L’oro della Banca d’Italia: la storia segreta del tesoro italiano

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La vera storia dell’oro italiano tra nazisti, guerra, misteri e caveau segreti. Un patrimonio che appartiene al popolo tricolore

La polemica sulle riserve auree del Belpaese è tornata di attualità dopo la proposta alla legge di Bilancio, che ribadisce che l’oro della Banca d’Italia è di proprietà pubblica. Finalmente, venerdì 19 dicembre, la Camera ha approvato nella manovra di Bilancio l’emendamento proposto dall’on. Lucio Malan di Fratelli d’Italia, che riafferma il principio che: “la riserva aurea della Banca d’Italia appartiene al popolo italiano”.

Una enunciazione che in apparenza sembra neutrale, ma è sufficiente ad attizzare discussioni mai sopite, se cioè lo Stato può utilizzare il proprio oro per venderlo in caso di necessità. Il forte aumento dell’oro — siamo arrivati a oltre 3.800 euro l’oncia (28,35 gr) — ha determinato in questi ultimi tempi la rivalutazione delle riserve contenute nelle “sacrestie” delle Banche centrali. In una recente intervista televisiva un commerciante di oro di Milano ha dichiarato di aver venduto, quel giorno, un piccolo lingotto d’oro del peso di un kg a 135.000 euro.

L’Italia è il terzo detentore mondiale di oro, con 2.451 tonnellate. Al secondo posto la Germania, con 3.351 tonnellate e, al primo posto, gli Usa, con 8.133 tonnellate.

L’assicurazione dell’oro

Le riserve ufficiali rappresentano un presidio contro le crisi valutarie, tutelano la credibilità della moneta circolante; insomma, sono da considerare come una sorta di polizza assicurativa.

L’Italia, negli ultimi dieci anni – dicono gli economisti – ha adottato una gestione prudente nei flussi finanziari, che ha sì rafforzato la posizione verso l’estero, ma ha anche compresso la crescita interna. L’accumulo di riserve racconta un Paese che esporta risparmio invece di impiegarlo nel proprio sistema produttivo. Una prudenza che ha garantito stabilità, ma ha anche coinciso con bassi tassi di crescita nell’Eurozona.

Nel passato ci sono stati Paesi come Svizzera, Francia e Spagna che hanno ridotto in maniera significativa le loro riserve auree, in un contesto in cui il mercato riteneva l’oro un asset poco redditizio. I rialzi del decennio successivo dimostrano che quelle cessioni si fecero in un momento sbagliato.

Secondo stime di analisti, tra il 2000 e il 2009 le Banche centrali europee hanno perduto oltre 40 miliardi di mancata rivalutazione. L’Italia invece è rimasta ferma: non ha mai versato un grammo d’oro e ora il nostro patrimonio aureo è il terzo al Mondo.

Nel 1997, con il primo Governo Prodi, vi fu un tentativo politico di venderlo, e anche nel 2007, ma norme europee e resistenze istituzionali hanno impedito — fortunatamente — l’operazione. Non è possibile vendere oro per finanziare la spesa pubblica né per ridurre il debito: i Trattati lo impediscono. Ora, ad esempio, la Germania ha destinato proventi rivolti però ad investimenti strategici.

Dove si trova l’oro italiano

Il 45 per cento si trova nei caveau della Banca d’Italia a Roma. Non si tratta del tesoro del Regno delle Due Sicilie sottratto durante l’unificazione del 1861, perché gli archivi della Banca d’Italia ci svelano che il Regno delle Due Sicilie possedeva quasi solo argento.

Le prime riserve auree italiane nascono nel 1893, e il contributo meridionale, alquanto modesto, giunge solo nel 1926, con il trasferimento delle riserve metalliche del Banco di Sicilia e del Banco di Napoli.

Ora una parte delle nostre riserve si trova anche in un caveau di Manhattan, per ragioni di mercato, per formalizzare con rapidità eventuali operazioni finanziarie.

L’acquisto dell’oro da parte italiana

A partire dal secondo dopoguerra, con gli Alleati vincenti, il Belpaese ha accumulato grandi quantità di dollari, convertendoli poi in oro. Negli anni Cinquanta e Sessanta la Banca d’Italia, dell’oro acquistato, una parte lo conferì nei caveau della Federal Reserve di New York e una parte a Londra.

Allora gli Usa erano la potenza egemone e il dollaro era convertibile in oro, garantendo sicurezza e una politica stabile.

Le vicende dell’oro italiano

La storia nasce nel 1893, quando, con la fusione della Banca Nazionale del Regno d’Italia, della Banca Nazionale Toscana e della Banca Toscana di Credito, si creò la Banca d’Italia, con una sua dotazione d’oro.

Negli anni Venti e Trenta le riserve crescono con l’industrializzazione e il commercio estero, Oro banca d'Italia storiafino all’inizio della Seconda guerra mondiale. Già all’inizio del conflitto Mussolini comprese che Roma era troppo esposta e balenò l’idea di trasferire il grosso dell’oro in un luogo più sicuro, lontano dai bombardamenti. La scelta cadde su L’Aquila, in un complesso industriale in cemento armato, ex conceria militare, poi passata alla Snia Viscosa, più tardi divenuta Officina Carte e Valori dell’Aquila.

L’8 settembre 1943: l’oro trafugato

L’armistizio dell’8 settembre, con la fuga del re e del Governo Badoglio a Brindisi, dove erano arrivati gli Alleati, segna il passaggio di Roma sotto il controllo nazista, diventando Roma Città Aperta. Dal Nord affluiscono dieci divisioni tedesche e appropriarsi dell’oro della Banca d’Italia diventa una priorità.

A Berlino si muovono i potenti del Reich: Herbert Kappler, ufficiale delle SS; Hermann Göring, capo della Luftwaffe; Walter Funk, ministro dell’Economia e presidente della banca tedesca; e Rudolf Rahn, ambasciatore del Reich presso la Repubblica sociale italiana e abile diplomatico. Anche il ministro degli Esteri Joachim von Ribbentrop cercherà di ritagliarsi una fetta del “bottino”.

A difendere il caveau ci sono il governatore Vincenzo Azzolini, il direttore generale Niccolò Introna e il cassiere Fabio Urbini. È proprio quest’ultimo che propone un’idea geniale: nascondere parte dell’oro in una parete poco visibile del caveau stesso.

Le vicende storiche da conoscere

Occorre però scrivere di ciò che avvenne in quei drammatici mesi. A L’Aquila si trasferì una modesta quantità di carte valori, e così si fece in altre filiali della Banca d’Italia. L’oro rimase nei caveau di via Nazionale a Roma.

Nella primavera del 1943, con l’andamento sfavorevole della guerra e la possibilità che l’oro potesse finire in mano alleata, si decise di trasferirlo in Alto Adige. Il 9 luglio 1943 gli Alleati sbarcano in Sicilia e il 25 luglio il Governo Mussolini cade.

Nel frattempo il Poligrafico dello Stato predispone barili metallici indispensabili per il trasporto dei lingotti. Azzolini prepara un piano per il trasferimento al Nord e ne parla il 19 agosto 1943 con Badoglio, ma la questione rimane irrisolta.

Si giunge quindi all’8 settembre, l’armistizio, e due giorni dopo, il 10 settembre, i tedeschi assumono il controllo dell’Italia centro-settentrionale. L’ambasciatore tedesco Rahn, a metà settembre, torna a Roma e diventa la massima autorità del Reich su mandato di Hitler. Nel frattempo, in Alta Italia entra in funzione la Repubblica sociale italiana.

L’oro nell’intercapedine

A metà settembre i tedeschi avvertono i dirigenti della Banca d’Italia che verranno a prelevare l’oro per “salvarlo dagli Alleati e portarlo al Nord”. Nella notte tra il 19 e il 20 settembre 1943, una parte delle riserve – 52 tonnellate – è stipata in un’intercapedine in via Nazionale. Si lavora di notte con operai fidati e si mura la porta d’accesso. Sono alterati i registri, facendo credere che una parte dell’oro sia trasferita nella filiale della Banca d’Italia di Potenza mesi prima, mentre ora la città è occupata dagli Alleati che stanno risalendo verso Roma.

Il 22 settembre 1943 l’oro rimasto è caricato dai tedeschi su due convogli ferroviari: 119 tonnellate giungono prima a Milano, poi sono stipate a Fortezza, in Alto Adige, in un forte. Qui la porta verrà sigillata e l’oro sarà ritrovato dagli americani a fine guerra, che lo restituiranno a Roma.

50 tonnellate di oro italiano sono invece portate in Germania, nelle mani del Reich, alle quali se ne aggiungeranno poi altre 20 tonnellate provenienti da Fortezza. Nel febbraio 1945, con la Germania sull’orlo della disfatta, la Reichsbank decide di spostare il nostro tesoro in un luogo difficile da raggiungere: la miniera di potassio di MerkersRuhm, in Turingia, insieme ad altre opere d’arte — statue e dipinti — razziate ai Paesi conquistati dai nazisti (vedasi il film Monuments Men).

L’oro ritrovato in miniera

Nell’aprile del 1945 le truppe americane scoprono il deposito in Turingia, fanno saltare la porta blindata della galleria e si trovano davanti opere d’arte di immenso valore ma anche, più in profondità, barili colmi di lingotti d’oro, oltre 200 tonnellate provenienti da mezza Europa. Il tutto finisce in un unico calderone, il Gold Point, che sarà gestito da una commissione tripartita, Usa, Regno Unito e Francia, con l’obiettivo di restituirlo ai Paesi depredati. Tra il 1947 ed il 1998 l’Italia riceverà dal Gold Point 47 tonnellate d’oro; il resto si perde nelle fitte nebbie degli enti o Ministeri con i quali l’oro è venuto a contatto.

“Il tesoro di Salisburgo” e “l’uomo che sapeva tutto”

Nel 1950 si presenta presso la legazione italiana a Berna un certo Herbert Herzog, viennese classe 1922, il quale propone, dietro compenso, di svelare dove fosse finito l’oro di Roma. Il compenso pattuito sarebbe stato il 10% della somma recuperata.

Nato a Vienna nel maggio del 1922. I genitori erano entrambi commercianti, aveva frequentato il liceo e, dopo la promulgazione delle leggi razziali, lo classificarono disangue misto di primo grado”. Costretto al lavoro forzato in una fabbrica nel 1943, a metà dell’anno dopo internato a Buchenwald fino al 1945, quando lo liberarono gli americani. Herzog è morto nel 1977 lasciando 22 bobine di microfilm che riproducono documenti e registri relativi all’oro dei nazisti. Non è chiaro dove Herzog abbia reperito tale mole di documentazione.

Herzog, nel suo memoriale, descrisse i vari movimenti dell’oro italiano spedito da Roma al Nord. Da Fortezza un primo invio si ebbe il 3 marzo 1944, quando giunse a Berlino dopo un viaggio avventuroso durato tre giorni. Consisteva in 135 bisacce di monete pari a kg 8.066, trasportato al Ministero degli Esteri su ordine di alta personalità del Reich. Si fa il nome di Ribbentrop, che sperava di cambiarlo in Svizzera dietro corresponsione di franchi svizzeri, da scambiare in seguito con qualsiasi valuta. Si ha poi notizia che il 28 novembre 1944 lo stesso Ministero consegnò alla Banca centrale tedesca 15 bisacce che contenevano 5 tonnellate di metallo prezioso, che non furono però sottoposte a controllo. Secondo Herzog una parte delle bisacce, contenente monete, furono utilizzate dal Ministero degli Esteri tedesco per il mantenimento delle rappresentanze diplomatiche durante il periodo della Repubblica sociale italiana.

Altre rivelazioni di Herzog

Raccontò anche che una partita di due tonnellate d’oro fu trasferita nel Nord della Germania, a Plun, affidata alla moglie di un diplomatico tedesco, il ministro Mai. Costei lo fece porre in tre casse sotterrate in due terreni. Disseppellite dopo l’arrivo degli alleati in zona e consegnate agli americani.

Sempre secondo Herzog, nella miniera di potassio sarebbero stati trovati kg 212.250 di oro, dei quali 60.937 erano identificabili come metallo di provenienza italiana. Si ha notizia che, all’inizio del 1945, 82 bisacce d’oro della Banca d’Italia furono trasportate nel Castello di Fuschl, vicino Salisburgo. Un’altra bisaccia, contenente metallo prezioso, che si era rotta nel trasporto da Berlino in Austria, venne nascosta in uno scantinato di Badgastein, sempre nel salisburghese. Nonostante l’evidenza che le bisacce, con i loro sigilli, provenivano dalla Banca d’Italia, la partita d’oro nel febbraio del 1947 fu consegnata alla Banca centrale austriaca con la motivazione che quell’oro non aveva mai lasciato il territorio austriaco, neppure durante l’occupazione tedesca.

Si deve ricordare ai lettori che anche successivamente gli americani non hanno mai fornito l’elenco preciso di quanto oro fu rinvenuto nella miniera di MerkersRohn.

Il tesoro che si trova attualmente nei sotterranei della Banca d’Italia conduce una vita discreta e silenziosa, tra inventari meticolosi, verifiche incrociate e ispezioni che scorrono con la regolarità delle stagioni. È un patrimonio che non può essere visto ma solo custodito e, pur nel ventre profondo del caveau, compie il suo mestiere più antico: offrire un punto fermo in un Mondo che cambia convulsamente, ricordando a tutti noi che la stabilità, sia economica che istituzionale, è fatta soprattutto di ciò che non fa rumore.

 

Giancarlo Cocco

Foto © IA, ANPI, UILPA, Wikipedia

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