La Francia vorrebbe che tutti gli Stati membri adottassero il suo Nutriscore, ma sarebbero veramente più salutari? E la scelta non dovrebbe essere del consumatore?
È in agenda del Parlamento europeo, la prossima settimana, un nuovo passaggio del dossier “Farm to Fork”. La strategia con cui la Commissione Ue vuole guidare la transizione alimentare verso un sistema sano e rispettoso dell’ambiente.
Pro e contro
L’idea di introdurre un’educazione in questo campo che faccia da bussola a tutti i cittadini europei è ispirata da nobilissimi fini, ma fronteggia ostacoli altrettanto significativi. Da un lato, c’è la volontà di implementare progettualità innovative e sostenibili in ambito agricolo, giungendo alle scelte alimentari più salubri per il consumatore. D’altro, il grande dilemma su come evitare che il “bio” fagociti il “buono”.
Lo stesso rischio si corre con il Green New Deal, il cui ambizioso cammino di decarbonizzazione può pregiudicare la sopravvivenza di molte imprese. Anche quelle che hanno già realizzato piano green. A questo si aggiunge la difficoltà di introdurre un sistema di comunicazione e informazione, armonico tra tutti i Paesi, che sia al tempo stesso efficace, basato su evidenze scientifiche e che non favorisca un Paese, o una filiera produttive a discapito di altri.
Il problema etichette
Le istituzioni comunitarie si stanno orientando verso l’introduzione di un modello di etichettatura fronte–pacco. E qui sta l’ingorgo. Tra le etichette già presenti nei mercati europei quella che sta sollevando le maggiori perplessità è il Nutriscore, ideata da un’agenzia privata francese e già adottata dal Governo di Parigi. Sulla base di un algoritmo, e a seconda della concentrazione di nutrienti negativi o positivi in 100 grammi standard di prodotto, il Nutriscore valuta la salubrità dei prodotti. Poi, ne dà un giudizio che si esplicita con una combinazione di lettere e colori, su una scala che va da una A verde scuro a una E rossa. Una valutazione sommaria e soprattutto povera di argomentazioni scientifiche. È evidente.
La decisione spetta al consumatore
A questo proposito è giusto riprendere quanto detto da Herbert Dorfmann, rapporteur Future of Food and Farming Report: «Sono fermamente convinto che l’etichettatura non deve insegnare, ma deve informare sul prodotto. Spetta infatti al consumatore decidere».
Una netta presa di posizione che fa da sponda alle preoccupazioni espresse da parte di chi ha a cuore il consumatore. Un soggetto libero di scegliere, che dev’essere accompagnato sulla strada della corretta eduzione alimentare – quindi niente sprechi e dieta equilibrata – senza però scadere nell’approccio partenalistico. Ma le parole di Dorfmann suonano anche come un endorsement alle esigenze dei produttori.
È nota, infatti, la posizione di Confagricoltura. «Siamo contrari al Nutriscore perché penalizza la Dieta Mediterranea. La quale è tra le più salutari al Mondo, come sancito a livello scientifico». Dichiara il presidente, Massimiliano Giansanti. «L’alternativa italiana, il Nutrinform Battery, nasce proprio dall’esigenza di permettere scelte consapevoli. Quindi, che tenga conto delle quantità e basato sulle caratteristiche nutrizionali dell’alimento».
Vincerà la Francia?
Con la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea da gennaio 2022, si teme che la Francia metta in agenda il Nutriscore come metodo da adottare da tutti. Ma non è detto. Il recente no all’etichettatura multicolore da parte di Lactalis può scompaginare le carte. Il gigante alimentare (18 miliardi di fatturato per 80 mila dipendenti), che produce il 70% di Roquefort in Francia, è una voce abbastanza tonante per far rivedere un’etichettatura che convince sempre meno soggetti. Adesso anche a Parigi.
Antonio Picasso
Competere.eu
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