Il titolo evoca il contrasto tra l’idea di violenza cieca e l’immagine tradizionale e fragile della donna rappresentata dal delicato rosa
L’ultimo libro della giornalista Tiziana Ciavardini, Family Editore, non è solo un saggio, ma un grido che scaturisce dal profondo dell’anima dell’autrice, la sua testimonianza, un manifesto contro il silenzio e l’indifferenza che spesso circondano il femminicidio e la violenza sulle donne. Ricco di spunti e di argomenti, è una narrazione che attraversa secoli di storia, di cultura e società. È altresì una raccolta di fatti e testimonianze reali. Presenta inoltre una analisi delle leggi e delle politiche soprattutto degli ultimi anni, evidenziandone i progressi e le lacune. Un intero capitolo si sofferma poi sui media e sull’impatto che hanno relativamente alla percezione della violenza di genere. Infine è una inchiesta che dà voce alle tante donne, ignorate, tradite e uccise, come lo ha definito la stessa autrice.
La condizione della donna nel tempo
Una coinvolgente introduzione presenta il testo che si articola in nove capitoli dagli argomenti più svariati. Il primo racconta la condizione delle donne lungo i secoli a partire dalle civiltà più arcaiche dove erano oggetto, merce e sacrificio, appartenevano agli uomini e giuridicamente erano considerate come esseri inferiori. Si parte dalla Mesopotamia, alla Grecia per arrivare all’India e alla crudele pratica del “sati” per cui le vedove si auto-immolavano sul rogo del marito defunto.
Segue quello relativo alla lotta delle donne nel tempo, che racconta alcuni episodi storici e dà voce a tre figure femminili della Divina Commedia per parlare della condizione della donna nel Medioevo.

Il terzo è dedicato all’analisi delle leggi e delle politiche a tutela delle donne. Si pensi che questo tema ha cominciato a emergere nella consapevolezza collettiva solo negli anni Settanta grazie all’intensa pressione dei movimenti femministi.
Dallo jus corrigendi la scrittrice passa per la storia di Franca Viola la prima donna italiana che rifiutò il matrimonio riparatore ed ebbe il coraggio di accusare pubblicamente il suo violentatore. Dal delitto d’onore, alla legge sul divorzio del 1970 fino al 1996, anno in cui lo stupro è diventato crimine contro la persona e non più solo offesa alla morale pubblica.
Ma si parla anche delle più recenti Risoluzioni del Parlamento europeo, dei Rapporti delle Nazioni Unite e dell’attuale Legge denominata Codice Rosso che ha introdotto e rafforzato l’utilizzo del braccialetto elettronico come strumento per garantire il rispetto del divieto di avvicinamento nei casi di violenza domestica e di genere e di atti persecutori come lo stalking.
Una proprietà da controllare e manipolare
Il quarto capitolo è incentrato sull’approfondimento del patriarcato e del maschilismo. Le norme sociali, i sistemi simbolici e le pratiche culturali legate al concetto di patriarcato perpetuano questa ingiustizia sociale. Secondo questa impostazione la sottomissione femminile sarebbe una condizione inevitabile di ordine naturale e il femminicidio si può interpretare come il culmine del dominio maschile, poiché dietro questi crimini si cela spesso l’idea perversa del possesso sulla donna. Il suo rifiuto di adattarsi a un ruolo predefinito può sembrare insostenibile per chi è abituato a considerarla come una proprietà da controllare e manipolare. Il passaggio dal patriarcato al maschilismo è solo un effetto. Si tratta di capire come superare entrambi.
Nel quinto la giornalista racconta la sua esperienza in Iran dove il femminicidio è di Stato. Presenta i testi sacri dell’Islam, la situazione odierna e le riforme. Ricorda le vicende più tristi come quella di Mahsa Amini, morta per il velo indossato male e di Romina Ashrafy, decapitata dal padre e riporta l’attuale movimento “Donna, Vita, Libertà”.

La violenza di genere si evidenzia anche nel linguaggio scelto dai media quando affrontano l’argomento: questi hanno un’influenza fondamentale nel modellare le percezioni sociali in materia. In questo sesto capitolo non poteva mancare la voce di Michela Murgia in “Stai zitta”.
In tal senso torna molto utile il glossario posto alla fine del testo di pronta consultazione per tutte quelle parole che hanno a che fare con la violenza di genere dal victim blame allo stalking, all’abuso psicologico.
Il settimo capitolo, L’altro lato del crimine, racconta quando sono le donne a uccidere. È un’analisi dei traumi di una violenza vissuta che sfocia a sua volta in crimini che commettono le donne per diventare protagoniste a loro volta di una storia di violenza o di inganno.
L’ultimo è una raccolta di storie vere di violenza e resilienza: sono le testimonianze reali raccontate con sensibilità e rispetto da chi quelle storie le ha vissute. Donne che hanno lottato e ricostruito le loro vite, alcune poi diventate leader di movimenti contro la violenza di genere.
Le appendici
Seguono poi quattro appendici, anch’esse molto interessanti. L’appendice A concerne i femminicidi irrisolti della cronaca italiana, in particolare, quello di Simonetta Cesaroni. La seconda parla dei figlicidi: atti in cui il genitore uccide il proprio figlio come vendetta nei confronti del partner. Sono crimini impulsivi e violenti in cui la vendetta personale può sfociare in una tragedia familiare. I figlicidi in genere non avvengono isolatamente ma sono accompagnati dall’omicidio della compagna.
L’appendice C è una lettera dell’autrice a tutte le donne in difficoltà, un’esortazione a rompere il silenzio e contiene una serie di consigli su cosa fare, a chi rivolgersi se si è in pericolo. La D invece è indirizzata agli uomini ed è un vademecum perché possano riconoscere e cambiare comportamenti tossici.
Il testo si conclude sottolineando come il patriarcato e la violenza di genere siano ancora un problema strutturale. Le donne che riescono a salvarsi e che denunciano sono portatrici di cambiamento. La giornalista esorta a spezzare la cultura del silenzio che avvolge questi crimini attraverso l’educazione, l’informazione e la sensibilizzazione. Ogni atto di consapevolezza, ogni legge che tutela e ogni uomo che disimpara la violenza è un passo verso una società nuova.
I diversi aspetti sotto cui viene affrontata la tematica della violenza di genere possono essere ulteriormente approfonditi a livello personale, consultando la corposa bibliografia offerta a conclusione del lavoro.
L’autrice
L’autrice de “Il crimine in rosa” è Tiziana Ciavardini, giornalista e antropologa culturale. Per anni si è dedicata allo studio delle religioni e ha insegnato presso il Dipartimento di antropologia nella Facoltà di Scienze Sociali dell’Università cinese di Hong Kong. Ha vissuto più di 24 anni in Medio Oriente, Estremo Oriente e Sud-est asiatico. Gli ultimi 12 li ha trascorsi nella Repubblica Islamica dell’Iran, Paese del quale ha denunciato spesso i gravi problemi. Molti dei suoi articoli sono stati tradotti e pubblicati sui maggiori quotidiani iraniani. Spesso l’Iran le concede la rara possibilità come giornalista straniera di scrivere per le sue testate appartenenti sia all’ala ultra conservatrice che a quella riformista.

Questo suo ultimo lavoro affronta le ombre ma evidenza nella resilienza la forza del cambiamento. Il libro non è solo una denuncia ma un invito all’evoluzione. Ogni femminicidio è una sconfitta per la società, mentre ogni atto di resistenza dà dignità e speranza alle donne. La violenza si insinua silenziosamente nella vita di tutti i giorni e l’unica chiave è la consapevolezza.
È un libro a cui le nuove generazioni possono avvicinarsi per approfondire il tema della violenza di genere e contribuire al cambiamento sociale. È un contributo prezioso per chi vuole comprendere e combattere la violenza di genere. Rappresenta un passo importante verso un cambiamento culturale, volto al rispetto e alla parità.
Veronica Tulli
Foto © Scripta Manent, Maryam Pezeshki Art Studio, Eco Internazionale












