Louis-Ferdinand Céline a Londra fra l’ansia e il delirio

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I manoscritti trafugati nel 1944 e ritrovati nel 2021 ci consegnano un romanzo crudo e potente, intriso di odio e di pietà

È lo stesso Céline a fornire le coordinate della propria ispirazione: “io chiacchiero, m’ingarbuglio”, scrive, e Londres (Londra, trad. di Ottavio Fatica, a cura di Régis Tettamanzi, cura editoriale di Ena Marchi, Biblioteca Adelphi) è davvero un vagabondaggio del corpo e del pensiero. Dalla guerra ha guadagnato una corrente d’aria di uragani”, un ronzio incessante nelle orecchie, una poltiglia sonora che lo tormenterà per sempre. Della mattanza ne ha abbastanza, ma neanche la Capitale britannica riesce a fargli dimenticare l’orrore che ha passato.

Londra

La città è la vera protagonista del manoscritto, con le sue figure in controluce, con le sue nebbie che portano via le forme e il tempo. I personaggi, dei quali neppure i nomi sono esenti da una certa instabilità, fluttuano in pennellate espressioniste, appaiono e scompaiono nelle infinite elucubrazioni dell’autore. Siamo di fronte a fogli ricomparsi quasi per miracolo, creduti estinti e ora di nuovo vivi per i lettori. Londres riemerge nel 2021 insieme a Guerra, del quale è il seguito pur avendo una propria autonomia. Testi trafugati dalla casa di Céline nel 1944 e recuperati in maniera rocambolesca. Un’opera voluminosa, una prima stesura riguardo la quale è vano perdersi in inutili congetture su quale sarebbe potuta essere la sua forma definitiva.

In Londres troviamo il Céline autentico, lucido e disperato, cinico ma animato da un grande senso di pietà verso i propri simili, e tanto basta. È l’autore del Voyage, di quel libro che lasciò stupefatto il giovane editore Robert Denoël e che ancora oggi sconvolge per la sua delirante lucidità, è l’uomo con la testa colma di ossessioni, braccato e inseguito da chissà cosa. La guerra gli ha lasciato in eredità una spiccata sensibilità per il marciume, per tutto ciò che si trova sull’orlo della catastrofe. La famiglia lo disgusta, con la sua pretesa di giudicare tutto e tutti. Lo ritengono colpevole, senza possibilità di appello. Nell’elefantiaco tessuto urbano Céline cerca rifugio, scappa come un animale braccato. Il Big Ben, il cuore enorme, pulsa nell’ombra. La città, come un corpo vivo, respira affannosamente. La nebbia si attacca addosso, come uno sfinimento.

Il medico e lo scrittore

La miseria, la malattia e la morte sono alla base dell’esperienza dello scrittore. Il suo essere medico coincide con una volontà indagatoria, con l’ossessione di voler guardare a fondo all’interno dell’uomo. In Londres Ferdinand, il protagonista, porta il malconcio Bijou dal dottor Yugenbitz e si trova ospite della sua famiglia. È persona discreta Yugenbitz, e non chiede neppure soldi per i suoi servizi. Del resto, capisce che è un momentaccio per tutti. Molte bocche da sfamare, il medico ha tre figlie, ma anche nella miseria non mancano speranza e buonumore.

Una sistemazione precaria, “tutta roba che puzzava di finto e di svendite. Io lo sapevo bene, avevo imparato tutto lo sfarzo fasullo della miseria. Pure un patibolo sottocosto avrei notato, mi avrebbe addolorato prima d’infilarci dentro la testa. È duro il dolore che sale dagli oggetti quando nessuno più li vuole. Di fronte al mobilio non abbiamo né difese né fermezza. La morte di una suppellettile è la morte di un’anima. Una rapida smorfia di vergogna, ed è finita”. Qui Céline, descrivendo la miseria delle cose, fa presentire quella degli uomini. E poi c’è la morte, onnipresente, quel patibolo sul quale tutti, prima o poi, dovremo salire.

Viene in mente Perturbamento di Thomas Bernhard, il suo muoversi in un mondo malato, composto da individui malati e folli. Dall’altra parte del Tamigi brilla di sfarzo il Savoy. I reietti riuniti a casa del dottore non possono far altro che osservarlo con un desiderio colmo di amarezza. Se ne vorrebbero andare ma non osano. Li domina la paura dell’ignoto, della strada, della guerra che continua a darci dentro. Ferdinand è un disertore. Guai a farsi prendere.

Yugenbitz lo invita a leggere i suoi libri di medicina. Per la prima volta qualcuno si interessa a lui come uomo. Un medico indaga il dolore, e questo è ciò che vuole realmente Céline. “Avrei voluto credo guarire tutte le malattie degli uomini, non dovevano più soffrire quegli schifosi”. Si dà da fare Ferdinand, corre a destra e a manca. Il suo primo paziente è il piccolo Peter. La sua morte è un segno della lotta impari contro l’estinzione. Qui si accende la poesia, la pietà infinita. “Quel modo di essere entrato nelle nostre ombre solo per portarci un pochino di luce, come una farfalla entra la sera in giardino e incontro alla notte se ne va”. C’è tutta la nostra finitezza in queste parole, gigantesche come solo Céline sa fare.

I magnaccia

Ferdinand non ha futuro. Neppure il ruolo del magnaccia gli si addice. E si che il libro è tutto punteggiato di puttane e protettori, di vicende sordide e a loro modo avventurose. C’è Cantaloup, capo dei papponi francesi di Leicester Square, e c’è ancora Purcell, maggiore dell’esercito britannico e protettore dell’insaziabile Angèle la quale perderà la testa, ossessionato dalle maschere antigas come lei lo sarà dalle bambole. Vediamo all’opera la Manomessa, il cui soprannome non lascia spazio alla fantasia. Ammiriamo Maë, “la più bella quando si tratta di portare l’ignoto”. Incontriamo ancora Yorick, quasi a evocare atmosfere amletiche, un vecchio scozzese con il gonnellino che suona il flauto, perché per la cornamusa non ha più fiato. E poi ci sono Lemosina e Rodriguez, due veri scalognati, e il rissoso Stocazzo che finirà ammazzato. Personaggio pantagruelico è Borokrom, la cui ubriachezza non disperde la sua intensa umanità.

Tutti annaspano nella nebbia, fumanti come fantasmi, disperati e braccati dal destino. Un gruppo di canaglie dal cuore tenero se decidono di prendere un orfanello abbandonato, salvo poi doverlo nuovamente lasciare, insieme a un gattino ribattezzato Miao che invece li seguirà nell’intero arco della narrazione. Del resto di felini la letteratura è piena, come in Nabokov e in molti altri.

Céline ha un modo tutto suo di farci sentire il fremito effimero della vita. “Vorrei seguire con il dito dappertutto i muscoli che si sforzano, imparare a scrivere di loro sulla linea stessa della vita, della vita calda e tenera, la più bella delle storie, sulla linea, dico, che va dalla coscia al tallone fino al piede che si tende fino alla punta del desiderio”. Se la Recherche proustiana è il poema del desiderio, l’opera di Céline lo è altrettanto, solo in maniera cruda e viscerale. I suoi reietti hanno bisogno di una scena abbagliante per sperimentare il delirio e per seguitare a sperare. Le orge, l’alcol e la droga non riescono ad arginare “la paura che arriva comunque dalla finestra aperta sulla vastità della notte”.

La vocazione narrativa

Ferdinand racconta storie, deve farlo, è una sua prerogativa. Solo di questo è capace. Ecco allora la narrazione di re Krogold, centellinata a spizzichi e bocconi, l’immersione in un altro mondo per obliare la miseria. “Viviamo in tempi tristi. Il poeta non ha vita facile. Allora come ora. Invecchia lungo il cammino. Scambia la realtà per il suo desiderio”. La leggenda medioevale si mescola al presente ed entra a farne parte. Una storia frammentata, vaga come il più ampio romanzo di cui fa parte. Ma anche Londres è torso magnifico, sublime sperimentazione, esercizio tanto più accattivante in ragione del suo dipanarsi con toccante immediatezza. Céline deve averlo accantonato mentre lavorava a Mort à crédit, per lasciarlo nella forma in cui è giunto sino a noi. Un manoscritto agitato da uomini turbati dalla guerra, rissosi e senza pace.

Dovunque ti trovi sei straniero. Sei un lebbroso col campanello dentro. Se quando cammini affretti il passo, quello suonaAncora la fuga e la malattia, le vere ossessioni dell’autore. La violenza, troppo a lungo trattenuta, esplode anche lontano dai campi di battaglia. Risse e sparatorie punteggiano il romanzo. Ferdinand ha la sua tortura personale; quel rumore incessante nelle orecchie che impedisce il sonno. “Bisogna avere un’ossessione nella vita, per noi è la volta celeste“. In mezzo al dolore e al marciume Ferdinand spera, con una forza profondamente umana. La catastrofe sta appostata dietro l’angolo. Tutto finisce nelle fiamme, un incendio come nel wagneriano Götterdämmerung, o come in Tre sorelle di Čechov. Un mondo si estingue, ma cosa c’è di là non lo sappiamo ancora.

 

Riccardo Cenci

Foto © Wikipedia

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