Linea rossa superata. Genova, il G8 vent’anni dopo

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Un altro mondo è ancora possibile

G8: lesson learned? Finché si supera di pochi millimetri la linea rossa di demarcazione tra bene e male, giusto e sbagliato, opportuno o inopportuno, si resta di fatto nell’area grigia che afferisce ancora alla sfera della normalità. Quando invece si passa la linea rossa tra democrazia e dittatura, tutto è in gioco. Un gioco pericoloso.

Confine

Esplorare il confine, andare a vedere cosa c’é dietro un divieto, fa parte della crescita individuale di cui la perlustrazione è una parte. Chi non varca mai i confini imposti, infatti, rischia talvolta – prima o poi accade – di assumere comportamenti del tutto inadeguati. Che non rispettano i diritti della persona, che sono non commisurati all’offesa né ai rapporti di forza, alle circostanze, o che violano la legge.

Cambiando il soggetto di una affermazione della mente creativa Hiroshi Fujiwara, potremmo dire che non la moda, ma la professione «è uno strumento: rappresenta la personalità, i sentimenti, lo stile, la visione e l’assetto mentale di ognuno».

E se questo non vale per ciascuno, ma sono/siamo in molti a non fare del tutto o non esattamente il mestiere che vorremmo, vale per taluni. Tra i lavoratori, chi si identifica nella propria professione rischia più spesso il burnout. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità – OMS, esso è una sindrome derivante da stress cronico associato al contesto lavorativo, che non riesce ad essere ben gestito.

Vent’anni

G8Il ventennale del G8, il forum fra i capi di Stato e di Governo che sconvolse la città di Genova – e non solo – nel 2001, ci colpisce al cuore come i recenti fatti di Santa Maria Capua Vetere, accomunati dall’espressione che li ha fotograficamente descritti: “macelleria messicana”. Benché assai differenti per contesto, essi ci portano a guardare la persona che sta dietro – dentro l’uniforme.

Uomini e donne – queste ultime nel 2001 erano da poco entrate a far parte della grande famiglia delle Forze Armate – di giustizia. (Apriamo una parentesi: come ha recentemente ben titolato un articolo de Il Fatto Quotidiano “I diritti delle donne militari fermi al palo come la legge Zan”).

Giustizia

Giustizia, la seconda virtù cardinale. Una virtù morale nella dottrina cattolica che, secondo il filosofo Vito Mancuso, è «abito interiore o attitudine di un essere umano, la quale quindi coincide con l’essere giusti, retti, equi, onesti, integri, probi». Nella tradizione ebraica essa gioca un ruolo preminente. È, infatti, «il principale attributo di Dio e il principale attributo degli uomini che ne seguono fedelmente i precetti, i quali sono detti giusti, e non santi come nella tradizione cristiana».

L’opposto di giustizia è ingiustizia. Gli opposti, diversamente dai contrari, si guardano. E possono dialogare.

Una città blindata

G8I giorni antecedenti all’inizio dei lavori furono sotto la lente di ingrandimento della stampa internazionale.

Molte le misure di prevenzione prese, progressivo l’innalzamento della tensione con la netta percezione che qualcosa sarebbe accaduto. “Qui ci scappa il morto”, si diceva alla vigilia dell’apertura del forum.

I controlli delle maggiori strade e delle autostrade, la chiusura del porto, delle diverse stazioni ferroviarie cittadine e dell’aeroporto, d’altro canto, davano il senso del pericolo percepito. Il nutrito dispiegamento di forze e il sigillo posto sui tombini della città completavano il messaggio.

La stampa internazionale oggi è assente

Come ben nota l’agenzia Dire, la protesta contro la globalizzazione, gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine e le violazioni dei diritti umani che allora furono un affare di interesse generale, oggi non sono alla cronaca se non per poche testate e altrettante righe.

Scatenati i social, che invece ricordano i fatti, esprimono opinioni, si stringono in un ricordo corale delle aberrazioni di quei giorni e delle loro vittime.

Nella carta stampata c’è tuttavia una eccezione interessante. Pablo Iglesias, ex leader di Podemos ed ex vicepresidente del Governo, ha rotto il silenzio – dopo le dimissioni dall’esecutivo di Madrid – proprio con lo scopo di parlare delle lontane proteste liguri, alle quali partecipò in prima persona. Interessante il fatto che le sue dichiarazioni siano state rilasciate, però, al quotidiano La Stampa. E solamente riprese da alcune testate iberiche.

La lettura giornaliera dei maggiori organi di stampa ci aveva in effetti già lasciati di stucco: non un cenno ad un anniversario che significa molto più dei fatti che lo hanno caratterizzato. Genova 2001 è una pietra miliare della storia italiana, ma non solo: è un momento storico che ha fatto da spartiacque tra il secolo breve e il nuovo millennio.

Il movimento altromondista sbocciato a Porto Alegre pochi mesi prima trovava a Genova il luogo ideale per diventare globale.

Il G8 Ambiente

I lavori di Genova seguirono quelli del G8 Ambiente convocati a Trieste nel marzo 2001.

Tre i temi principali della discussione:

  • I. Il Cambiamento Climatico;
  • II. Lo Sviluppo Sostenibile nella prospettiva del vertice di Johannesburg 2002;
  • III. Ambiente e Salute.

I ministri dell’Ambiente dei big8 invitarono il loro rappresentante ad inoltrare un comunicato al presidente del vertice di Genova dei capi di Stato e di Governo.

«All’inizio di questo nuovo millennio, dobbiamo fare il punto sull’insieme delle complesse sfide ambientali globali, che devono essere affrontate con azioni a breve e lungo termine per raggiungere lo sviluppo sostenibile. Condividiamo le forti preoccupazioni per i rischi ambientali del nostro Pianeta. Dobbiamo esercitare vigorosamente la nostra leadership per fare fronte a questi rischi in modo adeguato alle nostre responsabilità».

I temi del forum di Genova

Sei mesi dopo, l’agenda del G8 affrontò i problemi legati alla “crescita e al radicamento della povertà nei Paesi più poveri“. Il summit poggiò su tre pilastri: rimozione delle barriere commerciali, promozione degli investimenti privati e introduzione di investimenti mirati. Tutti argomenti interconnessi e strettamente correlati tra loro.

Per quanto riguarda gli investimenti mirati si vollero affrontare i problemi legati alla sfera sociale in particolare la salute – sviluppo del servizio sanitario e lotta alla mortalità infantile – e l’educazione. Il contrasto all’analfabetismo poteva realizzarsi – anche nell’ottica di allora – attraverso investimenti nel processo di scolarizzazione e incentivi per favorire il proseguimento degli studi oltre la scuola primaria. Si pensò poi di creare un fondo ad hoc attraverso la donazione da parte dei Paesi industrializzati accompagnati da investimenti privati. Altro tema fu il debellamento del lavoro minorile.

Il G7 + 1

I fatti del 2001, raccontati a caldo dal cronista britannico Simon Jeffery. «Un manifestante no global è stato ucciso oggi dopo essere stato colpito alla testa da un paramilitare italiano durante i disordini vicino alla sede del vertice del G8 a Genova. Secondo quanto riferito è stato investito da una jeep della polizia dopo essere stato colpito da almeno due proiettili».

Carlo Giuliani

Continua la sua descrizione il giornalista Simon Jeffery. «La vittima – la cui identità non è stata ancora confermata – ha lanciato un estintore contro un furgone della polizia e il poliziotto ha risposto con colpi di arma da fuoco. La polizia sta anche usando gas lacrimogeni e cannoni ad acqua contro i manifestanti mentre si apre, nel mezzo dei peggiori disordini in Europa da decenni, il vertice delle sette Nazioni industriali più ricche del Mondo e della Russia».

La vittima è Carlo Giuliani, 23 anni. Di cui ricordiamo il corpo in una pozza di sangue, coperto da un lenzuolo bianco. Chi lo ha ucciso, il carabiniere Mario Placanica (più giovane di lui di tre anni), è – al di là di ogni considerazione ideologica o personale – una seconda vita spezzata.

I black block

Il termine black block era già in uso quando bande organizzate si scatenarono in occasione delle proteste anti-globalizzazione fuori dalla riunione dell’Organizzazione mondiale del commercio a Seattle nel 1999.

Da allora è associato ai gruppi altamente organizzati che pianificano “azioni” separatamente dal mainstream dei manifestanti. Con i quali non hanno alcun contatto. Si tratta di una rete internazionale di gruppi anarchici intransigenti. I black block che misero Genova a ferro e fuoco erano, secondo le ricostruzioni, attivisti provenienti da Germania, Italia, Francia e dai Paesi Baschi in Spagna.

Nonché dalla Gran Bretagna. Insieme, trascorsero mesi a pianificare – attraverso gruppi di chat su Internet e siti web – gli scontri violenti con la polizia a Genova.

Mimetizzazione

Il The Guardian scrisse che «chiamandosi Black Block, considerano la polizia comecani da guardia per i ricchie le banche come obiettivi legittimi per azioni anticapitaliste. Indossano il nero, insieme a coperture sul viso per preservare il loro anonimato».

A Genova, i membri dei black block convinsero gli anarchici locali a guidarli attraverso il labirinto di vicoli medievali, dando loro un vantaggio sui comandanti di polizia non originari della città. Per mimetizzarsi – o infiltrarsi – tra gli altri manifestanti, per lo più interessati ai contenuti del G8 e pacifici, non indossarono abiti neri, cappucci o sciarpe, fino a poco prima del loro attacco.

Perché non fu istituita una commissione d’inchiesta?

Alcune prove video raccolte dai manifestanti e dai media indipendenti in quei giorni mostrarono uomini vestiti di nero in stile black block che uscivano dai furgoni della polizia vicino alle vie dove marciava la protesta. Notati per non aver mai attaccato la polizia o il muro d’acciaio intorno alla zona rossa della città.

Luigi Malabarba, Partito di Rifondazione Comunista, affermò a un cronista di aver visto durante la rivolta del venerdì sera «gruppi di manifestanti tedeschi e francesi vestiti di nero con sbarre di ferro all’interno della stazione di polizia vicino a piazza di Kennedy». E concluse: «tragga le sue conclusioni».

Una morte senza processo

Oggi, dopo 4 lustri, pesano le parole del padre di Carlo Giuliani, il nome che ciascun italiano che nel 2001 aveva almeno 15 anni, associa ai fatti di Genova.

«È cambiato molto, purtroppo non è ancora cambiata la logica di accertare le responsabilità da parte di organi dello Stato e se non riusciamo a ottenere questo è difficile fare dei cambiamenti veri», dice a LaPresse. «La democrazia sta nel fatto che dove c’è il potere, il potere si rende anche conto degli errori che può commettere, chiede scusa e rimette insieme le cose per evitare che si ripetano degli errori».

Per non dimenticare

Il vicequestore Michelangelo Fournier ha chiesto scusa per quanto accaduto al G8 con l’impegno e l’atteggiamento proattivo.

G8Parla rientrando alla Diaz, la scuola dove le forze dell’ordine andarono in corto circuito, commettendo azioni inaudite, del tutto sproporzionate, ai danni dei manifestanti. «Con altre vittime, che sono diventati miei amici, stiamo discutendo dei nostri sentimenti e delle nostre emozioni riguardo al ritorno perché è sempre molto difficile tornare e gestire il nostro vissuto con quello che è stato». Il suo pensiero va a Carlo, ma anche ai «giovani delle nuove generazioni che si interessano a sapere cosa accadde in quei giorni a Genova».

Parla anche monsignor Silvio Grilli, direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali della diocesi del capoluogo ligure, di cui il cardinale Dionigi Tettamanzi era arcivescovo. Di Tettamanzi il manifesto dei cattolici appositamente redatto per il G8, di monsignor Grilli l’esperienza vissuta in quei giorni. Genova «fu devastata dai black block, ma anche umiliata da un comportamento politicamente assurdo tenuto in quei giorni dalle forze dell’ordine», racconta a Vatican News.

Il fallimento dello Stato

Il presidente della Camera, Roberto Fico ricorda «la mattanza notturna nel complesso della Diaz, l’orrore di Bolzaneto: sono ferite che bruciano ancora». A suo avviso certe divergenze – conflitti ideologici? – restano. «Non è possibile dimenticare, come non è possibile costruire su quei fatti una memoria condivisa. Troppa ferocia, troppo dolore». Non tutto è perduto, possiamo ancora riflettere e dare risposte. «Cosa rimane di quei giorni, cosa rimane dietro quella coltre di fumo». Dopo il G8 di Genova, conclude: «non sono naufragate le istituzioni democratiche, e non è naufragato quel movimento».

Cambio generazionale

Alcuni, che presero parte al G8, sono ancora sulla scena politica, ma in generale il profilo dei leader – e delle nazioni interpreti con il ruolo di protagonista – sono cambiati.

Sempreverdi Vladimir Putin e appena ossidati Silvio Berlusconi e Romano Prodi, allora in rappresentanza della bandiera e dell’idea europea.

L’America di Biden è (almeno in apparenza) all’opposto rispetto a quella di George Bush, e che dire di nomi quali Gerhard Schröder, Jacques Chirac, Tony Blair.

Riconoscere l’errore di valutazione

Andrea Orlando, ministro del Lavoro, non ha dubbi. «A quei ragazzi dobbiamo delle scuse». Ricorda le persone che erano alla manifestazione, c’era anche lui. Persone normali, tantissimi giovani.

«Perché qui e per la verità in quasi tutta la sinistra di Governo europea, prevalse la spocchia di chi si sentiva sicuro della direzione di marcia. Non capimmo o capimmo troppo poco nonostante quel fiume di persone ci dicesse di riflettere». Il politico ritiene che «riconoscere quell’errore» sia «la condizione per rispondere almeno adesso a parte di quella domanda, dopo che questi anni ci hanno dimostrato che le inquietudini di quei ragazzi avevano più di un fondamento».

La pellicola

Il film Diaz – Don’t Clean Up This Blood del 2012, per la regia di Daniele Vicari, diede uno scossone alle coscienze e riportò un certo malcontento tra le parti. «Ogni volta che si affronta il tema della sospensione dello Stato di diritto, in Italia, moderazione e silenzio fanno ripiombare nell’ombra ciò che è accaduto dal 19 al 22 luglio 2001 a Genova», commenta il regista.

Realizzata senza alcun finanziamento italiano, la pellicola, secondo la definizione di Amnesty International, ricostruisce «la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale».

Andare avanti con consapevolezza

Riprendiamo le dichiarazioni del presidente della Camera, Roberto Fico, terza carica dello Stato. «Una serie di processi in sede penale sono andati avanti. Ci hanno consentito di ricostruire i fallimenti nelle catene di comando, le responsabilità di quelle torture che per l’ordinamento italiano ancora torture non erano, visto che la legge sarebbe stata approvata anni dopo». E conclude: «quelle sentenze e ricostruzioni giudiziarie sono a tratti terribili, durissime. Ma rileggerle, per quanto doloroso, ci consente di andare avanti. Ci fa rendere conto che le democrazie hanno i loro anticorpi, che quando un potere dello Stato fa verità sui comportamenti delle autorità pubbliche questo rafforza la democrazia, e agisce come tessuto riconnettivo».

Il G8 di Genova del luglio 2001 fu l’ultimo del vecchio millennio, l’ultimo a svolgersi in una grande città. L’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre cambiò infatti il panorama, le allleanze, le priorità e le aspettative e la visione del Mondo degli esseri umani di questo Pianeta.

 

Chiara Francesca Caraffa

Foto © Sergei-Karpukhin/Reuters, Universal-Pictures-UK, Vatican News, Il Giornale, Getty Images

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