I volti di Cristo: dall’arte antica alla fede contemporanea

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I volti di Cristo

Un viaggio nella storia dell’iconografia di Gesù, dalle prime raffigurazioni paleocristiane alle interpretazioni moderne di fede e bellezza

Siamo soliti immaginare Gesù di Nazareth, il personaggio della storia più dipinto, riprodotto anche dall’intelligenza artificiale con lunghi capelli chiari e barba corta. Tuttavia, i Vangeli sinottici di Luca, Matteo, Marco e Giovanni non forniscono alcuna descrizione del suo aspetto, e le prime raffigurazioni cristiane sono molto diverse tra loro.

La prima, presente nella catacomba di Domitilla a Roma, mostra un giovane con i capelli corti e sbarbato, somigliante a Davide, da cui deriva la sua stirpe. San Paolo, inoltre, condanna i capelli lunghi negli uomini come qualcosa di sconveniente: Paolo è figlio di due culture, quella ellenistica e quella giudaica, che ammette invece capelli lunghi e barba.

Il saggio di Michele Bocci

Nel bel saggio di Michele Bocci, professore ordinario di Storia dell’Arte medievale all’Università di Friburgo, “I volti di Cristo – Immagini della santità tra Oriente e Occidente” (ed. Carocci), si affronta questa problematica estetica e cristologica che interessa non solo gli studiosi dell’arte, ma anche teologi, ricercatori, filosofi come Massimo Cacciari e psicoanalisti come Massimo Recalcati, oltre a traduttori dell’Antico Testamento e conoscitori del Nuovo Testamento come Mauro Biglino.

Pur dando per scontata la storicità della figura di Cristo, essi pongono interrogativi sulla santità, e dunque rientrano nella ricerca della fede, che può essere dogmatica o aperta a diverse interpretazioni.

È sorprendente che, a partire dal IX secolo, l’iconografia del Cristo dai lunghi capelli sia diventata la più diffusa e autorevole. In realtà, il percorso estetico della raffigurazione di Cristo è molto più complesso: parte dalla tarda antichità e giunge fino alla fine del Medioevo, mettendo in relazione idee di bellezza, spiritualità e missione divina, analizzando testi e rappresentazioni che hanno alimentato la convinzione dell’esistenza di ritratti autentici del Salvatore.

La figura di Cristo nell’arte attraversa i secoli e i simboli: dalle immagini imberbi e apollinee dell’antichità alle figure barbute e canoniche di Bisanzio, fino alle rappresentazioni più umane e artisticamente libere del Rinascimento e delle epoche successive. Le raffigurazioni di Cristo si sono concentrate su eventi cruciali come la Natività, il Battesimo e la Passione, trasmettendo messaggi presenti anche nel cinema.

I due film più importanti

  • «Il Vangelo secondo Matteo» di Pier Paolo Pasolini, con una raffigurazione del Cristo ispirata alla pittura di El Greco, un Cristo rivoluzionario e popolare;

  • «Gesù di Nazareth» di Franco Zeffirelli, che si ispira invece alla pittura di Raffaello, dove l’iconografia è più tradizionale.

Altri esempi includono il Cristo di Martin Scorsese, che evidenzia la figura della Maddalena e l’aspetto affettivo di Gesù vicino agli ultimi.

La tela di Manoppello, che raffigura il volto di Gesù crocifisso vivo, raccolta da Veronica, si sovrappone al volto morto del Cristo della Sacra Sindone: insieme al ritratto di Oviedo, rappresentano la ritrattistica più importante del volto di Gesù in Occidente.

I volti di Cristo: simboli succedutisi nei secoli

L’immagine del volto di Gesù è uno degli acheropiti (immagini non fatte da mano umana) più venerati nella storia della cristianità, come la Sacra Sindone e il Velo di Santa Veronica.

Per la prima volta furono papa Leone XIII nel 1895 e papa Pio XII nel 1958 ad approvarli per la venerazione. Nella tradizione cattolica, il volto santo di Gesù è venerato negli atti di riparazione a lui rivolti.

Nella Chiesa cattolica esistono istituti consacrati a questo culto, come le Suore Benedettine Riparatrici del Santo Volto di Nostro Signore e le Suore del Santo Volto, congregazione di diritto pontificio devota a Gesù Sacerdote e Ostia di oblazione.

La Sacra Sindone

I Volti di CristoLa Sacra Sindone di Torino è la principale immagine acheropitica alla quale i fedeli sono devoti. Secondo la tradizione, in essa fu avvolto il corpo di Gesù dopo la crocifissione, mentre il Velo di Veronica, che avrebbe asciugato il suo volto durante la Via del Calvario, esprime la Passione di Cristo. Anche se la Sindone fu oggetto di ostensioni fin dal XVI secolo, l’immagine in essa contenuta non è visibile chiaramente a occhio nudo: l’identificazione del volto avvenne solo con la nascita della fotografia.

La prima fotografia della Sindone fu sviluppata dall’italiano Secondo Pia nel 1898 tramite la camera oscura. Prima di allora, il Velo di Santa Veronica era la principale reliquia oggetto di devozione nell’Occidente cristiano.

La bolla di indizione del Giubileo dell’anno 2000

Con questa importante bolla si fa riferimento alla Lettera di Paolo agli Efesini e alla centralità dell’Incarnazione. Le prime immagini di Cristo, secondo lo studioso A. Grabar, furono assimilate dai primi cristiani all’iconografia pagana del loro tempo:

  • il filosofo divenne Cristo,

  • l’apostolo o il profeta,

  • le scene di apoteosi si trasformarono in rappresentazioni dell’Ascensione,

  • dall’iconografia pastorale nacque la figura del Buon Pastore.

Inizialmente i cristiani rifiutarono le immagini perché associate al culto imperiale, ma successivamente adottarono simboli pagani attribuendo loro significati più profondi, riflessi dell’insegnamento della fede.

La rappresentazione del Buon Pastore si trova nelle catacombe di San Callisto, nella cripta di Lucina. Prendendo spunto dal dio Ermes, simbolo dell’Humanitas, i primi cristiani trassero da un elemento della filosofia morale pagana l’immagine di Cristo salvatore dell’anima, con riferimento ai testi dell’Antico Testamento.

Di epoca ambrosiana è invece il Cristo docente del sarcofago tardoantico di Stilicone (fine IV secolo), nella chiesa di Sant’Ambrogio a Milano. Accanto al Buon Pastore, Cristo è rappresentato come filosofo, secondo l’iconografia classica: è colui che detiene la vera filosofia, e il defunto si inchina davanti a chi gli ha insegnato la dottrina della verità, la Buona Novella. Nell’arte paleocristiana Cristo è spesso giovane, simbolo di eternità.

Il Mandylion di Edessa

Dal VI secolo in poi si afferma una nuova tipologia del volto di Cristo, che giunge quasi intatta fino a noi. Questa fisionomia deriva dal Mandylion di Edessa, un telo doppio piegato quattro volte su cui era visibile l’immagine del Cristo, che alcuni studiosi identificano con la Sindone.

Nel 787 d.C., il Concilio di Nicea ne legittima la venerazione. Dopo la sudditanza all’iconografia pagana, nell’arte cristiana si afferma un modello tipico del volto di Gesù, come nell’antica icona del Cristo Pantocratore (prima metà del VI secolo): volto ovale, barba e lunghi capelli.

È singolare il rapporto tra queste immagini e l’uomo della Sindone. Nell’arte delle icone orientali, il volto di Cristo è sempre connesso al Mandylion, come nell’icona Acheiropoietos del XII secolo, proveniente da Novgorod: il volto del Signore, assorto e severo ma misericordioso, è il centro della composizione.

Il più noto iconografo russo, Andrej Rubliov (1360–1430), seguendo il modello canonico, dipinge l’icona del Pantocratore: un volto teso e pacato che incarna l’immagine del Cristo secondo la sensibilità russa.

L’arte medievale occidentale

In Occidente, l’arte percorre vie più libere. L’arte romanica, nella sua sinteticità e ieraticità, propone nell’affresco catalano di San Climent a Taüll la visione del Pantocratore: un grandioso dipinto che occupa l’intero emisfero dell’abside.

La monumentale figura si staglia su fondo blu, tra l’alfa e l’omega; la mano destra benedicente esce dalla cornice, mentre la sinistra regge il libro della vita. L’insieme suggerisce la maestà e la potenza di Cristo glorificato, sottolineando la terribilità della natura divina. Fin dalle origini della Chiesa e ancora in epoca medievale, non esistono rappresentazioni del Padre solo.

Sulla scia di una sempre maggiore umanizzazione della figura di Cristo si colloca il celebre Crocifisso di San Damiano (XIII secolo), venerato ad Assisi, quello che secondo la tradizione disse a Francesco: «Va’ e ripara la mia casa».

Nel contesto culturale e religioso che ispirerà San Francesco, con gli esempi di Cimabue e Giotto, si diffonde questa particolare iconografia: il Cristo crocifisso diviene emblema della gloria attraverso la sofferenza. Il volto del Redentore, con i suoi capelli, la barba e lo sguardo naturale, regna dalla croce e si propone all’uomo come colui che ha condiviso ogni sua condizione, fino alla morte.

 

Paolo Montanari

Foto © Cultura Bologna, La Bottega di Nazareth, Guida Torino, Wikipedia

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