Il post Facebook di Elisabetta Ambrosi del Fatto Quotidiano offende la moglie di Fontana e viola i diritti della loro figlia
“Ammetto. Non dico più, ma come Fontana disprezzo anche la moglie. Chi si accoppia a tali personaggi come minimo è connivente. Poi forse magari è povera, non può separarsi bla bla. Resta la disistima“. Questo il commento postato qualche giorno fa su Facebook dalla giornalista del Fatto Quotidiano Elisabetta Ambrosi. Post da lei immediatamente ritirato dopo che le sono piovute addosso le rimostranze della rete. Rimostranze invero politicamente trasversali. Alcune delle quali, come purtroppo accade spesso sui social, accompagnate da insulti che hanno portato la giornalista, piccata, a minacciare querele.
L’odio e gli insulti gratuiti in rete sono sempre da condannare. Fermamente. Senza se e senza ma. Perché, come a volte sono costretto a ricordare ai conigli mannari che incrocio in rete, sotto le vesti di leoni da tastiera, è troppo facile essere screanzati sul web. Dando così piena ragione a Umberto Eco, il quale sosteneva che: “i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”.
Ma può una giornalista di grande esperienza e notorietà accomunarsi a questo tipo di legioni, dalle quali sente poi il diritto di difendersi minacciando querele? Io sono convinto di no. Come sono convinto che, proprio in forza della sua professione ed esperienza, avrebbe dovuto pensare due volte prima di scrivere un post che, oltre ad essere poco elegante, e persino grammaticalmente e stilisticamente debole, per una professionista dell’informazione, è in palese violazione delle norme deontologiche dell’ordine dei giornalisti.
Violazione del Codice deontologico dei giornalisti
Non tanto per le parole rivolte alla signora Fontana, che risulta essere una stimata funzionaria del Parlamento europeo, rimasta profondamente turbata – c’è chi l’avrebbe vista in lacrime – dal post. Ma perché era a commento di una foto del leghista Lorenzo Fontana che entrava a Montecitorio, accompagnato dalla moglie, mentre teneva in braccio la figlioletta, con il volto visibile, senza alcun mascheramento, dell’innocente piccina.
Ora va segnalato che il Codice deontologico dei giornalisti – che si applica anche alle attività sui social – si esprime soprattutto proprio in relazione al rischio di identificazione del minore coinvolto in “fatti di cronaca”.
La Carta di Treviso
Per la pubblicazione del nome o delle immagini del minore, Il Codice rinvia alla Carta di Treviso. Approvata nel 1990 dall’Ordine dei giornalisti e dalla Fnsi – d’intesa con Telefono Azzurro e con Enti e Istituzioni della Città di Treviso – la Carta fissa le regole deontologiche riguardanti i minorenni. Tale documento, alla luce dei cambiamenti intervenuti nel mondo dei media, è stato periodicamente modificato e aggiornato dall’Ordine dei giornalisti e dalla Federazione nazionale della Stampa (Fnsi). La Carta trae ispirazione dai principi e dai valori della Costituzione, della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, recepita in Italia dalla legge n. 176/1991, delle normative internazionali ed europee e della legge istitutiva dell’Ordine dei giornalisti (n. 69/1963).
La Carta di Treviso incentra la propria attenzione sul problema dei minori coinvolti non solo in reati, ma anche più in generale in fatti di cronaca, anche di interesse non strettamente “penale”. Un esempio è proprio l’elezione a presidente della Camera del padre della piccola Fontana. Mirando pertanto alla tutela dell’anonimato e alla non identificabilità del minore tutte le volte che questo possa comportare un pregiudizio alla personalità, allo sviluppo, alla dignità e alla privacy del minore.
Ci sarà un procedimento disciplinare?
Alla luce di queste considerazioni, ritengo che il Consiglio di Disciplina dell’ordine dei giornalisti del Lazio – dove dal 2006 è iscritta l’autrice del post – non possa esimersi dall’apertura di una procedura disciplinare a carico di Elisabetta Ambrosi. Che per il suo comportamento meriterebbe quanto meno un “avvertimento”. Se non per il metodo al limite dell’ingiuria e della diffamazione, e che qualcuno potrebbe definire, senza grande rischio di abuso dei termini, persino “fascista” e “squadrista”, dell’attacco pubblico reso non a Fontana ma alla sua famiglia, per l’inammissibile utilizzo della foto della bimba, senza alcuna precauzione per oscurarne il volto e quindi l’identità (come fatto da noi nella foto a corredo dell’articolo).
Per evitare di buttarla in polemica politica, preciso non essere un sostenitore né di Fontana, né della Lega, ma semplicemente un vecchio servitore delle Istituzioni, oggi giornalista a tempo pieno, che vorrebbe vedere maggiore rispetto, ancorché nel sacrosanto diritto di critica e di libera manifestazione del pensiero, per le istituzioni democraticamente elette. Oltre che per la costituzione, le leggi e le regole deontologiche della professione giornalistica. A cominciare proprio dalla Carta di Treviso. Adottata a tutela di chi, come i bambini, ha bisogno della più grande protezione. Anche da certi squallidi atteggiamenti social.
Est modus in rebus… E dovrebbe valere anche e soprattutto per i colleghi giornalisti, professionisti delle parole e delle immagini.
Alessandro Butticé
Foto © Eurocomunicazione, Facebook, Internet













