Vagando per il Lazio si incontra l’unico esemplare, in Italia, dove si conservano testimonianze di architettura carolingia
L’abbazia di Farfa titolata a Santa Maria, è un monastero della congregazione benedettina cassinese. Situata a circa 40 km da Roma, prende il nome dall’omonimo fiume, il Farfarus, che scorre poco lontano e che ha dato anche la denominazione al borgo adiacente il complesso abbaziale. La fondazione risale alla metà del VI secolo ad opera dell’abate Lorenzo, originario della Siria, che avrebbe dato vita ad una comunità eremitica, dalla quale si sarebbe sviluppato il centro monastico. Si può collocare la sua costruzione primitiva, intorno al 560 (d.C.).
Nel VII secolo l’abbazia fu distrutta dai longobardi che erano calati in Italia, e come si legge nella Constructio Monasterii Farfensis, cronaca scritta da un monaco amanuense vissuto nel secolo IX, veniamo a sapere che nel finire dell’VIII secolo un certo Tommaso di Maurienne, che viveva a Gerusalemme, ebbe la visione della Madonna che lo esortava a cercare in Italia, vicino Roma, nel territorio della Sabina, in un colle detto Acuziano, i resti di una basilica a Lei dedicata. Tommaso, morto il 10 dicembre 715, ridiede quindi vita all’abbazia e ne divenne il primo abate. La fortuna del monastero crebbe di molto, a seguito della attribuzione del privilegio imperiale, concesso nel 775 da Carlo Magno, che la poneva sotto la sua diretta protezione, sottraendola alla Chiesa di Roma. Farfa divenne così abbazia imperiale e uno dei luoghi più conosciuti e prestigiosi dell’Europa medievale.
L’incoronazione di Carlo Magno in San Pietro
Carlo Magno stesso, poche settimane prima di essere incoronato in Campidoglio, visitò l’abbazia e vi sostò con il suo seguito. Era il 25 dicembre dell’anno 800, in San Pietro nel vivo della celebrazione della Messa di Natale, mentre Carlo Magno era inginocchiato sulla “rota Porphyretica” (pietra circolare di porfido infissa nel suolo) Papa Leone III gli pose sul capo una corona d’oro, e il popolo presente acclamò a gran voce “A Carlo, il piissimo Augusto incoronato da Dio, al grande imperatore apportatore di pace vita e vittoria”. In quell’anno Roma contava solo 40.000 abitanti. La cerimonia è ricordata negli annali vaticani, come la più fastosa svolta nell’antica Basilica.
I beni amministrati dai monaci di Farfa
In breve la potenza dell’abbazia, svincolata dal controllo pontificio, ma vicinissima alla Santa Sede, divenne così grande che superava quella del Papato. Nel momento più alto della sua potenza l’abate di Farfa controllava 683 tra chiese e comunità monastiche, 132 castelli o piazzeforti, sei città fortificate (tra queste Alatri), sei porti tra cui Civitavecchia, 8 miniere, 14 villaggi, 82 mulini e 315 borghi.
Il suo potere era quello di un vero e proprio Legato imperiale incaricato dall’Imperatore della difesa del Lazio, rappresentativo degli interessi imperiali presso la Santa Sede. Si diceva, quindi, che l’abate facesse ombra alla potenza del Papa. All’inizio del IX secolo sotto l’abate Ingoaldo, l’abbazia possedeva una nave commerciale che era esentata dal pagamento dei dazi in tutti i porti dell’impero carolingio. Tutti gli abati erano di origini francesi e fu in questo secolo che i rapporti del monastero, con le corti e i centri ecclesiastici dell’Europa settentrionale, divennero frequenti e regolari.
La distruzione del monastero da parte degli Arabi
A metà del IX secolo gli Arabi attaccarono la costa romana assalendo e distruggendo Civitavecchia. Nel 840 i musulmani depredarono e distrussero il cenobio di Subiaco, nell’846 navi saracene giunsero alle foci del Tevere e si stavano preparando a un attacco verso Roma. Arrivarono a Ostia e riuscirono a penetrare, in parte, nelle mura aureliane. In quel momento si trovavano in San Pietro, a difesa, una guarnigione composta da Franchi, Sassoni, Longobardi che oppose resistenza ma furono tutti sterminati. Nell’849 tentarono un’altra volta di avvicinarsi a Ostia, ma furono sbaragliati da una flotta composta da marinai di Gaeta, Napoli e Amalfi.
Nuovamente nell’876 gli Arabi iniziarono un’opera di saccheggio e devastazione nei territori romani, fu in questo periodo che i monaci dell’abbazia di Farfa fuggirono chi a Roma, rimane traccia dei monaci farfensi nella Chiesa di San Luigi dei Francesi, chi nelle Marche ove fondarono altre comunità. Dopo un periodo di abbandono, seguito da una fase di anarchia, l’intervento militare di Alberico II pose fine alla ingovernabilità dell’abbazia e nel 947 venne imposto come abate il monaco cluniacense Dagiberto.
L’opera dell’abate Ugo
Solo con l’elezione nel 998 dell’abate Ugo (998-1001) Farfa riacquistò gran parte del prestigio perduto. Nato nel 973 passò la sua esistenza nelle mura dell’abbazia. A lui si deve l’opera scritta “Destructio monasterii Farfensis” che racconta dell’epoca buia in cui vissero Roma e Ravenna che resistettero alle invasioni saracene. Di come lo stesso monastero ne fu intristito rovinosamente, e narra di quando ne divenne abate a soli venticinque anni. Ristabilì l’antica disciplina. Introducendovi qui le consuetudini cluniacensi, monastero francese che fu di esempio in tutta Europa.
Sotto Ugo il monastero rifiorì e fece in modo che il patrimonio dell’abbazia, protetto dai privilegi imperiali, si estendesse oltre i confini della Sabina negli Abruzzi, nelle Marche e nell’Umbria. In quel periodo Farfa era un piccolo Stato con il suo esercito, i suoi servi, le scuole, le officine, gli ospizi ove i pellegrini diretti a Roma venivano ospitati gratuitamente. Era presente una farmacia che distribuiva gratuitamente ai poveri i medicinali senza richiesta di denaro. Ospitò durante il suo mandato Papa Silvestro II, l’Imperatore Ottone III, Sant’Odilone di Cluny e San Benigno di Digione. Lottò contro la bramosia di certi abati del suo territorio che desideravano il potere e i beni materiali. Si deve a lui il fatto di aver preparato Farfa allo splendore di cui sarebbe divenuta protagonista nell’XI secolo.
Campone di Farfa il monaco avvelenatore dell’abate
L’abate Ugo nella sua “Destructio monasterii Farfensis” ci racconta di un episodio terribile avvenuto nel primo trentennio del X secolo ad opera del monaco Campone. Costui apparteneva a una delle famiglie più illustri di Rieti. Educato severamente nel monastero di Farfa e sotto la guida dell’abate Ratfredo (930-936), che lo aveva preso a benvolere, studiò medicina dedicandosi in particolare alle erbe medicinali. Campone fu poi nominato preposto dell’abbazia come risulta da un atto datato 8 febbraio 932. Spinto dal desiderio di accaparrarsi le cospicue ricchezze del monastero si accordò con un altro monaco, Ildebrando, preposto di Santo Stefano in Roma, e avvelenò il suo maestro e abate Ratfredo (morto nel 936).
Il monaco si recò poi a Pavia e riuscì a comprare da Ugo di Provenza, re d’Italia, la nomina abbaziale per Campone. Il quale, nel frattempo, si era recato nelle Marche dove raggiunto da Ildebrando, riuscì a conquistare con le armi tutti i vasti possedimenti che Farfa aveva in quella Regione, in special modo il monastero di Santa Vittoria. Ildebrando si insediò come abate in questo monastero marchigiano ed è ricordato dalle cronache dell’epoca, come il peggiore che abbia mai avuto l’abbazia. Presto però i due complici vennero a lite e Campone riuscì a espugnare il monastero di Santa Vittoria.
Nel frattempo la riforma monastica intrapresa da Alberico II, il principe dei Romani, raggiunse anche Farfa ove vi si insediarono un gruppo di monaci cluniacensi. L’abate Campone tentò di farli uccidere nel sonno ma non vi riuscì. Alberico mosse quindi contro Farfa e cacciò Campone che si ritirò con la moglie Liuza e i numerosi figli a Rieti ove morì nel 947.
Il fantasma di Ratfredo
A questa vicenda, così tenebrosa, si è ispirato Umberto Eco nella redazione del suo libro “In nome della Rosa”. La guida di Farfa, il prof. Marco Testi, che ci illustrava queste storie, racconta che il fantasma di Ratfredo sarebbe visto, da qualche custode, nelle notti invernali aggirarsi all’interno del monastero.
(segue)
Giancarlo Cocco
Foto © Giancarlo Cocco, Wikipedia













