Che sia colpo di Stato o un modo per salvare il Paese dal caos, occorre comunque essere prudenti
Tunisia, immagini che ricordano le proteste del 2011. Domenica, migliaia di tunisini hanno manifestato per chiedere lo scioglimento del Governo, stremati dalle condizioni economiche e sanitarie disastrose.
Il Paese, che dieci anni fa ha dato il via alla Primavera araba con l’auto-immolazione di un venditore di verdure tunisino, è spesso salutato come una delle poche storie di successo del movimento che ha spodestato i vecchi dittatori della regione in nome della democrazia.
Oggi, dopo le decisioni prese dal presidente Saied, si teme la già nota deriva autocratica, peggiore della dittatura. Potere supremo nelle mani di una sola persona, decisioni non soggette a restrizioni legali.
Il parere dell’Europa: preservare i progressi democratici
Forte preoccupazione tra gli alleati d’oltremare. Ristabilire l’ordine e tornare al dialogo sono i primi passi da compiere secondo il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli. «La lotta alla pandemia e l’interesse delle persone dovrebbe essere al centro di ogni azione politica» afferma in un tweet.
Il commissario europeo all’Economia, Paolo Gentiloni, ha dichiarato di provare «tristezza e apprensione per la Tunisia», passata «dalla speranza della Primavera araba ai rischi per la democrazia e la stabilità». Il tutto a poche miglia dai confini italiani ed europei.
Tutti concordi
La Francia, Paese ex dominatore coloniale tunisino, ha affermato di contare sul “rispetto di uno stato di diritto e sul ritorno, al più presto, al normale funzionamento delle istituzioni”. Uguale l’appello giunto dall’Italia.
La portavoce del ministero degli Esteri tedesco, Maria Adebahr, preoccupata per la «interpretazione piuttosto ampia della costituzione» del presidente Saied, pensa che «ora sia importante tornare molto rapidamente all’ordine costituzionale». Mentre la Turchia spera che la «legittimità democratica» venga presto ripristinata.
Il segretario di Stato americano Antony Blinken ha parlato al telefono con il leader tunisino, incoraggiandolo «ad aderire ai principi della democrazia e dei diritti umani che sono alla base del governo locale», informa il portavoce del dipartimento di stato Ned Price. Blinken ha anche chiesto a Saied di «mantenere un dialogo aperto con tutti gli attori politici e il popolo tunisino».
Il presidente tunisino Saied
Kais Saied, colui che ha fatto precipitare il Paese in una nuova crisi politica, è sempre stato – secondo il giornalista Peter Beaumont – una sorta di tabula rasa politica.
Vincitore a sorpresa delle elezioni del 2019, 63 anni, è l’arido professore universitario di diritto con poca esperienza politica e nessun partito di cui parlare, che ha dato voce alla disillusione dei tunisini nei confronti del loro Paese dopo le grandi aspettative seguite alla rivoluzione del 2011.
Soprannominato Robocop (forse con riferimento ai soporiferi sequel), si è distinto per non essere contaminato dalla politica post-rivoluzionaria della Tunisia e dalle accuse di corruzione.
Succedendo a Beji Caid Essebsi, Saied si è avventurato in una campagna elettorale dominata dall’arresto e dall’incarcerazione del noto magnate dei media Nabil Karoui, che dominò i titoli dei giornali, usando il proprio canale televisivo per migliorare la sua immagine di filantropo.
Eletto in una posizione che ha avuto relativamente poca influenza rispetto al Parlamento diviso del Paese, Saied auspica di dare vita a una nuova costituzione che dia al presidente più potere.
Ciò ha portato a una serie di scontri nell’ultimo anno tra Saied e i recenti primi ministri, nonché il presidente del Parlamento, Rachid Ghannouchi. Leader veterano di Ennahda, è tornato in Tunisia dall’esilio in Francia avvenuto nel 2011 dopo la caduta di Zine el-Abidine Ben Alì.
Si rischia l’autoritarismo in stile egiziano? O, forse peggio, la violenza della vicina Libia?
Domanda non retorica che si pone
Che nota: «rispetto al caos che ha travolto la Libia in seguito al rovesciamento del dittatore Muammar Gheddafi, la Tunisia è emersa intatta dallo sconvolgimento iniziale per estromettere il presidente di lunga data di Ben Alì.
Ritorno al passato
Lunedì, la capitale è inondata da folle giubilanti che sventolano bandiere, sparano fuochi d’artificio e suonano clacson dopo la dichiarazione del presidente Saied. Politico indipendente senza un partito alle spalle, ha assunto il potere esecutivo e congelato il Parlamento per un periodo di tempo imprecisato, come permesso dalla Costituzione nei casi di «pericolo imminente che minacci le istituzioni della nazione e l’indipendenza del Paese e ostacoli il regolare funzionamento dei poteri pubblici».
Incostituzionale
Il presidente del Parlamento Rached Ghannouchi, a capo del partito islamista moderato Ennahdha, che domina la legislatura, ha dichiarato che il presidente non si è consultato né con lui né con il primo ministro come richiesto.
«La Tunisia sta affrontando crisi economiche, politiche e sanitarie senza precedenti, ma questa non è una scusa per sfruttare la situazione e sospendere il processo democratico e sacrificare le conquiste che abbiamo ottenuto in Tunisia negli ultimi 10 anni», ha aggiunto Yusra Ghannouchi, portavoce dei media internazionali di Ennahda.
Primo ministro fuori dai giochi
Invocando l’articolo 80 di emergenza della Costituzione dopo le violente proteste contro il più grande partito del Paese, Saied ha difatti esonerato dall’incarico il primo ministro Hichem Mechichi, sospeso il Parlamento e congelato per 30 giorni le attività dell’Assemblea dei Rappresentanti del popolo tunisino. Sollevando dall’incarico anche i ministri e sottosegretari di maggiore rilievo. Tutti colpevoli della pessima gestione della crisi – anche economica – determinata dalla pandemia.
«Al fine di preservare la sicurezza di tutti i tunisini, dichiaro che mi schiero, come ho sempre fatto, dalla parte del nostro popolo, e dichiaro che non assumerò alcuna posizione o responsabilità nello Stato», ha affermato Mechichi in una dichiarazione su Facebook.
Dalla vicina Libia il generale Khalifa Haftar accoglie con favore le misure prese dal presidente Kais Saied. Haftar attende «con impazienza l’ascesa della Tunisia verso la realizzazione delle aspirazioni della sua gente per un futuro prospero dopo aver eliminato l’ostacolo più importante sulla via del suo sviluppo».
Saied, frattanto, è accusato da una parte del mondo politico di aver organizzato un colpo di Stato.
Il potente sindacato generale tunisino, che ha svolto un ruolo chiave nella rivolta del 2011, ha affermato che il presidente ha agito «in conformità» con la costituzione per «prevenire un pericolo imminente e ripristinare il normale funzionamento» dello Stato.
La Lega Araba esorta invece a «superare rapidamente l’attuale fase turbolenta».
Saifeddine Makhlouf, fondatore e legislatore di una coalizione islamista all’opposizione, riferisce la chiusura di aeroporti e frontiere e definisce quanto accaduto un golpe.
Molti i dubbi
Rapporti, definiti “di scarsa qualità” hanno suggerito che gli Emirati Arabi Uniti avrebbero sostenuto un simile colpo di Stato, terrorizzati come sono dall’Islam politico. Abu Dhabi crede che Ennahda sia un ramo tunisino dei Fratelli Musulmani, considerata un’organizzazione terroristica.
L’ex presidente tunisino Mohamed Marzouki ha dichiarato ad Al Jazeera Arabic di non avere dubbi: «dietro questo colpo di Stato vi sono gli Emirati Arabi Uniti». Che nel 2013 hanno accolto il rovesciamento militare del primo leader democraticamente eletto in un Paese (Egitto) arabo, Mohammed Morsi, tra proteste diffuse.
Da allora, l’ex capo dell’esercito egiziano Abdel Fattah Al-Sisi ha vinto due elezioni presidenziali molto serrate. E governa con pugno di ferro, reprimendo i Fratelli Musulmani, l’opposizione politica, la società civile e qualsiasi altra potenziale fonte di dissenso.
Quadro costituzionale e giuridico coerente con il percorso democratico
È di emergenza anche la riunione dell’Ufficio esecutivo del movimento islamico tunisino Ennahda, che bolla come incostituzionali le misure eccezionali annunciate dal presidente Saied. Considerate come «un colpo di Stato contro la Costituzione e le istituzioni». Preoccupa, in particolare, il monopolio di tutti i poteri senza un organo di controllo costituzionale. Il partito, che vede nell’Assemblea l’autorità democraticamente eletta e quindi idonea a deliberare, invita con veemenza le organizzazioni civili e le parti politiche a intensificare le consultazioni sui recenti sviluppi. Ciò per preservare i successi democratici e di tornare quanto prima alle condizioni costituzionali e al funzionamento normale e legale delle istituzioni statali.
Colpita la stampa
Forse per aver fatto circolare sui social media video che mostrano corpi lasciati nel mezzo dei reparti mentre gli obitori lottano per far fronte alle crescenti morti?
Al-Jazeera, rete di notizie satellitari con sede in Qatar, fa una dichiarazione sulla propria pagina Facebook. Secondo l’emittente una quindicina di «agenti di polizia pesantemente armati» sono entrati nel loro ufficio tunisino. Senza un mandato, gli uomini hanno chiesto a tutti di abbandonare i locali.
«I telefoni e le altre apparecchiature dei giornalisti sono stati confiscati e non è stato loro permesso di rientrare nell’edificio per recuperare gli effetti personali».
Il ministero degli Esteri del Qatar spera che «la voce della saggezza» prevalga nel tumulto e che lo stato di diritto venga ristabilito.
Alcune nazioni del Medio Oriente già in passato avevano identificato il Qatar e la sua rete Al-Jazeera come promotori di alcuni gruppi islamisti. Per questa ragione alcune sue redazioni sono state chiuse: si ricordi in particolare quanto accaduto in Egitto dopo il colpo di Stato del 2013. Quello che ha portato al potere l’attuale presidente Abdel-Fattah el-Sissi.
Cresce l’insoddisfazione
Negli ultimi anni la Tunisia ha lottato anche per essere all’altezza delle aspirazioni di una popolazione giovane. Che chiede dignità e un tenore di vita decente. Ma il Governo non è stato in grado di fornire la crescita economica necessaria per rispondere a un bisogno primario. Posti di lavoro sufficienti alla nuova generazione del Paese.
Secondo il giornalista e analista politico Mohamed Al-Youssefi «lo Stato tunisino, con la sua mentalità obsoleta, non è in grado di comprendere questa nuova generazione e di accogliere le sue richieste».
Disordini
Le frizioni politiche e la crisi economica hanno scatenato disordini sociali in tutto il Paese, provocando l’arresto di 1.600 civili di età compresa tra 30 e i 51 anni e la morte di un giovane colpito da un candelotto lacrimogeno.
Questa generazione si separa nettamente dai manifestanti dell’ultimo decennio. È recentemente nato un movimento, contraddistinto dall’hashtag #TheWrongGeneration. Rifiuta i gruppi tradizionali, risulta pertanto difficile da incasellare. nello stampo tipico dei movimenti in Tunisia.
Dal 2011, i giovani in Tunisia hanno mantenuto la tradizione di protestare a gennaio, evento che le autorità politiche ormai si aspettano. Tuttavia, le proteste di quest’anno sono state più frequenti e più intense. Un quartiere nella parte occidentale di Tunisi ha visto i primi moti dell’anno, durati diversi giorni.
Chi sono questi giovani adulti
Lo slogan “il popolo vuole rovesciare il regime” è riemerso durante le recenti proteste. I manifestanti chiedevano il rovesciamento dell’attuale Governo, elezioni anticipate e il rispetto delle libertà individuali.
Le proteste sono state guidate da una generazione di manifestanti che erano bambini durante l’era di Ben Alì. Quindi i figli di coloro che sono stati coinvolti nella transizione democratica della Tunisia. E poiché erano bambini durante l’era di Ben Alì, non conoscono le restrizioni alle libertà e la repressione da questi perpetrate.
Livello di repressione senza precedenti
La Lega tunisina per la difesa dei diritti umani ha documentato “gravi violazioni” commesse contro i detenuti arrestati ultimamente, alcuni dei quali bambini. Le violazioni documentate includono tortura, molestie, percosse, minacce di abusi sessuali e stupri.
La democrazia non ha portato prosperità
Anni difficili il 2020 e il 2021. La disoccupazione giovanile, già altissima, in Tunisia ha raggiunto il 41%. E il virus ha fatto il resto: moltissimi i morti, morto il turismo già duramente colpito da due grandi attentati terroristici contro i visitatori stranieri.
Una Nazione in ginocchio, quindi. Sia per le condizioni di salute dei cittadini, 573.394 casi di Covid-19 e oltre 18.000 decessi su quasi 12 milioni di abitanti, che per l’economia al collasso.
Il Governo, in cerca del quarto prestito dal Fondo monetario internazionale in un decennio, ha recentemente annunciato tagli ai sussidi per cibo e carburante, alimentando la rabbia nelle regioni povere.
La pandemia ha aggravato questi problemi e il Governo ha recentemente reimpostato blocchi e altre restrizioni di fronte a uno dei peggiori focolai africani. Italia e Francia hanno donato diversi container di ossigeno, contribuendo così a ridurre il numero di casi gravi e di decessi.
Vaccini
La Tunisia ha ricevuto solo un sesto delle dosi promesse nell’ambito del programma Covax per i Paesi svantaggiati. Secondo i dati del ministero della Salute è stato completamente vaccinato solo il 7% della popolazione, mentre oltre il 90% dei posti letto delle unità di terapia intensiva del Paese è occupato.
Ora le 3.2 milioni di dosi di vaccino in arrivo da Europa, Cina, Algeria e Golfo – in larga parte donate – provano a dare un sostegno concreto, con due obiettivi. Offrire una copertura adeguata alla popolazione dopo l’innalzamento dei contagi esploso questo mese, e limitare le partenze e i conseguenti sbarchi sulle (nostre) coste.
Frontiere marittime presidiate
Lo scorso anno, dopo la prima visita di negoziazione sui rimpatri dei ministri Lamorgese e Di Maio nel Paese, oltre mille cittadini tunisini sono rientrati in patria. Ciò benché alcun accordo bilaterale fosse stato siglato, ma si valutassero possibili iniziative da finanziare. La visita del maggio 2021 ha definito i rispettivi impegni.
Sono infatti state discusse le linee guida su rimpatri, smantellamento delle reti di trafficanti. Il grande accordo di partenariato strategico fra l’Unione europea e la Tunisia, dovrebbe avvenire entro fine anno.
Rischio sbarchi
Il nostro Governo ricorda che «è comune interesse dell’Italia e della Tunisia smantellare il business criminale dei trafficanti di migranti». Attualmente, fonti di stampa tunisine ipotizzano che diverse migliaia di cittadini sarebbero pronte ad attraversare il Mediterraneo per raggiungere l’Italia.
Come in parte già registrato dai dati Frontex relativi al primo semestre 2021. L’Agenzia Ue della guardia di frontiera e costiera registra difatti una crescita del 59% rispetto allo scorso anno degli arrivi illegali alle frontiere esterne dell’Ue.
A giugno gli ingressi sono stati 11.150, +69% rispetto allo stesso mese del 2020. Segnale che i trafficanti si sono rimessi al lavoro lungo la rotta del Mediterraneo centrale.
Esiste ora una linea diretta tra le due Nazioni, che si allerteranno vicendevolmente in presenza di natanti sospetti. Il protocollo prevede che questi siano intercettati e riportati indietro.
La lotta ai trafficanti – che è prevenzione dell’immigrazione irregolare e clandestina – si fa anche con la lotta alla povertà. Per questo il nostro Paese si impegna a sostenere finanziariamente la ripresa economica della Tunisia. Incentivando lo sviluppo delle realtà economiche, con l’obiettivo di dare speranza al futuro dei giovani tunisini.
30 giorni per conoscere il futuro della Tunisia
Tanto durerà, secondo le dichiarazioni del presidente, la sospensione del Parlamento.
Chiara Francesca Caraffa
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