Cecità e ipovisione: una sfida invisibile

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Cecità e ipovisione

Nel Mondo oltre due miliardi di persone convivono con gravi limitazioni visive: tra sfide quotidiane, tecnologie assistive e nuove frontiere della ricerca, un viaggio nella realtà della cecità e dell’ipovisione

La cecità e l’ipovisione non sono soltanto condizioni mediche, ma realtà sociali che coinvolgono milioni di famiglie in tutto il Mondo. In una popolazione globale che invecchia rapidamente, la perdita della vista rappresenta una delle disabilità più diffuse, con numeri in costante crescita e conseguenze profonde sulla vita quotidiana, sul lavoro, sull’istruzione e sulla partecipazione sociale.

I numeri della disabilità visiva

A livello globale, il fenomeno assume dimensioni impressionanti. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), almeno 2,2 miliardi di persone hanno qualche forma di deficit visivo, da lieve a grave. Di queste, circa 43,3 milioni sono considerate cieche, con un visus molto ridotto al di sotto della soglia che definisce la cecità.

In Italia, le ultime stime, risalenti al 2023 e riportate dall’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecitàIAPB Italia Onlus e dal progetto DescriVedendo, parlano di tra 1,8 e 2 milioni di persone con disabilità visiva, pari a circa il 3% della popolazione. Di queste, il 15% è cieco assoluto, mentre l’85% conserva un residuo visivo grave, rientrando quindi nell’ipovisione.

I dati amministrativi raccontano però un quadro più ristretto. Nel 2023 l’Inps ha certificato 108.416 cittadini come ciechi civili totali o parziali. La discrepanza si spiega con il fatto che non tutte le persone con ipovisione richiedono o ottengono un riconoscimento ufficiale.

La percentuale cresce con l’età: il 33,8% degli over 65 e quasi il 42% degli over 75 dichiara difficoltà visive gravi o moderate. Un trend destinato ad aumentare, considerato l’invecchiamento demografico e la diffusione di patologie oculari legate all’età.

Cecità e ipovisione

In termini clinici, la cecità indica una perdita pressoché totale della vista, mentre l’ipovisione corrisponde a una riduzione grave ma non assoluta della capacità visiva. Esistono diversi gradi, stabiliti dalla normativa italiana (legge 138/2001) e dalle classificazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità, che vanno dall’ipovisione lieve, con residui visivi tra 1/10 e 3/10, fino alla cecità totale, privi di percezione visiva o con campo visivo inferiore al 3%.

Le persone ipovedenti mantengono una certa capacità visiva che, pur limitata, può essere valorizzata grazie ad ausili specifici: lenti speciali, software di ingrandimento e dispositivi elettronici che permettono di leggere testi o consultare documenti. La vita quotidiana, in questi casi, è caratterizzata dall’adattamento a una vista parziale ma comunque utile a svolgere molte attività, se supportata dalle giuste tecnologie e da percorsi di riabilitazione mirati.

Cecità e ipovisionePer i ciechi assoluti, invece, la mancanza di percezione visiva rende l’esperienza quotidiana fortemente dipendente da altri sensi, come l’udito e il tatto. L’autonomia si costruisce attraverso strumenti e strategie consolidati: il bastone bianco per la mobilità, il sistema Braille per la lettura e la scrittura, i sistemi vocali e i software di sintesi che consentono di usare computer e smartphone. In entrambi i casi, il percorso verso l’indipendenza passa dalla riabilitazione visiva e dall’acquisizione di tecniche personalizzate che permettono di affrontare la vita di tutti i giorni con un buon livello di autonomia.

Le cause più comuni

Le origini della disabilità visiva variano con l’età e il contesto. In Italia e nei Paesi industrializzati prevalgono le malattie cronico-degenerative:

  • Degenerazione maculare senile, principale causa di ipovisione tra gli anziani.
  • Glaucoma, che restringe progressivamente il campo visivo fino alla cecità.
  • Retinopatia diabetica, legata al diabete non controllato.
  • Cataratta, oggi quasi sempre risolvibile chirurgicamente ma ancora causa di cecità se non trattata.
  • Malattie ereditarie rare, come la retinite pigmentosa, che colpisce migliaia di italiani.

Accanto a queste ci sono cause traumatiche, neurologiche e, in età pediatrica, complicanze date dalla prematurità.

Vita quotidiana

Per chi è cieco o ipovedente, ogni attività quotidiana richiede strategie e strumenti. In casa si ricorre a etichette tattili, elettrodomestici smart e sensori che segnalano liquidi o temperature. Nell’ambiente esterno invece, il bastone bianco e il cane guida restano strumenti insostituibili, affiancati oggi da smartphone e app che “descrivono” il mondo con l’aiuto dell’intelligenza artificiale.

Eppure, le Città restano spesso ostili: mancano percorsi tattili continui, semafori sonori e annunci vocali sui mezzi pubblici. Le barriere non sono solo architettoniche: sono anche sociali, come i pregiudizi e la scarsa consapevolezza.

Scuola e lavoro: un’inclusione incompleta

L’istruzione e l’occupazione restano due ambiti chiave in cui la disabilità visiva continua a generare disuguaglianze. Nel Mondo milioni di bambini ciechi o ipovedenti non hanno accesso alla scuola primaria, e secondo uno studio pubblicato su The Lancet Global Health la perdita della vista riduce fino al 19,5% le probabilità di ottenere un impiego rispetto alla popolazione senza deficit visivi.

In Europa, nonostante una legislazione più avanzata e politiche inclusive consolidate, le difficoltà restano enormi. La European Blind Union stima che oltre 30 milioni di cittadini convivano con cecità o ipovisione e che il tasso di disoccupazione tra i non vedenti superi il 75%. Numeri che raccontano di barriere non solo fisiche, ma anche culturali e digitali, ancora lontane dall’essere abbattute.

In Italia il quadro conferma le difficoltà. Secondo quanto riportato dall’Istat, nell’anno scolastico 2023/24 gli alunni con disabilità erano quasi 359 mila; circa 12 mila presentavano cecità o ipovisione. Solo l’1,1% delle scuole italiane, però, risulta davvero accessibile a studenti con disabilità visiva.

Sul fronte lavorativo, la situazione non è migliore: meno di 1 disabile su 3 lavora, e il tasso di disoccupazione tra ciechi e ipovedenti resta altissimo. Se in passato il collocamento mirato garantiva posti da centralinisti o massofisioterapisti, oggi le nuove tecnologie permettono di accedere a professioni diverse, dall’informatica al customer service. Ma i pregiudizi restano un ostacolo.

Braille e intelligenza artificiale

La scienza apre scenari impensabili fino a pochi anni fa. Nel 2018 è stata approvata la prima terapia genica per una forma di cecità ereditaria, l’amaurosi di Leber, oggi disponibile anche in Italia. Impianti come la retina artificiale Argus II e i progetti di stimolazione corticale cercano invece di restituire almeno una percezione luminosa ai ciechi assoluti.

Accanto a queste innovazioni, i metodi tradizionali come il Braille e il bastone bianco restano fondamentali. Oggi, però, sono affiancati da strumenti digitali: app come “Seeing AI” e “Be My Eyes” leggono testi, riconoscono oggetti e interpretano espressioni. In Italia si sperimenta anche il bastone intelligente “LETIsmart”, che comunica con semafori e fermate degli autobus. La tecnologia non sostituisce, ma integra: come ricorda Mario Barbuto, presidente dell’Uici, “il bastone bianco e il Braille restano insostituibili, ma la tecnologia moltiplica l’autonomia”.

Politiche e associazioni: una rete di sostegno

La protezione dei diritti delle persone cieche e ipovedenti è ormai al centro di un impegno che attraversa i confini nazionali. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e l’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità (IAPB) promuovono iniziative come Vision 2020, volte a ridurre la cecità nei Paesi in via di sviluppo. La World Blind Union, che rappresenta oltre 250 milioni di persone con disabilità visiva, lavora invece sul fronte politico e culturale, spingendo governi e istituzioni internazionali a garantire pari opportunità. In Europa, l’European Blind Union coordina 41 organizzazioni nazionali e segue l’applicazione di leggi comuni come l’European Accessibility Act, destinato a rendere servizi e tecnologie più accessibili a partire dal 2025.

In Italia, questo lavoro si affianca all’impegno dell’Unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti, della IAPB Italia Onlus e della Lega del Filo d’Oro, attive nella prevenzione, assistenza e formazione. Accanto a questo lavoro quotidiano, un ruolo decisivo è giocato dalle raccolte fondi, un sostegno economico e sociale che resta fondamentale per migliaia di famiglie.

Momenti simbolici come la Giornata mondiale della vista, celebrata ogni secondo giovedì di ottobre, e la Giornata nazionale del cieco, celebrata il 13 dicembre. In queste occasioni vengono effettuati screening gratuiti, convegni, mostre tattili e iniziative di sensibilizzazione che hanno un valore non solo informativo, ma anche culturale: diffondere l’idea che l’accessibilità riguarda tutti, non soltanto chi non vede.

Una sfida collettiva

La cecità e l’ipovisione non sono solo un fatto individuale, ma un tema di cittadinanza. Dietro i numeri ci sono persone che chiedono autonomia, istruzione, lavoro e dignità. La tecnologia e la scienza offrono strumenti potenti, ma senza un impegno concreto della società, dalle scuole alle città, dalle imprese ai media, il rischio è che l’innovazione resti privilegio di pochi.

Come ricordano le associazioni, l’obiettivo non è solo “restituire la vista”, ma garantire pari opportunità di vivere pienamente, anche senza vedere.

Maria Vittoria Rickards

Foto © Lentiamo.it, Orcam.it, Maria Vittoria Rickards

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