allentarne le rigidità, fino ad arrivare negli anni ’70 al multiculturalismo.

Conseguenze di un blocco migratorio

Tutto questo dimostra che l’Australia è sempre stata una terra di immigrazione. La Costituzione del 1901 diede vita alla Federazione, ma fin da allora il Paese ha regolato e gestito i flussi migratori senza poterne mai fare a meno. Questo è avvenuto nonostante l’esistenza della White Policy, una politica fortemente discriminatoria che aveva lo scopo di mantenere una società bianca ed europea.

Se oggi si decidesse di bloccare completamente l’immigrazione, le conseguenze sarebbero molto pesanti. L’economia diventerebbe più piccola e crescerebbe più lentamente, perché mancherebbero lavoratori, studenti e competenze. Alcuni salari salirebbero nel breve periodo, ma molte imprese andrebbero in crisi: mancherebbero muratori, infermieri, operatori sociosanitari, agricoltori, studenti internazionali e personale nella ristorazione. Le università perderebbero una delle principali fonti di entrata, mentre lo Stato avrebbe meno tasse da incassare e più difficoltà a sostenere pensioni e servizi. Perfino le polizie statali, che oggi sono costrette ad assumere personale straniero con almeno la residenza permanente senza attendere che ottenga la cittadinanza, avrebbero ancora più difficoltà a trovare staff disposto ad arruolarsi.

Molti credono che meno immigrati significhino case più economiche, ma non è così. Con meno domanda ci sarebbe anche meno offerta, perché mancherebbero i lavoratori che costruiscono le abitazioni. Alla fine i prezzi potrebbero addirittura salire. Lo stesso vale per i trasporti, gli ospedali e le scuole: senza immigrati mancherebbero anche gli ingegneri, i tecnici e gli infermieri che li fanno funzionare.

Dal punto di vista politico, un blocco totale dividerebbe l’opinione pubblica e costringerebbe lo Stato a scelte difficili: aumentare le tasse, tagliare servizi o accettare più debito. Le perdite economiche potrebbero valere decine di miliardi di dollari l’anno.

Non è l’immigrazione in sé a creare i problemi, ma la capacità di pianificare e investire. Senza immigrazione, l’Australia rischierebbe di diventare un Paese più vecchio, più fragile e con servizi peggiori.

 

Giovanni Maria Pontieri

Foto © National Museum of Australia, SBS News, Università di Melbourne

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