Perchè difendere l’informazione libera significa proteggere la democrazia
Come amava ricordare il giornalista e saggista italiano Enzo Biagi, «La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare». La libertà di stampa non è un privilegio concesso ai giornalisti, ma il termometro della salute di una democrazia. Quando la stampa è libera, i cittadini possono informarsi, giudicare l’operato di chi governa e formarsi un’opinione indipendente. Quando viene imbavagliata, la democrazia si spegne, lasciando spazio all’arbitrio e alla propaganda.
Scrivere di libertà di stampa oggi significa fare i conti con una realtà a due velocità: da un lato ci sono i Paesi in cui il diritto di cronaca è tutelato e protetto dalle leggi fondamentali dello Stato; dall’altro, zone d’ombra sempre più vaste dove informare significa rischiare la vita o la prigione. Ma che cos’è, nel profondo, questa libertà che diamo troppo spesso per scontata?
Il pilastro della democrazia: l’Articolo 21
Per capire il valore della libera espressione, dobbiamo guardare alle fondamenta della nostra Repubblica. I padri costituenti, usciti dal ventennio della dittatura fascista – durante il quale la stampa era rigidamente controllata dal Ministero della Cultura Popolare sapevano benissimo che senza un’informazione libera non ci sarebbe mai stata una vera democrazia. Per questo motivo hanno scritto l’Articolo 21 della Costituzione italiana, il cui primo comma recita parole limpide e potenti: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».
L’articolo prosegue stabilendo un principio cardine: «La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure». Significa che lo Stato non può controllare preventivamente ciò che un giornale decide di pubblicare, né può bloccarne l’uscita solo perché il contenuto è scomodo per chi si trova al potere. Il sequestro di una pubblicazione è previsto solo in casi eccezionali, regolati dalla legge e sempre sotto il controllo dell’autorità giudiziaria.
A livello internazionale, questo concetto trova una sponda fondamentale nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948. L’Articolo 19 della Dichiarazione allarga ulteriormente il campo, ricordando che il diritto alla libertà di opinione ed espressione include anche quello di «cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere».
Le parole che hanno fatto la storia
Nel corso dei secoli, filosofi, scrittori e attivisti hanno difeso questo diritto a costo della propria libertà personale. Tra le riflessioni più celebri e citate c’è quella attribuita al filosofo illuminista francese Voltaire, che riassume perfettamente il rispetto per le opinioni altrui, anche quelle più distanti dalle nostre: «Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo».
Anche se la paternità esatta della frase è storicamente dibattuta (è stata popolarizzata dalla scrittrice Evelyn Beatrice Hall per riassumere il pensiero del filosofo), il suo valore resta universale. La libertà di parola non serve a proteggere le opinioni condivise da tutti, ma serve proprio a tutelare le voci fuori dal coro, quelle che criticano, che mettono in dubbio le verità ufficiali e che disturbano il potere.
Un’altra frase fondamentale appartiene a George Orwell, l’autore di 1984, che del controllo dell’informazione e della manipolazione della verità aveva fatto il centro della sua opera letteraria. Orwell scrisse: «Se la libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuole sentire».
Il vero giornalismo si muove esattamente su questo crinale: non è un servizio di pubbliche relazioni, non deve compiacere il lettore o l’inserzionista pubblicitario, e tanto meno l’esponente politico di turno. Il suo compito è svelare ciò che si vorrebbe tenere nascosto.
Il mondo al microscopio
Nonostante queste dichiarazioni di principio, la mappa globale della libertà di stampa fotografa una situazione allarmante. Secondo il rapporto annuale di Reporters Sans Frontières (Reporter Senza Frontiere), l’organizzazione internazionale che monitora lo stato del giornalismo nel Mondo, più della metà della popolazione mondiale vive in Paesi in cui la libertà di parola è severamente limitata o del tutto assente. Ci sono Nazioni in cui i media indipendenti non esistono o sono stati costretti a chiudere, e dove i giornalisti locali rischiano anni di carcere per aver semplicemente descritto la realtà.
Dove informare è un reato
La Corea del Nord rimane uno dei buchi neri dell’informazione mondiale. Lo Stato controlla capillarmente ogni mezzo di comunicazione, radio, televisione e la rete internet interna. L’accesso a fonti d’informazione esterne è considerato un crimine ed è punito con pene severissime, che possono arrivare ai lavori forzati o alla morte.
Anche in Russia negli ultimi anni abbiamo assistito a una stretta senza precedenti sulla libertà di parola. Con l’introduzione di leggi contro le cosiddette fake news riguardanti le forze armate, l’utilizzo stesso della parola “guerra” per descrivere il conflitto in Ucraina è diventato sanzionabile con condanne fino a 15 anni di reclusione. La quasi totalità delle testate indipendenti è stata costretta a chiudere o a trasferirsi all’estero.
Ci sono poi altri due contesti l’Iran e la Cina che rappresentano due realtà in cui la censura digitale e il controllo dei social media hanno raggiunto livelli tecnologici altissimi. A Pechino, il cosiddetto “Great Firewall” scherma la rete internet globale, bloccando l’accesso ai principali siti d’informazione internazionali e monitorando i messaggi dei cittadini per intercettare parole d’ordine ritenute sovversive dal Governo.
In questi contesti, la mancanza di libertà di stampa si traduce immediatamente nella perdita di altre libertà. Senza giornalisti liberi di indagare, la corruzione dilaga, gli abusi di potere rimangono impuniti e i cittadini perdono ogni strumento per difendersi.
Il dovere di una stampa responsabile
La libertà di pensiero, porta con sé una responsabilità enorme. Un giornalismo libero deve essere anche un giornalismo accurato, verificato e onesto. Nell’era dei social media e della diffusione virale delle notizie, il pericolo maggiore per la libertà di stampa non arriva solo dalla censura dei Governi, ma anche dal rumore di fondo delle notizie false e dalla polarizzazione del dibattito pubblico.
Il giornalista ha il dovere di cercare la verità e di rispettarla, distinguendo i fatti dalle opinioni. Quando l’informazione diventa manipolazione o insulto, perde la sua funzione sociale e smette di essere quel pilastro democratico protetto dall’Articolo 21. Difendere la libertà di stampa non è un compito che riguarda solo chi scrive sui giornali o lavora in televisione. Riguarda ognuno di noi, come lettori e come cittadini. Scegliere di informarsi attraverso fonti attendibili, supportare il giornalismo di inchiesta e non cedere alla tentazione della semplificazione è il modo migliore per tenere viva la democrazia.
Ludovico Bruna
Foto © AI













