Gli orti botanici che cambiarono il Mondo

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Padova, Leida, Montpellier, Parigi, Amsterdam. Silvia Fogliato nel suo libro ci racconta la storia dei giardini botanici che hanno trasformato il nostro rapporto con le piante

Nel 1543, il medico e botanico bolognese Luca Ghini firma un contratto con il granduca di Toscana, Cosimo I, come docente universitario nel neonato ateneo di Pisa. A una condizione: che gli fosse messo a disposizione un “giardino dei semplici”. Cioè uno spazio con una collezione di piante vive da utilizzare per l’insegnamento ai suoi studenti. Nasce così il primo orto botanico della storia, un’invenzione tutta italiana. Silvia Fogliato, appassionata di piante e autrice del blog www.inomidellepiante.org, ci conduce alla scoperta delle origini di questa istituzione nel libro “Orti delle meraviglie. I giardini botanici e la diffusione planetaria delle piante” (DeriveApprodi, pp.216, 17 euro).

Il modello Padova

L’orto botanico di Padova.

Non è un elenco di orti botanici, che sono peraltro una meta piacevole da visitare quando si viaggia. Nel Mondo i principali sono oltre 1.800 e si trovano in ogni continente, Antartide esclusa. Silvia Fogliato, animata da grande passione per la storia, prende le mosse dall’Italia. Dove, subito dopo Pisa nel 1545 viene deliberata la creazione dell’orto botanico di Padova, il più antico al Mondo a essere rimasto nella sua sede originaria.

Perché creare un orto botanico?

Non solo per la scienza, ma anche per una questione di potere. Siamo all’inizio di una nuova era, quella delle grandi esplorazioni geografiche, seguite poi dalle colonie. Anche la Serenissima, il cui monopolio sul commercio delle spezie è sempre più in bilico, punta ad avere un giardino in cui sperimentare la coltivazione e l’acclimatazione di piante esotiche, nella speranza di ottenere vantaggi economici.

Venezia non ha, né avrà colonie in cui esportare queste piante, come avverrà in seguito per l’orto botanico di Amsterdam. Un esempio? Tutto il caffè coltivato nelle Americhe, da Martinica alle Antille, proviene da due piantine arrivate in Olanda nel 1705, acclimatate nella capitale e poi portate oltre Atlantico. Padova, tuttavia, sarà il modello per eccellenza di orto botanico. I cui prefetti – è così che sono chiamati i responsabili dell’orto – con le loro lezioni formano studiosi provenienti da ogni parte d’Europa.

La tollerante Montpellier e i tulipani di Leida

orti delle meraviglie
L’orto botanico di Leida, in una raffigurazione del Seicento.

Dopo Padova, Fogliato ci porta in Francia. A Montpellier, già nel Medioevo c’era un’università in cui studiò anche Petrarca e che vantava un’importante facoltà di medicina. Agli albori della botanica, questa disciplina è infatti ancora affidata ai medici. In un periodo di forti contrasti religiosi, Montpellier accoglie anche gli studenti protestanti. E così in questo ateneo studiano anche il francese Carolus Clusius, futuro artefice dell’importante orto botanico di Leida, lo svizzero Bauhin e il tedesco Rauwolf, primo esploratore della flora del vicino Oriente. In questa fase iniziale degli studi botanici, anche i tedeschi danno un importante contributo. Lipsia, Jena, Heidelberg si dotano di giardini botanici legati alle università, poi distrutti dalle guerre, come anche l’orto botanico di Eichstaett, commissionato dal vescovo con l’obiettivo di stupire i visitatori, secondo la moda dell’epoca.

Il viaggio continua

Le tappe successive del viaggio proposto da “Orti delle meraviglie” sono Leida nei Paesi Bassi, il Jardin Royal des Plantes di Parigi e l’orto botanico di Amsterdam. A Leida, Clusius, crea un giardino speciale, ricco di bulbose e dei ricercatissimi tulipani, oggetto di una vera ossessione fra gli olandesi fra il Cinquecento e il Seicento. Qui verranno create anche le prime serre riscaldate per le piante esotiche.

Sono anni d’oro per gli appassionati di botanica: non solo grazie ai viaggi giungono nuove piante da terre remote, ma gli stessi studiosi partono, anche su incarico ufficiale del re (come il francese Pitton de Tournefort), per esplorare, compilare ricche descrizioni botaniche, corredate di tavole illustrate, e andare a caccia di piante. Nessun luogo è lontano. La flora delle Antille, del Suriname, del Giappone – solo per citare alcuni dei luoghi visitati – diventano oggetto di ricerca. Le esplorazioni sono vere avventure: spesso i botanici ottengono passaggi sulle navi mercantili, ma anche su quelle corsare. O lavorano in condizioni disagiate, come il tedesco Kaempfer, confinato sull’isola di Deshima, con il divieto di girare liberamente per il Giappone. Al ritorno in patria, questi studiosi hanno storie di piante prodigiose da raccontare e spesso anche campioni di nuovi vegetali da coltivare negli orti botanici, utili alla medicina e ad arricchire la tavola degli europei.

E gli inglesi?

“Orti delle meraviglie” narra la storia di luoghi che sono strettamente legati agli uomini che li hanno creati, sviluppati e che hanno mutato cambiato per sempre le nostre conoscenze in materia vegetale. La narrazione di Silvia Fogliato è ricca di dettagli, ben documentata e scorre piacevolmente. E ci aiuta a comprendere cosa è stata la botanica prima di Linneo. Qualcuno forse si domanderà perché l’autrice abbia trascurato l’Inghilterra, faro nel giardinaggio e patria di giardini sublimi. L’autrice di “Orti delle meraviglie” spiega i motivi della sua scelta. «In Inghilterra ci furono molti giardini, molte collezioni di piante esotiche, ma nessun orto botanico che avesse anche funzione didattica». Con il Chelsea Physic Garden si prospetterà un nuovo modello di giardino, che decollerà però solo all’inizio del Settecento. Cioè ben dopo gli orti di cui tratta nel suo libro.

 

Maria Tatsos

Foto © Wikipedia

 

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