L’attualità della rivoluzione di Gobetti a cento anni dalla morte

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Piero Gobetti

In una realtà politica dove spesso si dimenticano i valori politici costituenti la democrazia, la figura di Gobetti diventi una icona pop per i giovani

PCon le celebrazioni torinesi di un giovane antifascista, intransigente, Piero Gobetti a cento anni dalla morte, e che ha visto la presenza del Capo dello Stato Sergio Mattarella, il nostro Paese diviso e forse volutamente confuso da odi partitici, che spesso erodono il tessuto democratico e soprattutto minano la Costituzione italiana, ha evidenziato come personaggi come Piero Gobetti, Antonio Gramsci, Calamandrei, Nenni, Aldo Moro, sono il baluardo di un tessuto democratico incrollabile.

Piero Gobetti una icona pop per le nuove generazioni

Piero Gobetti morì a Parigi il 16 febbraio 1926, a soli 24 anni, dopo un pestaggio fascista. Intellettuale torinese, fondò riviste come Energie nuove e La rivoluzione liberale, oltre a case editrici, sfidando Mussolini che ne ordinò la rovina. Il periodo fascista ha visto personaggi attuali soprattutto per le nuove generazioni, che non hanno vissuto il dramma della dittatura. Pensiamo ai fratelli Rosselli, Sandro Pertini, Saragat, che scelsero l’esilio pur di non sottomettersi al fascismo. Nella lectio magistralis del costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, all’inaugurazione delle celebrazioni gobettiane, si è affermato che “invece che liberale, la sua rivoluzione dovrebbe dirsi liberatrice: liberatrice di forze storiche latenti, che attendevano energie intellettuali capaci di renderle consapevoli del compito storico al quale avrebbero dovuto e potuto accingersi”. Una eredità, un patrimonio culturale che non deve essere disperso.

“Era un giovane alto e sottile, disdegnava l’eleganza della persona, portava occhiali a stanghetta, da modesto studioso: i lunghi capelli arruffati dai riflessi rossi gli ombreggiavano la fronte”
(Carlo Levi in Introduzione agli scritti politici di Piero Gobetti)

La vita

Pietro, il suo nome anagrafico, nacque a Torino il 19 giugno 1901, figlio unico di una seria famiglia di commercianti della provincia di Torino. Trasferitosi con la sua famiglia nel capoluogo piemontese, Piero, dopo gli studi elementari presso la scuola Pacchiotti, si iscrisse al ginnasio Cesare Balbo e scriveva di sé in terza persona che “gli pesava un’amarezza, uno sconforto, che nei ragazzi di dodici anni segnano inquietudini fruttuose. Si vedeva poco stimato, troppo solo, troppo malsicuro del domani. Aveva dei dubbi strani sulle sue stesse attitudini (…..)”. Trasferitosi poi nel 1916 presso il liceo classico Vincenzo Gioberti, dove conosce Ada Prospero, sua futura moglie, ha come insegnanti Umberto Cosmo di italiano e Balbino Giuliano di filosofia, che risentì dell’influenza gentiliana e che collaborò alla rivista L’Unità di Gaetano Salvemini.

E proprio i contatti con quest’ultimo ispirano in Gobetti i sentimenti di patriottismo e di interventismo democratico. Nel 1918, Gobetti fresco della maturità, è volontario nella prima guerra mondiale. Al termine della grande guerra, Piero Gobetti si iscrive presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università di Torino. Tra i suoi insegnanti vi è Luigi Einaudi, che gli inculca i principi dell’antistatalismo e in cui si incontrano liberalismo e liberismo e quel libertarismo che gli è congeniale. Il 1 novembre 1918 esce il suo periodico studentesco dal titolo Energie nove, che potrebbe essere di estrema attualità anche per i giovani di oggi vittime dei social. Gobetti scrive di voler “portare una fresca onda di spiritualità nella gretta cultura di oggi (…)”.

Sempre più ispirato dalle idee di Einaudi e di Salvemini, Gobetti critica la classe dirigente italiana: “L’Italia ha vinto. Ma se avesse avuto una classe dirigente meno incolta, più consapevole delle sue tradizioni e dei suoi doveri, meno avida moralmente, l’Italia avrebbe vinto assai prima e assai meglio (…)”. Una guerra era finita ma ne stava iniziando un’altra per Gobetti, quella della riforma del Paese. iù aspra e spietata. Una riforma che per Gobetti doveva essere culturale e morale, e per la quale occorre “serietà e intensità di lavoro”, secondo l’insegnamento di Giuseppe Prezzolini e la sua rivista La voce.

La lega democratica

“Per Piero era doveroso partecipare in prima persona al dibattito politico e intellettuale contemporaneo”
(Carlo Levi in Introduzione agli scritti politici di Piero Gobetti)

Nel 1919, Gobetti conosce di persona Salvemini, e ne diventa un sostenitore nel primo congresso degli Unitari a Firenze. Scrive Gobetti: “Salvemini è un genio. Me lo immaginavo proprio così. L’uomo che sviscera le questioni, che la fa smettere agli importuni e ti presenta tutte le soluzioni in due minuti, definitive”. A seguito del congresso degli Unitari Salvemini e il suo movimento fondano la lega democratica per il rinnovamento della politica nazionale, che però avrà vita breve. Salvemini è molto orgoglioso del giovane Gobetti e gli chiede di dirigere la rivista L’Unità.

Ma Piero rifiuta l’incarico e la risposta la scrive nel suo diario il 23 agosto: “Come è vasta la cultura che devo conquistare! E non basta conquistare il vecchio. Sono giovane e devo anche produrre, creare quel po’ che si può creare .(……).” Gobetti si impone un piano di studi, oggi si direbbe un planning, prima studiare la filosofia di Giovanni Gentile e rileggere le opere di Benedetto Croce. Poi avvierà gli studi sul marxismo e dunque sugli aspetti economici. Un giovane intellettuale all the round, diremmo oggi. Non solo dunque Sorel e Labriola, ma anche il bolscevismo, e il concetto di rivoluzione moderna. Ma il suo grande ispiratore fu certamente il politico socialista francese Jean Jaurès.

Gobetti e Gramsci

Il rapporto fra Gobetti e Gramsci poi Togliatti non fu dei più idilliaci. Fra la rivista del primo Energie nuove e L’Ordine nuovo, infatti non scorse del buon sangue. Gobetti definì quest’ultimo: “un giornaletto torinese di propaganda” e di Togliatti, che aveva accusato Gobetti di idealismo astratto, e di Gramsci, che aveva definito “velleitaria la lega democratica”, un “ricettario per cucinare la lepre alla cacciatora senza la lepre”. Un riferimento gastronomico sprezzante che fa venir in mente la polemica, anche lì fra due mondi musicali, fra Rossini e Wagner. Gobetti inquieto e solitario fin dall’adolescenza, risente molto dell’esperienza provocatagli dalla rivoluzione russa e dallo sviluppo del movimento operaio, che nella capitale sabauda era molto attivo. In questo periodo vi è un avvicinamento a Gramsci e una simpatia per Lenin che è riuscito a sviluppare il valore educativo nel movimento operaio.

Gobetti critica invece la politica sviluppata da D’Annunzio in forma di retorica. Un allontanamento che fa prefigurare la successiva critica al fascismo. Il 12 febbraio 1920, la rivista Energie nuove cessa le pubblicazioni. Scrive Gobetti: “Sentivo bisogno di maggior raccoglimento e pensavo a una rielaborazione politica nuova, le cui linee apparvero con l’occupazione delle fabbriche. Devo la mia rinnovazione dell’esperienza salveminiana al movimento dei comunisti torinesi da una parte e degli studi sul Risorgimento e sulla rivoluzione russa dall’altra”. Dopo Energie nuove, si esaurisce anche l’esperienza con la lega democratica degli amici di Salvemini. Approfondisce le traduzioni delle opere russe e francesi, in particolare degli autori modernisti cattolici come Blondel e cerca le radici del Risorgimento italiano studiando la cultura piemontese del Sette-Ottocento.

Il movimento operaio

“Io seguo con simpatia gli sforzi degli operai che realmente costituiscono un mondo nuovo. (…) Mi par di vedere che a poco a poco si chiarisca e si imposti la più grande battaglia del secolo. Allora il mio posto sarebbe dalla parte che ha più religiosità e spirito di sacrificio”
(Piero Gobetti, lettera a Ada Prospero 1920).

Con le prime occupazioni degli operai della Fiat nelle maggiori fabbriche torinesi Gobetti scrive: “Qui siamo in piena rivoluzione. Io seguo con simpatia lo sforzo degli operai e la rivoluzione si pone oggi in tutto il suo carattere religioso (…).” Gobetti anticipa con la sua visione industriale il processo di sviluppo dei migliori che poi potranno diventare i colletti bianchi e i primi industriali. Scrive Gobetti: “Si può rinnovare lo Stato solo se la nazione ha in sé certe energie”. Ma Gobetti prosegue anche i suoi studi sul Risorgimento e la Russia dei soviet e comprende i pregi e i limiti delle due esperienze rivoluzionarie, che pongono al centro la formazione della dirigenza politica.

Si avvicina ancor di più a Gramsci che nei Quaderni del carcere scrive di stimarlo e apprezzarlo. Nel febbraio del 1922 esce il manifesto de La rivoluzione liberale, il movimento di Gobetti a cui collaboreranno cattolici come don Sturzo e marxisti come Gramsci. Questi pensatori comprendono l’intento morale del nuovo giornale di Gobetti.

L’avvento del fascismo

Favorito dall’inerzia dei Savoia e dalla complicità dei dirigenti liberali, che tradirono i principi di Gobetti, il fascismo procede alla conquista del potere e Gobetti comprende che con il movimento guidato da Mussolini non si può scendere a compromessi. In questi anni Gobetti diventa editore e in due anni pubblicherà cento titoli. Fa conoscere in Italia il pensiero liberale classico di John Stuart Mill. Ed è tra i primi a pubblicare le opere di Luigi Einaudi, ed è il primo editore nel 1925 della raccolta Ossi di seppia di Eugenio Montale. Molti libri editi da Gobetti furono incendiati durante il fascismo. Ma sono gli anni in cui Gobetti assiste alla nascita di partiti di massa come il Partito popolare e il Partito comunista. Gobetti fa una rielaborazione del suo pensiero nell’opera del 1924 L’eredità del Risorgimento. La lotta politica in Italia. La critica liberale. Il fascismo.

Cerca di rispondere ai quesiti economici, sociali del suo tempo e vede nell’avvento di Benito Mussolini “l’eroe rappresentativo di questa stanchezza che si stava sviluppando nella società”. Nella nota finale del suo saggio, vede la rivoluzione liberale come nuovo liberalismo che si contrappone al fascismo. Ancora degli impegni nel 1924 per Gobetti che fonda la nuova rivista Il Baretti, alla quale collaborano Augusto Monti, Natalino Sapegno, Benedetto Croce e Eugenio Montale. Il tema dell’esilio ripreso dalle vicende politiche del Baretti, la morte di Matteotti, sono i preludi di una campagna censoria nei confronti delle opere di Gobetti. Sono anni sereni con la moglie a Parigi, che si alternano a dei ritorni a Torino. Ma sono anni anche difficili legati alle persecuzioni fasciste e al suo stato di salute molto fragile. Di ritorno a Parigi, Piero Gobetti, a soli 24 anni, muore nella clinica francese il 15 febbraio 1926.

 

Paolo Montanari

Foto © Otto discorsi diretti UniTo, Einaudi Blog,

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